24 settembre 2015

Visita a due centri per minori a San Giovanni La Punta e S.Agata Li Battiati

“Airone Onlus” è un associazione che da molto tempo si occupa di minori. La prima comunità nasce intorno agli anni Ottanta per ospitare ragazzi italiani ma ben presto, già negli anni Novanta, comincia ad ospitare anche minori stranieri non accompagnati.

Attualmente l’associazione gestisce tre comunità per minori, dove sono ospitati sia ragazzi italiani che stranieri; tutte e tre sono convenzionate con la regione e sono assolutamente indipendenti tra loro, con una autonomia operativa che ritengono preziosa per una migliore gestione delle situazioni che sono differenti sia tra comuni di residenza che tra comunità.

Abbiamo avuto modo di conoscere solamente due delle tre strutture e, nonostante l’autonomia, sono numerose le somiglianze. Entrambe sono predisposte all’accoglienza di dieci ospiti, ragazzi maschi di età compresa tra i 14 e i 18 anni, due posti sono riservati a chi proviene dall’area penale. I due appartamenti sono molto curati e puliti, con spazi ampi e accoglienti, e sono facili da raggiungere con i mezzi pubblici. Anche l’équipe che lavora all’interno dei due centri si assomiglia per composizione: quattro educatori, di cui uno ha il ruolo di coordinatore, un educatore part-time e un ausiliario che provvede alla preparazione dei pasti e alle pulizie della casa. Gli operatori con cui ho avuto modo di parlare lavorano all’interno delle comunità da diversi anni ed hanno quindi acquisito l’esperienza sul campo.

La comunità di San Giovanni La Punta ospita attualmente sei ragazzi, tre italiani e tre stranieri; di questi uno è neo-maggiorenne e proviene dal Gambia e due, un neo-maggiorenne e un minorenne, vengono dall’Egitto.

I tutori vengono assegnati dal Tribunale dopo un mese dalla richiesta, periodo comunque troppo lungo dal momento che non è possibile avviare nessuna pratica fino alla nomina. Per quanto riguarda l’assistenza sanitaria non è mai stata riscontrata alcuna difficoltà.

Tutti i ragazzi della comunità ricevono un pocket money di € 1,55 al giorno. Il denaro serve ai ragazzi per comprarsi ciò che desiderano, considerando che cibo, vestiario e trasporti rientrano nelle spese della comunità.

Per quanto riguarda l’apprendimento della lingua italiana, generalmente i ragazzi frequentano il corso di alfabetizzazione del Centro Astalli, successivamente chi ha sedici anni viene indirizzato ai corsi di italiano del centro EDA. Al momento della nostra visita però nessuno degli ospiti sta studiando la lingua: il ragazzo proveniente dal Gambia, in Italia dal 2014, ha frequentato un corso di alfabetizzazione ma dopo pochi mesi si è ritirato; il giovane egiziano di quattordici anni, arrivato in Italia due anni fa, ha cominciato un corso di alfabetizzazione che ha interrotto a sua volta. Per quest’ultimo l’operatore ha chiesto l’inserimento scolastico nella scuola ma ha incontrato delle difficoltà ed ora spera di poterlo inserire in uno dei corso EDA. Il ragazzo egiziano neo-maggiorenne invece ha ottenuto il diploma di terza media qualche mese fa.

Gli operatori ritengono sia molto importante per i ragazzi svolgere attività fisica, per questo il centro ha stipulato una convenzione con una palestra e ne aveva una con la piscina comunale, che però è chiusa da un paio d’anni per lavori di ristrutturazione. Inoltre si organizzano gite al mare e partite di calcetto.

Attualmente la situazione è in fase di mutamento. Il ragazzo gambiano ha fatto il colloquio con la commissione ad aprile, e sta ancora aspettando l’esito che dovrebbe arrivare ad ottobre e una volta ottenuto il permesso ha espresso il desiderio di andare via, verso nord. Il ragazzo egiziano neo-maggiorenne, per il quale è stato chiesto e ottenuto il prolungamento in struttura, ha la speranza di ottenere un contratto di lavoro in un bar del paese; per quanto riguarda il giovane minorenne, pare che abbia un cugino a Milano disposto a prenderlo in carico quindi assieme all’assistente sociale del Comune si stanno avviando le pratiche per il ricongiungimento.

