12 settembre 2014

Visita all’hotel Mokarta: uno dei sei CAS di Salemi

L’hotel Mokarta è un albergo sito vicino al centro di Salemi, che ha assunto la funzione di Cas lo scorso febbraio, sotto la gestione dell’associazione “Pro rifugiati conforto e assistenza” creata ad hoc e fondata dallo stesso proprietario dell’hotel, il quale ha deciso di occuparsi di accoglienza straordinaria, dopo un calo delle prenotazioni (come da lui dichiarato al giornalista di Panorama lo scorso luglio) http://news.panorama.it/cronaca/immigrati-sicilia-business-alberghi
Al mio arrivo trovo nella hall alcuni dei richiedenti asilo che vi risiedono. Sono loro a raccontarmi di essere 150 persone a vivere lì (per un totale di 40 stanze) e che le nazioni di provenienza sono principalmente: Gambia, Mali e a seguire Senegal, Nigeria, Burkina Faso e Guinea Bissau.

Dopo poco mi raggiunge il proprietario dell’albergo che mi informa di non potere autorizzare l’ingresso alla struttura per disposizione della Prefettura di Trapani, la quale ha recentemente inoltrato a tutti i CAS della provincia la lista delle sole organizzazione accreditate e persone autorizzate, richiedendo per tutte le altre un’ autorizzazione specifica per l’ingresso. Dopo aver lasciato i miei dati, continuo la conversazione con i giovani ospiti nella hall.
Il problema che affligge tutti è ancora una volta la regolarizzazione della loro situazione. Tutti loro possiedono un permesso di soggiorno per richiesta d’asilo (ad eccezione di 4 che hanno solo il cedolino sostitutivo), il quale è stato già rinnovato ed è nuovamente in scadenza, senza che nessuno di loro abbia ancora idea della data di audizione con la Commissione. Mi dicono di essere arrivati tutti in Italia a gennaio e a Salemi a febbraio, ma di aver formalizzato la domanda di asilo, compilando il modello C3 solo lo scorso maggio. Tutti (ormai sono circa una cinquantina quelli che stanno parlano con me) si dicono preoccupati delle tempistiche e mostrano di non aver ben chiaro l’iter che li aspetta. Per questo mi viene spontaneo domandare loro se ricevono un’assistenza legale. Mi viene confermato che c’è un avvocato che, nell’ultimo mese, si reca al centro anche settimanalmente, ma che non risulta esauriente il suo sostegno perché si rendono conto di non sapere tante cose necessarie per il loro futuro, lamentando anche di avere difficoltà a comunicare con lui, nonostante, durante i colloqui individuali (che vertono esclusivamente su questioni legate alla richiesta di asilo) ci sia la psicologa del centro a fare da interprete . Mi dicono che tre mesi fa anche un operatore dell’UNHCR ha tenuto un incontro collettivo di informazione sui loro diritti e sulla protezione internazionale.
Inoltre, per la maggior parte di loro è stato predisposto il trasferimento in centri Sprar su tutto il territorio nazionale e il pensiero, legittimo, che li affligge è che lo spostamento di competenza da una Commissione territoriale ad un’altra possa allungare ulteriormente i tempi di attesa.
Nella conversazione che intrattengo con loro, noto che nessuno parla spontaneamente l’italiano e chiedo dunque informazioni sull’esistenza di un corso. In quel momento interviene nella discussione l’assistente sociale che stava ascoltando la conversazione dall’ufficio, la quale ci tiene a precisare che il corso c’è e che viene frequentato solo da alcuni di loro. Questo mi viene confermato dagli ospiti e mentre alcuni affermano di non frequentarlo per la scarsa qualità del corso, altri sottolineano che è ripartito da pochi giorni dopo la pausa estiva e che è stato organizzato in maniera continuativa nei mesi di maggio, giugno e luglio.
Quando chiedo agli ospiti pareri sull’assistenza medica, mi dicono che a seguito delle loro segnalazioni vengono accompagnati alle visite mediche o in ospedale senza problemi. C’è chi fa notare i tempi di attesa troppo lunghi degli appuntamenti per le visite specialistiche, così spiego loro che è un problema che caratterizza l’intero sevizio sanitario nazionale.
In generale mi dicono di stare bene nella struttura, che il cibo è buono, le stanze sono accoglienti e il pocket money viene erogato loro puntualmente. Il problema , dicono, è non avere niente da fare tutto il giorno, mentre si rimane nell’attesa estenuante dei documenti. Del resto, pare che neppure andare a fare un giro nel centro del paese sia un buon diversivo perché, dicono, che è difficile comunicare e socializzare con gli autoctoni, i quali si dimostrano poco accoglienti nei loro confronti. C’è chi mi dice “they don’t like black people. We understood it”.
L’hotel Mokarta è solo uno dei sei Cas che sono stati attivati a Salemi e l’inserimento di circa 600 richiedenti asilo in questo piccolo comune, che conta poco meno di 11.000 abitanti, non è stato in alcun modo accompagnato da un percorso di mediazione che informasse e coinvolgesse in questa accoglienza i cittadini, i quali sembrano così rispondere a questa presenza con atteggiamento di chiusura e diffidenza.
Conclusa la conversazione con gli ospiti della struttura mi reco nell’ufficio per parlare con il responsabile del centro e l’assistente sociale, i quali si erano sino a quel momento tenuti in disparte, tranne in due momenti, mentre ascoltavano le nostre conversazioni dall’ufficio. Ci tengono a precisare di essere intervenuti istintivamente perché si impegnano molto nel loro lavoro ed è frustrante non vedere riconosciuto il loro impegno. Così, specificando che per tutti gli ospiti è stato effettuato il rilascio del tesserino STP, mi mostrano l’agenda con tutti gli appuntamenti delle diverse visite ambulatoriali e un grande faldone di referti di esami rx, raccontando che all’inizio ( prima che venisse raccomandato loro di attenersi ad uno screening generale) garantivano uno screening che comprendeva, oltre le analisi del sangue, i test della tbc e di Mantoux.
A proposito dell’ assistenza legale i gestori mi mostrano la copia di un foglio che è stato distribuito a tutti gli ospiti, il quale reca le informazioni circa lo status di rifugiato, la protezione sussidiaria e quella umanitaria, nonché l’ordine di espulsione.
Infine, dopo avermi confermato le difficoltà di inserimento e socializzazione nel contesto cittadino, ci parlano di piccole attività ricreative attivate dagli stessi ospiti, quali un orto in un appezzamento di terra appartenente all’hotel, nel quale si sono poi spontaneamente coinvolti altri 15 ragazzi. Vedo poi un grande salone utilizzato come spazio comune, nel quale c’è una tv, un bigliardino ed una panca per esercizi fisici.
Giunta al termine la nostra conversazione, ancora una volta, mi ritrovo a salutare ed augurare buona fortuna a decine di persone sospese in un’attesa che dura mesi e che non sanno come e quando finirà.
E’ più che mai evidente l’impellente necessità di ampliare il numero delle commissioni territoriali al fine di garantire tempi di attesa ragionevoli , nei limiti previsti dalla legge e nel rispetto dei diritti e della dignità di chi arriva.
Giovanna Vaccaro
Bordeline Sicilia Onlus