2 febbraio 2015

Visita al “nuovo”centro di accoglienza di Rosolini. Richiedenti asilo che attendono da agosto l’avvio della procedura.

Raggiungere il CAS Alessandro Frasca SAS, situato a Rosolini, non è semplice, perlomeno per chi non è del posto. Una volta lasciato il paese, prima di immettersi sulla strada a tornanti che porta alle vicine cave, l’unico modo per scovarlo e’ chiedere ai passanti dell’ex discoteca Piccadilly, che da poco è appunto diventata una struttura per migranti. Una costruzione imponente e mai completata, come apprendiamo poco dopo da un’operatrice del centro, che prima era adibita a discoteca e sala per ricevimenti, abbarbicata su una stradina sterrata tra le poche costruzioni prima delle cave, che si estendono tutt’intorno.

Una sistemazione decisamente infelice per un migrante che dovrebbe integrarsi nella realtà in cui approda, come ci confermano tutti coloro che incontriamo una volta arrivati. Veniamo accolti da un’operatrice e mediatrice culturale del centro, che si mostra molto disponibile nel farci da guida nella struttura insieme a M., un richiedente asilo che conosciamo tramite comuni amici e che da poco è stato trasferito qui dal centro Umberto I di Siracusa. M. è molto felice di vederci ma, con nostra grande sorpresa, la sua prima richiesta, esplicitata anche con l’aiuto della traduzione della mediatrice, è quella di capire qualcosa da noi in merito ai suoi documenti. Chiediamo quindi alla ragazza, unico operatore presente nella struttura al momento, di illustrarci nel dettaglio l’organizzazione del centro. Attraversiamo un ampio salone, dove i ragazzi stanno prendendo i vassoi del pranzo, per parlare più tranquillamente nell’ufficio, dove campeggiano, tra le cartelle dei documenti, i regolamenti del centro, tradotti in inglese, francese e arabo e pure una sorta di listino con i prezzi delle sigarette e delle schede telefoniche. F., la mediatrice, ci dice che il centro ha una convenzione con la Prefettura come CAS dal 6 agosto 2014, e da allora ha accolto centinaia di migranti. La capienza del centro è di 90+2 persone, anche se attualmente, dopo allontanamenti e trasferimenti, gli ospiti sono 23, tutti uomini e maggiorenni. Nell’estate è stata alta la percentuale di profughi del Bangladesh, Pakistan, Mali, Senegal, Ghana, Gambia, mentre ora i migranti sono quasi tutti di origine sub sahariana, compresi gli ultimi arrivati con lo sbarco del 17 gennaio direttamente dal porto di Augusta. La struttura comprende un ampio salone dedicato alle attività di socializzazione, con postazioni per collegamenti a internet e due calcetti da tavolo, un piccolo cucinino, usato principalmente dagli operatori, un’infermeria, un ufficio e le camere da letto, con letti a castello e 16 posti circa per ogni stanza, prive di un riscaldamento adeguato, poiché ovunque fa davvero freddo. All’esterno si estende un cortile su cui si affaccia un piccolo stanzino adibito a palestra, mentre davanti all’ingresso principale uno slargo in terra battuta è stato adibito a campo da calcio. Nel centro lavorano dai 5 ai 6 operatori, tra cui due mediatori culturali, che promuovono ogni mattina per circa un’ora un corso di alfabetizzazione. Non si registra la presenza dello psicologo o dell’assistente sociale, e soprattutto i ragazzi sembrano non aver mai avuto un’assistenza legale adeguata. F. ci dice che gli operatori hanno spiegato ad ogni ospite la procedura di richiesta dei documenti che li attende e che con alcuni stanno anche procedendo alla raccolta delle storie per la commissione, ma, nonostante la buona volontà, le informazioni date ai migranti sembrano imprecise o quantomeno insoddisfacenti, visto che anche altri, notando la nostra presenza e sperando di trovare in noi degli avvocati, ci chiedono informazioni sui loro documenti. “Non capisco perché devo aspettare tutto questo tempo” riprende S., del Gambia, che ci ha raggiunto in ufficio. Facendo altre domande, e precisando che il tipo di permesso viene dato in base alla propria situazione, comprendiamo che quasi tutti i ragazzi presenti, tranne i neomaggiorenni appena trasferiti, hanno come unico documento il cartellino che certifica la loro presenza al centro. “Purtroppo, vista la lentezza della Questura e Prefettura, in molti hanno completato da poco il foto segnalamento e proprio alla fine di questo mese, cioè tra pochi giorni, un operatore andrà con alcuni di loro in questura per il modello C 3” continua F. “Sappiamo che aspettare da agosto significa aspettare tantissimo, ma noi non possiamo farci nulla, è il sistema che non funziona”. I ragazzi ovviamente non desistono nel chiedere il perché di un attesa tanto lunga, mentre altri loro amici hanno già i documenti, e la conversazione si sposta rapidamente sulla qualità della vita nel centro, in questa lunga attesa. “Qui non possiamo fare nulla, solo mangiare e dormire”. F. ci dice che i ragazzi frequentano i corsi di alfabetizzazione la mattina, alcuni giocano a calcio nella squadra del paese e spesso vengono accompagnati dagli operatori in centro con i pulmini. “Sono accompagnati perché la strada è davvero brutta e per facilitare la loro graduale integrazione nel territorio, che non è abituato alla presenza di immigrati”. All’incalzare della nostra domanda “Ma possono anche uscire da soli vero?” F. è costretta però ad ammettere di no, le regole sono che i ragazzi escono accompagnati. Quindi una limitazione della libertà di circolazione del tutto arbitraria ed illegittima. A questo punto il sospetto che la vendita di sigarette e schede telefoniche sia data dall’impossibilità di movimento diventa sempre più forte, e i ragazzi ce lo lasciano intendere, ripetendo che non si può uscire per fare nulla. Concordano però con F. sulla puntualità dell’erogazione del pocket money mensile e sul fatto che in questo centro sia davvero positivo poter parlare con operatori che conoscono l’arabo, il francese e l’inglese.
Nel salone c’è chi ascolta musica a tutto volume e chi gioca al calcetto. Alcuni ragazzi nigeriani ci fermano per parlare e scherzare un po’ sulla vita in Sicilia e sulle difficoltà di tradurre il siciliano in arabo. Arrivano altri operatori e vengono coinvolti nella discussione, in un clima disteso. “Se non fosse per la noia dell’attesa e “gli incomprensibili documenti” come ribadisce M., “potrei anche stare tranquillo”. Proviamo a chiedere se altri sono passati da qui per dare loro informazioni, ma la risposta è negativa. Ribadiamo quindi la nostra disponibilità ad incontrare i responsabili per discutere della questione e F. si offre subito per fare da tramite, quasi sollevata. Nella speranza che la situazione cambi rapidamente. Per non lasciare che la buona volontà faccia dimenticare i diritti fondamentali di chi non deve più aspettare per conoscere e costruire il proprio futuro.
Lucia Borghi
Borderline Sicilia Onlus