Le difficoltà che incontrano gli operatori del centro sono numerose, innanzi tutto perchè i finanziamenti della regione arrivano con grossi ritardi, quindi è difficile programmare attività e poi perchè si trovano a gestire non solo minori stranieri con minori italiani, che hanno diversi bisogni e necessità, ma anche minori che arrivano dall’area civile e minori che arrivano dall’area penale.

La comunità di Sant’Agata li Battiati, al momento della nostra visita, è al completo e quattro sono gli ospiti stranieri al suo interno provenienti da Mali, Bangladesh e Egitto. Purtroppo non ho avuto il piacere di parlare con nessuno di loro perché al mio arrivo erano tutti fuori casa.

Per quanto riguarda le figure professionali che operano all’interno di questa comunità, oltre a quelle elencate precedentemente, sono da indicare uno psicologo, un’assistente sociale e un infermiere in convenzione che vengono chiamati al bisogno. Inoltre l’operatore ausiliario ha anche un ruolo educativo, infatti è considerato dai ragazzi un punto di riferimento importante essendo l’unica figura femminile all’interno della struttura.

Al momento gli ospiti stranieri sono tutti maggiorenni ed è stato chiesto per ciascuno di loro il prolungamento. I ragazzi dal Mali e dal Bangladesh hanno un permesso di protezione sussidiaria e umanitaria, mentre i due ragazzi egiziani hanno il permesso per minore età ma adesso che hanno compiuto diciotto anni cercheranno di convertirlo in permesso per lavoro. Tutti i ragazzi hanno la carta d’identità ad eccezione di uno dei ragazzi egiziani che viene all’area penale il quale non ha neppure la residenza a causa di rallentamenti burocratici. Per quanto riguarda le cure mediche, quest’ultimo ha il tesserino Stranieri Temporaneamente Presenti (STP), mentre gli altri tre sono in possesso della tessera sanitaria. Infine, il pocket money consta anche qui di € 1.55.

Oltre ad eventuali attività sportive che i ragazzi svolgono a loro discrezione, tutti stanno intraprendendo attività di inserimento lavorativo, in particolare il ragazzo del Bangladesh sembra che otterrà a breve un contratto di apprendistato e il ragazzo del Mali lavora ogni tanto come mediatore . Quest’ultimo, in possesso del diploma di terza media, avrebbe voluto studiare e arrivare all’università ma ha 19 anni e con gli operatori hanno ritenuto fosse più opportuno concentrarsi sul lavoro per cominciare a costruire quella autonomia necessaria ad uscire dalla comunità ed inserirsi nel territorio. (non so se è chiara questa frase è che anche lui è stato poco chiaro perché hanno lavorato in nero i ragazzi ma adesso stano premendo per essere regolarizzati)

Come lui, tanti sono i ragazzi che arrivano in Europa con delle aspettative, non più solamente per cercare un lavoro e mantenere la famiglia ma per studiare e avere una possibilità vera di far fiorire le loro capacità.

In entrambe le comunità mancano due figure spesso sottovalutate ma necessarie per l’accoglienza di minori stranieri: il mediatore culturale e l’avvocato. Gli operatori stessi ne hanno riconosciuto la mancanza ma ci viene spiegato che questi non sono previsti dalla convenzione? e quindi mancano dei fondi dedicati. Questo mostra come ancora si cerchi un posto dove “mettere” i ragazzi che arrivano senza però preoccuparsi dell’adeguatezza delle strutture ed eventualmente di riadattarle alle nuove esigenze. In caso di bisogno, quindi, gli operatori sono costretti a mettere in capo le risorse personali, i servizi offerti dal settore del volontariato (come ad esempio il Centro Astalli), e le conoscenze che dopo anni di lavoro si sono create, coinvolgendo amici o ragazzi che erano in comunità precedentemente ed ora, autonomi ed integrati nel territorio, si offrono di offrire un aiuto.

Giulia Freddi

Borderline Sicilia