16 febbraio 2016

Visita al CAS della coop “Arc en Ciel” di Acate

Il giorno 8 febbraio ci siamo recati in visita al CAS situato
ad Acate (RG), gestito dalla cooperativa “Arc En Ciel”, che è già ente gestore
di altri CAS situati rispettivamente nei comuni di Giarratana, Ragusa e Modica.
La nostra visita avviene su autorizzazione della Prefettura e previo accordo
verbale con gli operatori dell’ente gestore.

La struttura è situata lungo la strada statale all’uscita
della cittadina e si distingue dagli edifici circostanti unicamente per la
presenza di indumenti stesi fuori: si tratta infatti di un edificio
rassomigliante all’esterno in tutto e per tutto ad uno dei tanti
capannoni/magazzini che sfilano tra le serre in questa zona e difficilmente
potrebbe dirsi un centro di accoglienza per richiedenti asilo. Uno slargo di
cemento separa il cancello aperto dalla costruzione rettangolare che si
sviluppa su un unico piano al centro del cortile; tutt’intorno nient’altro che
i panni stesi anche sulle recinzioni o sui fili che sorvolano lo spiazzo,
alcuni bidoni della spazzatura, poche sedie sparse vicino alla porta d’ingresso
aperta.

Quando arriviamo l’operatrice non è ancora presente e
iniziamo quindi a presentarci e a parlare con alcuni ospiti. La replica alla
nostra presentazione è quasi unanime: “Abbiamo visto tantissime persone che ci
hanno detto di occuparsi di diritti dei migranti. Tutti ci hanno fatto molte
domande, ma poi nessuno è tornato, almeno quasi
nessuno, e soprattutto qui per noi non è cambiato un bel niente!” Uno sfogo
comprensibile a cui però non viene lasciato molto spazio perché i migranti
sembrano aver davvero molte cose da raccontare. Iniziamo così a conoscere
innanzitutto le storie personali di alcuni degli ospiti presenti da più tempo;
come ci confermerà poi l’operatrice in un secondo momento, un buon numero dei
21 ragazzi presenti si trova in questo CAS da quasi due anni! A parlare è X.,
in Italia dal febbraio 2013, che spontaneamente e in modo pacato ci descrive
tutto il percorso fatto per arrivare nel nostro paese: un viaggio di fuga da
persecuzioni e torture che non gli è valso però il riconoscimento di alcuna
protezione da parte della Commissione. Come per molti altri, anche per lui
l’unica possibilità è stata quella di inoltrare ricorso contro il diniego
ricevuto, tramite uno degli avvocati del centro. Ci viene spontaneo chiedergli
se ha potuto parlare con qualcuno prima dell’audizione in Commissione e che
rapporto ha ora con il suo difensore: “No, quando sono arrivato nessuno mi ha
spiegato bene cos’era la Commissione. L’avvocato l’ho incontrato solo quando ho
avuto il negativo, ma poche volte. Non parla inglese ma solo italiano, quindi
non posso parlare con lui molto”. Almeno altri cinque ragazzi ci confermano
l’impossibilità di comunicare, se non sporadicamente e tramite altri, con i
loro difensori. Chi arriva non sembra quindi trovare informazione e
un’assistenza adeguata rispetto alla procedura di protezione internazionale che
è stata iniziata. “Per il resto vedi anche tu dove siamo e cosa possiamo fare:
niente! Da due anni la mia situazione è questa, e non solo la mia”. Nella
saletta in cui siamo ci sono fogli con frasi, verbi e parole italiane appesi
alle pareti, ma tutti parlano lingue diverse dall’italiano: inglese, francese,
se non lingue o dialetti locali. “Le lezioni di italiano dovrebbero essere due
