18 agosto 2015

Visita ad un Cas di Ragusa

Dopo aver ottenuto l’autorizzazione dalla Prefettura, abbiamo visitato uno dei Cas di Ragusa, gestito dalla Cooperativa Arc En Ciel. Il Cas, poco distante dal centro città, è all’interno di una grande struttura gestita da decenni dalla A.S.S.A.P. Opere Pie Riunite Eugenio Criscione Lupis, e adibita per metà a ricovero per anziani e per metà appunto a centro di prima accoglienza per migranti dal 2013.

Come d’accordo con il responsabile della struttura, arrivo nella tarda mattinata e vengo subito accolta da un’operatrice, oggi sola a causa delle ferie e dei permessi vari degli altri colleghi. Insieme a lei trovo al lavoro gli addetti alla cucina e alle pulizie dello stabile, che mi vengono presentati mano a mano che si avvicinano all’ufficio. Iniziamo la nostra chiacchierata con una fotografia della situazione attuale del centro. La struttura, molto grande, è in grado di ospitare fino a 50 persone, ma per convenzione con la Prefettura se ne ospitano 48; è un Cas per uomini adulti, e attualmente i migranti presenti provengono da Mali, Senegal, Gambia, Nigeria, Bangladesh, Egitto e Repubblica Centrafricana; tra di loro c’è pure una coppia di ragazzi nigeriani. Un’utenza davvero molto eterogenea, con un età media dai 20 ai 30 anni, tra cui spicca la presenza di un uomo sessantenne di origini egiziane. Alessia, l’operatrice in turno, mi spiega come il migrante sia stato portato ormai diversi mesi fa dalla polizia, con indicazioni iniziali abbastanza vaghe sul suo status: “Prima sembrava lo avessero identificato come presunto scafista, senza comunque nessuna comunicazione ufficiale; poi questa cosa è caduta e noi abbiamo provveduto, con l’aiuto di un mediatore e dell’OIM, a dare le informazioni necessarie al signore e capire il motivo per cui era arrivato in Italia. Essendo egiziano, ci interrogavamo anche sulla possibilità della sua espulsione ed eventuale rimpatrio. Tutto questo mentre il tempo passava ;ora il signore ha inoltrato domanda di protezione internazionale e con questa ha potuto avere i primi documenti, sarà poi la Commissione che deciderà sul da farsi”. Alessia mi spiega anche che il signore ha diversi problemi di salute ed ora è molto confuso, anche perché ha capito che forse dovrà ritornare in Egitto. La speranza è che almeno il suo caso, tra i tanti rimpatriati in fretta e furia, sia esaminato con tutte le tutele previste dalla legge ed un’adeguata considerazione della sua situazione personale, vista la vulnerabilità del soggetto.

