20 maggio 2017

Un mare di impunità

L’8 maggio un gruppo di migranti sbarcati a Pozzallo informa le autorità della scomparsa di almeno 40 compagni di viaggio, imbarcati sul loro stesso gommone. Nei giorni successivi salirà a 230 il numero delle probabili vittime di due naufragi verificatisi al largo delle coste libiche. Lunedì 15 maggio la nave Diciotti della Guardia Costiera Italiana giunge al porto di Trapani con 484 migranti a bordo e 7 salme.

Dall’inizio dell’anno, secondo l’OIM, sono più di 43 mila le persone salvate in mare ed oltre 1.150 quelle scomparse o morte prima di raggiungere il continente europeo.

Cifre che fanno pensare ad interi paesi scomparsi, ad una strage continua e silenziosa, sulla quale in molti preferiscono non fare luce e tacere le diverse responsabilità.

Il ruolo dell’Europa e dell’Italia
L’Unione Europea, nata con l’obiettivo di creare uno spazio unitario di libertà, sicurezza e giustizia, da anni si preoccupa di rafforzare e militarizzare i suoi confini invece di dare ai migranti in fuga la possibilità di vie legali e sicure di accesso nei diversi Paesi membri. L’Italia, frontiera a sud dell’Europa, implementa politiche migratorie finalizzate sempre più al respingimento ed al rimpatrio dei profughi presenti sul territorio, ed al blocco di quelli in arrivo. Il recente decreto Minniti-Orlando ormai è stato trasformato in legge e gli accordi con la Guardia Costiera Libica si rafforzano di giorno in giorno.
Solo pochi giorni fa, la nave di soccorso della Ong tedesca Sea-Watch, ha denunciato l’intervento precipitoso di una nave della Guardia Costiera Libica che ha messo a repentaglio la sicurezza dell’equipaggio tedesco con una manovra azzardata, riportando centinaia di migranti in Libia, quindi in un paese dilaniato dalla guerra civile, con un’azione che sembra essere solo tra le prime di una lunga serie. I profughi rimpatriati sono stati nuovamente rinchiusi nei famigerati centri di detenzione libici, dove le garanzie di tutela non possono essere monitorate e gli abusi e le violenze sono all’ordine del giorno.

Non ci si ferma davanti agli abusi ma nemmeno davanti alla morte. Non possono arrestarsi i migranti, che non hanno altra scelta che rischiare la vita in mare, e non si smuovono i governi europei, che invece di implementare la solidarietà e la giustizia sociale, preferiscono gestire il fenomeno migratorio secondo i propri interessi economici e politici, criminalizzando i profughi ed ogni forma di sostegno nei loro confronti. La recente campagna di diffamazione e criminalizzazione nei confronti delle ONG che prestano soccorso in mare, è l’esempio più lampante della volontà di intimorire qualsiasi forma di aiuto, solidarietà e memoria attiva della situazione attuale, per poter continuare a gestire i migranti come merce di scambio, manodopera a basso costo e senza diritti, nel gioco di forze imposto dal mercato.

Il diritto all’identità ed alla memoria
Nel 2017 i diritti fondamentali non spettano ad ogni essere umano in quanto tale ma dipendono ancora dalla nazionalità, dalle possibilità economiche, dal luogo di origine e spesso dal caso. Parliamo di diritto alla salute, all’istruzione, alla libera circolazione, ad una vita ed anche ad una morte dignitosa.

All’indomani di ogni naufragio aumenta il numero dei migranti che non sono “né morti né vivi” e delle famiglie che si interrogano sulla situazione dei loro congiunti partiti per mare.  Nonostante siano stati recentemente istituiti protocolli finalizzati alla rapida identificazione dei cadaveri e si parli spesso del possibile recupero dei corpi in mare, le famiglie e le associazioni che si battono per questo si devono quotidianamente scontrare con le prassi investigative attuali. Ad ogni sbarco la precedenza nelle indagini viene riservata all’individuazione dei presunti scafisti piuttosto che all’assistenza dei superstiti ed alla raccolta di testimonianze utili per dare un nome a morti e dispersi. Chi scampa alla morte in Libia spesso finisce in un carcere italiano, mentre chi muore non ha neppure diritto a riacquistare un’identità ed una sepoltura degna.

Si fa di tutto perché il mare cancelli le tracce della guerra spietata che l’Europa combatte da anni nei confronti dei migranti, e perchè i corpi e i nomi delle vittime non possano riemergere ed inchiodare ognuno alle proprie responsabilità, con la forza della loro presenza.

Abusi e sfruttamenti
Invece per chi riesce a superare il mare, l’alleato migliore dell’Europa, migliore dei libici che violentano e uccidono, migliore dei trafficanti di morte, viene continuamente abusato nelle nostre città. Abusi silenziosi spesso che ledono la dignità. Basti pensare ad accoglienze interminabili sopra le navi in attesa dello sbarco, oppure dentro le tendopoli in totale promiscuità per mesi prima di ricevere una destinazione più o mena degna di essere chiamata accoglienza.

Un business che c’è dietro le persone che non si arresta, basti pensare alle vicende di Crotone di questi giorni, basti pensare alle chiusure di CAS per inadempienze che poi le prefetture riaprono per emergenza e che favoriscono soltanto uno sporco giro di denaro per i soliti noti. Basti pensare ai tanti centri per minori stranieri non accompagnati che nascono su tutto il territorio siciliano sempre in mano alle grosse multinazionali dell’accoglienza, che favoriscono soltanto l’allontanamento da parte dei migranti dai centri e dalle comunità, visto che tra lungaggini burocratiche e incapacità gestionali, non resta che trovare altre strade.

Un progetto ben preciso che facilita, come più volte denunciato, la sfruttamento delle persone nei campi o nelle strade e si parla di decoro nelle nostre città. Come dice K. vittima di tratta nelle strade di Palermo: “Quando arrivano le navi da crociera passano spesso i poliziotti per sgomberarci dalle strade, specialmente quando arrivano in tanti, poi negli altri giorni si dimenticano di noi, sai, per i turisti non è bello vederci di giorno, ma poi sono quelli che di notte ci vengono a cercare e sono quelli che pagano pure di più”.

Non vedere chi muore, non vedere chi viene abusato e violentato, non sapere cosa c’è dietro il grande giro di sfruttamento nell’agricoltura, questa è la parole d’ordine dei nostri politici, che la polizia cerca di mettere in pratica, non far vedere e non far sapere, e guai ai curiosi, diventano eversivi.

Non far sapere all’opinione pubblica che la scorsa settimana sono stati respinti con foglio di via più di 250 marocchini in tutta la Sicilia, abbandonati per strada e soccorsi soltanto dalle organizzazioni di volontariato che hanno dato ristoro e sostegno a chi non aveva niente, un sistema che non esplode anche per le azioni solidali di tantissimi che con molta difficoltà continuano a sostenere l’umanità.

Lucia Borghi
Borderline Sicilia Onlus