pomeriggi a settimana. L’insegnante è l’operatrice che arriverà tra poco. In
realtà non sempre ci sono nemmeno queste due lezioni, dipende se l’insegnante
ha cose più urgenti da fare” continua X. Chiedo se per caso qualcuno frequenta
la scuola di italiano nei paesi vicini, come succede per altri ospiti in
diversi CAS della provincia, ma la risposta è no. Sono in molti adesso gli
ospiti che si sono avvicinati, ognuno con qualcosa da raccontare, in pochi con
gli auricolari alle orecchie che infileranno immediatamente più tardi,
isolandosi nello spazio desolante che circonda l’edificio e chiudendosi in sé
stessi. “Non parliamo italiano anche perché non conosciamo molti italiani, le
persone che lavorano qui sono poche e stanno poco tempo in struttura: oltre
all’insegnante che viene due pomeriggi a settimana c’è un operatore che viene
qualche ora la mattina, una signora che pulisce per qualche ora, ma da sabato
non si fa vedere per esempio, e a volte un altro ragazzo che porta la spesa.”
Chiediamo se hanno un numero di telefono da contattare in caso di emergenza e
confermano di averlo, “ma spesso è inutile. Quando ci rispondono è come se ci
facessero un favore, e probabilmente per loro è così. Ognuno di noi ha esigenze
diverse ma non vi si dà peso. Due frasi in italiano e via.” Altri ragazzi
elencano diversi episodi in cui sembra che l’operatore non sia per nulla celere
nel rispondere alle chiamate: “Siamo lasciati qui. Ci fanno la spesa, ci danno
i vestiti e il pocket money di 36 euro ogni 15 giorni, niente di più.” Alcuni
nominano operatori di altre organizzazioni umanitarie o dottori; parlando con
l’insegnante avremo poi la conferma che si tratta degli operatori di Medu ed
Msf che svolgono assistenza psicologica all’interno del centro. Chiedo se
conoscono un po’ il territorio in cui sono e la domanda giunge quasi come una
provocazione: “l’unico paese che conosciamo a parte Acate, che riusciamo a
raggiungere a piedi o in bici, è Ragusa, perché ci portano per i documenti.
Vedi pure tu dove siamo, come facciamo a spostarci? Se andiamo anche in giro in
paese, è forse meglio che nessuno ci guardi piuttosto che ricevere qualche insulto.”
Y. intanto riprende la questione dei soldi dicendo che uno dei problemi più
grandi è per lui il lavoro: “Il pocket money non basta e non può essere per
anni, se uno deve costruirsi una vita in Italia ma soprattutto mantenere la sua
famiglia”. Anche lui, come molti migranti incontrati, afferma di aver cambiato
più volte numero di cellulare per non essere perennemente assillato dai
familiari che richiedono un suo contributo dall’Europa. “Senza saper parlare o
avere contatti con il resto della società locale l’unica cosa è andare a
lavorare nei campi in un regime di sfruttamento, per otto ore al giorno,
prendendo 25 euro! In molti lo fanno, io ora non più. Ma per questo devo
convivere con una preoccupazione maggiore”. E’ su queste parole che ci raggiunge
l’operatrice appena arrivata al centro, già responsabile del CAS situato a
Modica, nella frazione di Frigintini. Andiamo in un piccolo ufficio situato a
destra dell’entrata e inizia a farmi una fotografia della situazione attuale,
precisandomi subito che la situazione di questo centro è molto più complessa
delle altre. Gli ospiti presenti sono 21, provenienti da Mali, Gambia, Senegal,
Pakistan, Bangladesh e Costa D’Avorio.

