23 maggio 2016

Visita allo SPRAR di Pachino gestito dall’Associazione Stella Maris

La città di Pachino, situata lungo la fascia costiera siracusana, conta oggi circa 23000 abitanti e vede la presenza sul suo territorio di due centri Sprar, per adulti e minori, ed una comunità per minori stranieri non accompagnati. Il 10 maggio ci rechiamo allo Sprar per adulti gestito dall’associazione Stella Maris, ente gestore di altri due Sprar, uno per uomini e uno per donne, nella città di Siracusa. La nostra visita è stata concordata giorni prima con la responsabile che ci introduce al direttore e ad alcuni degli operatori presenti nella sede legale al momento del nostro arrivo.

Tutti si mostrano disponibili ad illustrarci la situazione attuale del progetto, iniziando con lo specificare che molte cose sono state fatte in questi anni ma altrettante sono in cantiere per il futuro. Precisano che l’obiettivo perseguito è quello dell’integrazione e dell’inclusione sociale degli ospiti, ricercato tramite un percorso di tutela e guida verso l’autodeterminazione e sostenuto da una buona dose di “senso pratico”. Le logiche che guidano le scelte organizzative sono quelle dell’accoglienza diffusa e della valorizzazione delle capacità personali di ogni migrante, resa possibile dal numero abbastanza ridotto di presenze. Il progetto Sprar di Pachino ha infatti 15 posti ordinari e 15 aggiuntivi, dislocati in due diversi appartamenti secondo un criteri di “accompagnamento progressivo all’integrazione”; praticamente i migranti appena trasferiti o arrivati di recente in Italia, quindi meno autonomi sul territorio, vengono tendenzialmente ospitati in un centro che vede la presenza fissa di due operatori ed un guardiano notturno, mentre chi è qui da tempo e spesso già lavora, viene alloggiato in un altro appartamento dove l’operatore è presente ogni giorno ma in modo più saltuario. Un operatore ci informa anche della presenza di un ulteriore appartamento su due piani, messo a disposizione dal Comune, che può ospitare fino a cinque persone ed è stato assegnato ai migranti usciti recentemente dal progetto ma con una situazione economica ancora precaria. La conversazione infatti si focalizza da subito sulla fine del percorso dei migranti all’interno del progetto: uno degli aspetti più critici di tutto il sistema della cosiddetta accoglienza che vede molti impossibilitati a proseguire il proprio progetto migratorio senza gli strumenti e le risorse idonee ad assicurarsi una vita degna. Le diverse figure presenti, ognuna per quanto attiene il proprio ruolo, portano invece esempi positivi in merito agli inserimenti lavorativi; pare che l’anno scorso siano stati attivati tirocini formativi o stage con i fondi di garanzia giovani per ogni ospite e diversi dei partecipanti siano stati poi assunti con contratti anche a tempo indeterminato, presso negozi o ditte locali. Il direttore sostiene di aver monitorato personalmente alcuni casi perché non rimanessero esperienze isolate ma futuri impieghi con cui i migranti avessero di che rendersi autonomi e sostenere pure le proprie famiglie. Il dato ci sembra davvero eccezionale, conoscendo le situazioni disastrose di altre zone, la diffusione dello sfruttamento ed il ricorso abituale al lavoro nero da parte dei richiedenti asilo nelle campagne, fenomeno quasi tollerato dalla maggior parte dei centri di accoglienza e mai prevenuto e denunciato a sufficienza. http://meridionews.it/articolo/43219/vittoria-indagini-su-caporalato-in-aziende-imprenditori-sfruttavano-richiedenti-asilo/ Viene da chiedersi quindi cosa fa di una realtà come quella di Pachino, famosa per le sue colture in serra, una felice eccezione alla regola. La risposta è in parte racchiusa nei racconti dei presenti, che mostrano di conoscere sicuramente molto bene le buone prassi da seguire per l’inclusione sociale degli ospiti, sottolineando il proprio impegno a lavorare con “persone” e quindi ad elaborare insieme ad ognuno dei progetti ad hoc, e garantire un accompagnamento costante sul territorio. Continuando a confrontarci ci spostiamo in uno degli appartamenti Sprar, situato in una zona meno centrale rispetto al secondo che vedremo ma comunque distante una decina di minuti a piedi dal centro città. Entrambi gli appartamenti si sviluppano su