I tempi di permanenza nella struttura sono decisamente lunghi, essendo un Cas. “Alcuni ospiti sono qui da quasi due anni, mentre gli ultimi arrivi risalgono a maggio” racconta sempre Alessia. Questo spiega anche come ormai solo in pochi siano ancora in attesa dell’intervista in Commissione, mentre la maggior parte ha già ottenuto un permesso o un diniego ed è in fase di ricorso. E ci fa capire molto bene anche la frustrazione di alcuni ragazzi che avrò modo poi di incrociare. “Per chi arriva provvediamo immediatamente a completare le fasi di identificazione e iniziare la procedura di richiesta di protezione internazionale; con l’attestato nominativo chiediamo poi l’attivazione del codice fiscale, della tessera sanitaria e la residenza temporanea. Purtroppo i tempi di attesa per la Commissione sono di circa 2/3 mesi, mentre per chi fa ricorso si parla di anni”. Una situazione comune a molti migranti che incontriamo nei centri, e che tuttavia deve essere continuamente ricordata e denunciata insieme alle condizioni alquanto deleterie di attesa e sospensione in cui i profughi sono costretti a stare. Alessia mi dice come sia stata attivata in quest’ultimo anno una collaborazione con MSF, che ha seguito per circa un mese i ragazzi appena arrivati e poi con MEDU, il cui psichiatra ha preso in carico diversi casi, e dato poi dei riferimenti sul territorio per i mesi successivi. “Il loro intervento è stato molto importante soprattutto come supporto ad alcuni migranti che dopo mesi di attesa manifestavano un chiaro malessere”, come i tanti conosciuti altrove, aggiungiamo noi, che ancora troppo spesso diventano più fragili dopo l’arrivo, quando realizzano che il futuro per cui hanno rischiato la vita sembra sempre più irraggiungibile. Oltre ad Alessia, prossima a laurearsi come assistente sociale, nella struttura lavorano tre educatori, un operatore notturno, tre persone addette alla cucina e due alle pulizie e ultimamente anche due tirocinanti. I mediatori linguistico/culturali vengono a chiamata così come gli avvocati che seguono i migranti in fase di ricorso, mentre sono gli operatori stessi che provvedono a preparare gli ospiti ai futuri colloqui in Commissione. I migranti hanno seguito durante l’anno corsi serali di alfabetizzazione e lingua italiana dapprima presso una scuola vicina e poi con l’aiuto di una volontaria che si recava presso la struttura, mentre altri progetti sono in cantiere dopo l’estate: “Oltre al calcio, che già i ragazzi praticano ogni giorno nel campetto vicino, pensavamo di proporre altre attività sportive e la creazione di un orto nel nostro terreno” dice Alessia, “per tenerli occupati il più possibile. Ogni tanto organizziamo anche feste o tornei nel nostro cortile”. Parlando iniziamo a fare un giro per la struttura, che si sviluppa su tre piani e prevede diversi spazi comuni, una sala mensa, le camere da 3 o 4 letti ciascuna, i locali lavanderia e anche una stanza per la preghiera, prima spazio comune e poi trasformata da alcuni ragazzi nigeriani in moschea. “I ragazzi la usano per pregare la mattina o prima dei pasti, mentre altre volte si recano alla moschea in città. Ogni settimana viene loro dato il pocket money in contanti per il valore di 2.50 euro al giorno, con cui possono coprire le loro spese; nella struttura non esiste il wi fi ma i ragazzi si attrezzano con i loro cellulari per comunicare” continua Alessia. Arriva l’ora del pranzo, fornito dalla struttura, e i ragazzi si riversano a piccoli gruppi nella sala mensa. Molti di loro prendono il cibo per consumarlo in camera o negli spazi comuni dislocati sui diversi piani. “La convivenza fra ragazzi di provenienza diversa è tutto sommato buona, anche se inevitabilmente si creano piccoli gruppi in base alle comuni nazionalità. Un altro dei progetti futuri è quello di affidare a rappresentanti di diverse etnie la possibilità di cucinare i propri piatti qualche volta, ma vedremo come fare”. I ragazzi sono davvero tanti e viene da chiedersi quanto sia difficile per loro emergere tra i grandi numeri, almeno all’inizio, essere considerati ognuno in base alle proprie esigenze ed alla propria storia, per poi acquisire quella forza indispensabile a costruirsi un futuro in autonomia anche in un paese sconosciuto. Tra chi consuma il pranzo in fretta per correre a lavorare, presumibilmente in qualche campagna, e chi si attarda sulla porta, trovo M., giovane ragazzo gambiano, che fuma tranquillo la sua sigaretta. Parliamo in inglese, anche se la prima cosa che M. mi confida è di essere arrivato al centro ben 11 mesi fa. “ Ho iniziato a seguire la scuola di italiano ma poi non riuscivo. Il problema è che ho tanti problemi per la testa e non riuscivo a concentrarmi. Quindi sì, so che devo parlarlo, lo capisco, ma a scuola è inutile andare per me adesso.” Il pensiero è sempre fisso sui documenti, e la frase più ricorrente è “mangiare, dormire, aspettare”. M. ha ricevuto un diniego ed ora ha un permesso di soggiorno per aver inoltrato ricorso “so che ci vuole tanto tempo, e che a noi del Gambia danno sempre risposte negative. Però un mio amico ha ricevuto il permesso, quindi io ci spero…ho la mail del mio avvocato ma le pratiche sono state gestite dagli operatori, perché parla poco inglese. Spero di avere una risposta buona. Poi capirò anche cosa fare.” I discorsi di M si spostano continuamente dalla situazione attuale “completamente immobile” ai progetti futuri “io sono un meccanico e vorrei imparare a fare questo lavoro anche in Italia. Tutti hanno un auto, lavoro ci sarà sicuro”, ma alla fine quello che rimane è soprattutto l’ansia del non sapere quasi nemmeno cosa aspettare “so che con il mio permesso posso lavorare, ma più ci penso più mi sembra impossibile adesso, e il tempo passa”. Diversa, ma a tratti simile, è la situazione di A., un ragazzo maliano che ha ricevuto da poco il permesso di soggiorno per cinque anni. Alessia gli aveva parlato del mio arrivo chiedendogli se era disposto a fare due chiacchiere con me e così cerchiamo di intenderci un po’ in italiano un po’ in francese. A. è arrivato qui circa un anno fa, dopo essere stato per 15 giorni presso la ex discoteca Tropicana, in condizioni che lui ricorda ancora bene come inaccettabili. File di materassi stesi a terra uno accanto all’altro, poche docce improvvisate per 49 persone. Qui a Ragusa dice di trovarsi molto bene e di aver incontrato persone che l’hanno aiutato fin dall’inizio. “Avere i documenti è stato difficile, e adesso non lo so cosa succede.” Lui ed altri sono in attesa di essere trasferiti presso uno Sprar, “Quello che cerchiamo di fare è di indirizzare tutte le persone che sono in uscita verso uno Sprar, dove possono usufruire di servizi diversi e iniziare un percorso anche di avviamento lavorativo” mi aveva precisato Alessia poco prima. “Purtroppo in molti invece attendono qui troppo tempo”. “Io non voglio andare via, perché penso che in un altro posto dovrei fare ancora la fatica di conoscere nuove persone, nuove cose” dice invece A. “se qui trovo un lavoro vorrei stare qui”, sottolinea mettendo in evidenza tutta la stanchezza di chi sente di aver già fatto un percorso molto lungo e non poter stare ancora molto tranquillo. Parliamo un po’ dell’Italia e di come dopo un anno le cose siano cambiate per A, anche se lentamente “Forse è così: prima non speravo di avere i documenti e poi li ho avuti, ora sono preoccupato per il lavoro ma poi magari arriva pure quello. Un passo alla volta, vediamo domani” dice A. Sperando che questo domani non sia sempre troppo lontano.

Lucia Borghi
Borderline Sicilia Onlus