Ad eccezione di 5, arrivati solo poche settimane fa, gli
altri sono al centro da molto tempo, alcuni da quasi due anni, come già
constatato. La maggior parte dei presenti ha ricevuto infatti un diniego da
parte della Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione
internazionale ed ha inoltrato ricorso per mezzo degli avvocati del centro. A
detta dell’operatrice, sarebbe questa la criticità più grossa che genera grande
insofferenza tra gli ospiti. Parlandole dell’aspetto desolante dell’edificio,
prende atto delle nostre osservazioni e ci precisa che internamente i locali
sono stati sistemati di recente dopo il trasferimento da una struttura posta al
centro di Acate, avvenuto circa un anno fa. In ogni stanza sono state
installate delle pompe di calore che fungono anche da condizionatori d’estate,
e altre migliorie non meglio specificate. Andiamo quindi subito a visitare la
struttura: oltre alla saletta per le lezioni di italiano che abbiamo già avuto
modo di vedere, si aprono sul lato opposto gli ingressi ad una sala soggiorno
che prosegue nella cucina e all’area bagni/docce. Il pavimento dei servizi è
completamente bagnato, con acqua sparsa anche nell’adiacente locale lavanderia.
Per tutti e 21 ospiti ci sono tre bagni e tre docce in comune; per la pulizia
l’operatrice ci conferma la presenza di un’addetta ogni mattina e quando le
facciamo notare che i ragazzi riferiscono di non vederla da due giorni mi dice
che non sa di preciso perché, rimandandoci per le questioni più specifiche al
responsabile del centro. Seguendo il corridoio passiamo quindi per le cinque camere
da letto, da quattro posti ciascuna, tutte dotate di almeno una finestra. Le
stanze sembrano abbastanza spaziose, dotate di un arredo minimo e delle pompe
di calore. All’uscita un ragazzo ci dirà che il riscaldamento c’è da soli tre
mesi, però funziona. Per quanto riguarda i pasti, l’operatrice ci spiega che i
ragazzi cucinano autonomamente, rispettando orari di massima di apertura della
cucina, con la spesa che gli operatori portano ogni giorno. Tra i presenti
non abbiamo registrato lamentele od osservazioni
particolari rispetto al cibo. Ritornate in ufficio, sono invece almeno due i
ragazzi che si arrivano lamentando dolori diversi, chi allo stomaco e chi ai
denti: l’operatrice ci assicura che anche qui, come negli altri centri, non
appena possibile per tutti viene richiesta la tessera sanitaria e c’è
l’affidamento ad un medico curante. Prosegue poi dicendoci che molte volte i
dolori sono sintomi di un malessere ben diverso, e questo ovviamente non siamo
in grado di verificarlo durante la nostra breve visita. Arriviamo quindi alla questione del personale
impiegato nella struttura: ci viene detto che, oltre all’operatrice che ha
anche il ruolo di insegnante di italiano per due pomeriggi a settimana, al
centro è presente tutte le mattine un altro operatore, reperibile anche fuori
orario via telefono, insieme ad una addetta alle pulizie ed alla cucina, il cui
orario non è molto chiaro, e ad un altro operatore presente saltuariamente che
si occupa per lo più delle questioni logistiche. Ci informiamo sulla presenza
di altre figure di riferimento, sottolineandone l’importanza: ci viene ribadito
che come assistenti sociali o psicologi, in caso di necessità si rivolgono ai
colleghi di Ragusa, mentre funziona molto bene la collaborazione con gli
operatori di Medu ed Msf, per quanto riguarda il supporto psicologico e le
eventuali certificazioni utili anche ai fini dei ricorsi in Commissione. A
questo proposito chiediamo se viene fatta un’informativa da parte di consulenti
legali o altri prima dell’audizione e ci viene risposto che all’inizio ad
ognuno viene spiegata un po’ la situazione, ma l’avvocato interviene solo in
caso di ricorso. Esplicitiamo l’insofferenza degli ospiti per l’impossibilità
di comunicare direttamente con gli avvocati e la prima risposta è che in questo
centro “tutti ormai capiscono l’italiano”. Facciamo ovviamente notare come
questo dato, per noi ancora tutto da verificare, non deroga certo dal diritto
spettante ad ognuno di avere e gestire informazioni riguardanti il proprio
status nella lingua a lui più comprensibile. Lasciamo l’operatrice alla lezione
di italiano mentre sulla porta ci raggiungono altri ragazzi, che ci
sottolineano ancora come “sono tante le cose che non vanno qui. Noi vi diciamo
quello che è vero, poi fatene quello che volete”. Senza nessun timore ma piuttosto con la
sicurezza di chi sta semplicemente constatando un dato di fatto. “Sappiamo che
le nostre parole non hanno lo stesso peso di alcune altre. Ma per ora è l’unica
cosa che possiamo fare”. Un ragazzo mi espone esasperato le sue difficoltà
nell’avere chiarimenti circa i suoi documenti: “E’ da tre mesi che l’operatore
mi dice di aspettare, che in Prefettura ci sono problemi e per questo il mio
permesso non è ancora pronto. Io però vedo che negli altri centri gli ospiti
hanno i documenti molto più velocemente e sono nella mia stessa situazione. Mi
dici perché?” Rispondiamo dicendo che purtroppo il paragone con altri centri è
perdente, perché ogni situazione è diversa e data da un insieme di fattori
concomitanti. In tanti posti e situazioni diversi altri migranti ci hanno posto
la stessa domanda e sappiamo che i tempi della burocrazia sono decisamente
estenuanti. Quello che non convince il nostro interlocutore è la mancanza di
una risposta chiara, a suo dire, da parte degli operatori: “Se fosse così,