due piani, con camere da due o tre posti, alcune con bagno in camera altre con servizi in comune, e poi soggiorno e sala pranzo. La prima casa è dotata anche di un ampio terrazzo dove incontriamo arrivando altri educatori e alcuni migranti ospiti. Gli ultimi inserimenti hanno visto l’arrivo di ragazzi neomaggiorenni e ad oggi le situazioni dei presenti sono molto diverse tra loro: alcuni hanno appena formalizzato la richiesta di protezione internazionale, dopo aver atteso anche otto mesi inutilmente in centri di prima “accoglienza”, altri attendono la Commissione, altri ancora stanno ricorrendo avverso la risposta negativa, mentre una parte è in possesso del permesso di soggiorno. I tempi di attesa per la Commissione si attestano sui sei mesi, quelli dei ricorrenti invece superano l’anno. Anche le provenienze dei migranti sono varie: Senegal, Gambia, Mali, Guinea Conakry, Nigeria, Afghanistan, Bangladesh, condizione che richiederebbe una maggior presenza di mediatori linguistici e culturali, una carenza su cui ci confrontiamo a lungo. L’equipe che lavora nel progetto è formata infatti da quattro educatori, due guardiani notturni(che si turnano in un solo centro) e quattro mediatori che ruotano però sui tre progetti Sprar della provincia. Psicologo e consulente legale sono collaboratori esterni. Tutti i migranti hanno tessera sanitaria e il medico di base, mentre per le prestazioni più urgenti ci si rivolge all’ospedale più vicino. I pasti vengono forniti da un servizio di catering esterno e agli ospiti viene erogato un pocket money per la somma di 1.5 euro al giorno. L’operatrice addetta alla progettazione ed al bilancio delle competenze ci parla della diverse attività organizzate oltre all’elaborazione di progetti personalizzati per ogni migrante. La mattina e la sera, da lunedì a venerdì, presso la sede legale si tiene un corso di alfabetizzazione con un’insegnante qualificata; in base ai diversi livelli i ragazzi poi seguono corsi L2 o di licenza media in istituti della città. Sempre nella stessa struttura si tengono anche corsi di orientamento ai servizi presenti sul territorio, educazione alla cittadinanza, informatica e di supporto allo studio per chi riesce ad iscriversi alla scuola guida. Un passaggio molto importante quest’ultimo per l’autonomia e la possibilità di impiego. Vicino a noi ci sono tre ragazzi ospiti con cui cerchiamo di interagire ma solo uno si mostra interessato e ci racconta di come qui stia ricominciando a dedicarsi alla sartoria, la sua professione da sempre. Per ora taglia e cuce vestiti usando una macchina da cucire messa a disposizione dal centro ma spera ben presto di poterli anche vendere sul mercato. I ragazzi ci parlano delle loro giornate spese tra le diverse attività e alcuni giri per il centro di Pachino o la zona costiera, che raggiungono in bici; sono qui da pochi mesi e si dicono soddisfatti di abitare in un paese molto più grande di quello in cui erano prima, dove si possono fare più cose e conoscere diverse persone. Una prevedibile diffidenza e la presenza degli operatori potrebbe essere il motivo per cui la conversazione non prosegue a lungo, e l’arrivo imminente del pranzo ci fa spostare verso il secondo appartamento, sempre accompagnati da due operatori. Qui troviamo un gruppetto di ragazzi intenti a guardare la TV; sono giunti quattro o tre mesi fa da comunità vicine o dal Cara di Mineo, di cui ci descrivono le condizioni senza alcun rimpianto: “Sono rimasto un anno e quattro mesi a Mineo senza fare nulla. Solo file, per mangiare, per il dottore e per tutto”. Dai commenti sulla sistemazione precedente comprendiamo la soddisfazione per quella attuale “qui sto bene, gli operatori mi seguono e se ho bisogno ci sono”; “sto facendo la scuola guida, poi il corso di italiano. Non mi interessa spostarmi ma solo riuscire a stare tranquillo”. In effetti si respira un’aria serena e di fiducia tra chi lavora e chi vive nella casa. Lasciamo i ragazzi con la promessa e la speranza di rivederli presto, e poter parlare più a lungo, magari fuori dal centro, ora che ci conoscono e abbiamo un po’ familiarizzato. Convinti che in questo luogo stiano lentamente riacquistando la speranza di costruirsi un futuro dignitoso, dopo averla quasi perduta.

Lucia Borghi

Borderline Sicilia Onlus