perché si rifiuta di portarmi in Prefettura così posso vedere pure io cosa
succede e crederci?” Per questo interrogativo infatti non abbiamo risposta,
così come per altri simili, che fanno emergere la mancanza di un’assistenza
individuale, di una persona che spieghi ad ognuno il motivo di un’attesa di
anni, veramente difficile da comprendere, e la presenza di pochi operatori
nella struttura non depone certo in favore della cooperativa. Stesso discorso
vale per la questione delle tessere sanitarie: due ospiti mi mostrano le
tessere sanitarie scadute anche da 5 mesi, con un permesso di soggiorno già
rinnovato. “Perché non posso avere una tessera nuova? Non capisco! Quando
facciamo vedere all’operatore le prescrizioni del medico non ci danno farmaci
della farmacia ma solo quelli generici che tengono qui. Noi vogliamo i farmaci
dai dottori!” Interpellata in merito, l’operatrice presente, che ha assistito
ad alcuni di questi dialoghi, ci dice che tutte le prescrizioni mediche sono
rispettate e l’insofferenza diffusa e radicata è la causa scatenante di tutte
queste lamentele. “Sappiamo anche noi che due anni di attesa sono troppi. Per
questo bisognerebbe che chi è qui da molto trovi un’altra sistemazione da solo,
fuori dai centri. I ricorrenti sono le persone più insofferenti”, aggiunge. Le
frasi ci rimandano all’assurdità drammatica della situazione, dove all’interno
di un sistema che non ha come obiettivo il benessere e al tutela dei migranti,
e mostra quotidianamente la sua inadeguatezza e violenza, si arrivano ad
ipotizzare soluzioni di questo tipo. I ragazzi continuano a raccontare, anche
se dopo l’arrivo dell’insegnante è solo un piccolo gruppo che continua a
parlare; sia loro che l’operatrice mi rimandano per altri chiarimenti al
responsabile della cooperativa, che contattiamo nei giorni seguenti. Ci
sentiamo per telefono e una delle prime cose che ci precisa è che ha ben
presente chi sono i ragazzi con cui abbiamo avuto modo di parlare; a suo dire
si tratta dei migranti soggiornanti da più tempo nel CAS e particolarmente
“difficili” ed insofferenti proprio per questo. Il responsabile ammette
l’esistenza di serie difficoltà di comunicazione ed un progressivo deteriorarsi
di alcuni rapporti tra operatori ed utenti, ragion per cui ci comunica che dal
mese prossimo sono previsti diversi cambiamenti. In primo luogo ci saranno
delle sostituzioni tra gli operatori e l’aggiunta di un servizio di assistenza
legale già prima dell’audizione in Commissione; si prevede poi un ampliamento
della struttura con la creazione di un nuovo salone adibito a mensa e un locale
dedicato alle attività formative, dove si ospiteranno alcuni insegnanti di
italiano che terranno le lezioni anche per altri migranti residenti in zona.
Elenchiamo i diversi problemi che ci hanno evidenziato i ragazzi, tra cui
quello di una comunicazione chiara con i legali; il responsabile ci conferma
che nei passaggi per l’ottenimento del permesso di soggiorno e i documenti si
effettua per tutti l’attività di traduzione come presuppone ci sia anche in
sede di ricorso, ma non essendo presente ai diversi incontri tra migranti e
legali non ce ne può dare la certezza. Ci dice poi che in merito ai rinnovi
delle tessere sanitarie, ad ognuno è stato spiegato come il problema sia la
lentezza del sistema italiano, uguale per i cittadini e non, mentre ammette che
da parte della cooperativa vengono distribuiti solo eventualmente i farmaci
generici corrispondenti a quelli prescritti fornendone invece anche altri con
grossa fatica. Questo poiché ultimamente le prassi adottate dal distretto
sanitario di Vittoria, di cui fa parte pure Acate, non riconoscono l’esenzione
ai diniegati anche se regolarmente titolari di permesso di soggiorno, con la
scusa che ai ragazzi è consentito lavorare. Prendiamo atto di tale prassi
gravissima e fuori da ogni regola, e lo invitiamo a denunciare la cosa con
fermezza. Ciò che viene sottolineato con più frequenza dal responsabile è però
la visione distorta della situazione che abbiamo potuto avere dagli ospiti con
cui abbiamo parlato, individuati sempre in un gruppo omogeneo, perché veramente
esasperati dai tempi d’attesa. La soluzione che vede, oltre all’urgente
riorganizzazione necessaria all’interno del sistema di accoglienza, con
possibili ed effettivi trasferimenti dei migranti dai CAS agli SPRAR nei tempi
previsti, risiede a suo dire nell’attivarsi da parte dei profughi che arrivano
per cercare di costruirsi un futuro autonomamente, uscendo quanto prima dai
circuiti dei centri. Con quali strumenti? Qualche nozione di italiano, la
possibilità di muoversi in un area decisamente circoscritta e senza
intermediari con la società di approdo, la presenza innegabile di un razzismo
anche istituzionale presente sul territorio, che tempo fa ha portato pure ad
una raccolta firme per impedire l’apertura di centri d’accoglienza. In una
situazione del genere la soluzione proposta risulta decisamente fuori dalla
portata anche di chi avrebbe la determinazione e un buono stato di salute per
farlo, variabile da non trascurare. Quello che rimane è quindi ancora solo la
parola attesa, o forse non solo, come ci ricordava un ragazzo salutato dopo la
nostra breve visita: “adesso mi guardo il tramonto. Per tanti mesi ho pensato
che qui mi rimanesse solo questo. Adesso ogni tanto penso che posso anche
parlare, quindi và un po’ meglio”.

Lucia Borghi

Borderline Sicilia Onlus