20 ottobre 2015

Trapani. Il meccanismo è fuori controllo.

Sbarco
infinito, minori abbandonati: 5 mesi per la compilazione del modello C3, 18
mesi in attesa della data di appuntamento dinnanzi alla Commissione
territoriale, niente più pocket money. E infine una campo con 600 migranti per
lavorare la “nostra” terra e raccogliere le olive per il “nostro”
olio extravergine.

Ma
andiamo con ordine, perché la settimana appena trascorsa non è stata molto
positiva per la zona di Trapani, in cui proteste e scioperi della fame si sono
succeduti a causa della mala accoglienza, figlia di un sistema ormai incapace
di attenzionare i bisogni delle persone che si ritrovano a vivere un’angoscia
infinita.

Giorno
12 ottobre scorso la nave di Medici Senza Frontiere che ha salvato 700 persone
é arrivata al porto di Trapani nel tardo pomeriggio, provando ad attraccare. Forse
per le condizioni del tempo (forte vento? ma non è una novità nel porto
trapanese) o per l’impreparazione della macchina di accoglienza al porto, la
Capitaneria ha chiesto in un primo momento di far sbarcare i migranti
l’indomani mattina, ma dato il viaggio interminabile dei passeggeri, si è
proceduto allo sbarco alle 19 circa per concludersi alle 13:30 dell’indomani,
13 ottobre.

I
700 migranti, che hanno dormito al porto con le poche coperte termiche a
disposizione (non erano sufficienti per tutti), di cui 160 donne (10 in gravidanza) e circa 50
minori non accompagnati, hanno provato sulla loro pelle cosa è l’accoglienza in
Italia: una macchina in perenne emergenza senza un programma serio e pensato
per le persone. Circa 15 ore di sbarco, interminabili, che non hanno avuto
fine, visto che quasi la totalità delle persone sono state trasferite al nord,
per mancanza di posti nel trapanese.

Un
centinaio di migranti hanno trovato posto nel CAS gestito da Badiagrande a
Valderice che è diventato una sorte di centro di smistamento visto che può
accogli anche più di 200 persone. Per le ultime persone arrivate in banchina
non c’era neanche un “sacchetto” di cibo: la macchina dell’accoglienza
non era pronta per la colazione, così gli operatori di Medici Senza Frontiere
hanno provveduto a distribuire il cibo energetico che si trovava nella dispensa
della nave Bourbon Argos.

La
criticità più grande, sia agli sbarchi che dopo sono i minori, i più
vulnerabili, i più inconsapevoli di quello che può succedere in Italia. Anche a
Trapani, la decisione sulla dichiarazione di minore età è discrezionale e
quindi è sulla “coscienza” del funzionario di turno che,
probabilmente per ordini che arrivano dalle segrete stanze, dà l’ok solo quando
appare palese che si tratti di minore, altrimenti opta per una maggiore età e
il posto in una struttura si trova più facilmente, evitando tante difficoltà al
comune, alla prefettura, al Sistema centrale.

Il
sistema, già in tilt, per i minori lo è ancor di più. I centri ad alta
specializzazione voluti dal ministero, i centri del progetto Rainbow (nuovi
centri di smistamento minori) e via dicendo, sono tutti pieni e la maggior
parte non funzionano come dovrebbero. Ad Alcamo, per esempio, siamo stati
contattati da diversi minori del centro
ad alta specializzazione che si trova in via Ugo Foscolo ed è gestito
dallla cooperativa “Dimensione uomo 2000” che non è nuova dell’accoglienza
(recentemente ha chiuso due comunità alloggio a Trapani per difficoltà di
diversa natura), che lamentano di essere bloccati all’interno della struttura
di smistamento da oltre 90 giorni (tempo massimo previsto per legge), non certo
per colpa dell’ente gestore ma a causa di un sistema incapace di accogliere adeguatamente,
generando proteste giornaliere. Inoltre gli ospiti dicono di non avere più
ricevuto il kit per l’igiene, che i vestiti che indossano sono quelli che hanno
avuto subito dopo il loro arrivo, che il cibo è scadente e non si svolgono
attività di alcun tipo; ma la cosa ancora più grave è che la perdita di tempo
nel trasferimento sta vedendo moltissimi ragazzi diventare maggiorenne, senza
che alcun iter di tutela sia stato avviato nel corso dei mesi, mettendo a
repentaglio il loro precario futuro.

Un
operatore ci ha confermato le difficoltà lavorative all’interno del centro, raccontandoci
che spesso manca anche il latte per la colazione: infatti i ragazzi la
mattina non si alzano ben volentieri!
E ci ha anche confidato che la sua
stanchezza, e dei suoi colleghi, è veramente tanta: noi operatori facciamo i
salti mortali, prendiamo anche insulti dai ragazzi, ma ci proviamo nonostante
non siamo supportati dalle istituzioni e dall’ente gestore…siamo noi in prima
linea a pagare il conto più salato.

A
Save the Children e ad Unchr, che hanno avuto modo di visitare più volte la
struttura, abbiamo girato tutte le criticità raccolte nel corso della nostra
visita, nella speranza che ci sia una verifica attenta su quanto avviene
all’intero del centro, riportando quanto meno alla decenza il centro gestito
dalla cooperativa “Dimensione uomo 2000”.

Se
i minori piangono, gli adulti non sono da meno, visto la situazione di parecchi
CAS della provincia trapanese. Siamo stati a Triscina nel centro di accoglienza
straordinario gestito dal gruppo Insieme, l’ex hotel Aerus. L’insoddisfazione
degli ospiti (85 soprattutto gambiani che ne hanno passate di cotte e di crude
una volta arrivati in Italia, in quanto sono transitati anche dal CIE di Milo),
che si trovano lì da circa due anni, è sfociata una decina di giorni fa in una
protesta che li ha visti bloccare la statale del paesino di mare. Una protesta
rientrata con la speranza di ottenere qualcosa, dato che alcuni di loro da due
anni attendono la comunicazione della data di audizione in Commissione
territoriale e che da qualche tempo è anche finita l’erogazione del pocket
money!

Si
l’ultimo pocket money percepito dai ragazzi è quello di agosto scorso, perché
l’ente gestore è a corto di soldi, visto che non riceve pagamenti da 6 mesi, mettendo
a rischio l’erogazione di tutti i servizi, secondo quanto sostiene l’ente
gestore, anche se sostiene che fino ad ora non sia regolare soltanto nella
distribuzione del pocket money.

Ma
sta di fatto che il mal contento è palese: i giovani migranti si trovano in un
piccolo paese che non ha nulla da offrire loro, specialmente nel periodo
invernale, con le onde del mare che finiscono fin dentro l’hotel, senza pocket
money, senza speranza di cambiare in breve tempo la propria vita e con la
consapevolezza che alcuni diritti non vengono rispettati; in questa situazione
il malcontento crea malumore, lamentele per il cibo, per la mancanza dei kit
igienici, per la difficoltà ad interloquire con gli operatori, anche loro senza
stipendio da 6 mesi: appunto, un sistema fallimentare.

Il
sistema a Triscina, poi, è riuscito a mettere in atto la cosiddetta guerra tra
poveri: in un paesino che “vive” soltanto d’estate, l’irrequietezza
dei giovani africani ha suscitato il malcontento in qualche autoctono che ha
manifestato la propria rabbia sul web, scatenando reazioni verbali violente e
razziste. Episodi come questo fanno sì che il carprio espiatorio si trovi
sempre, spesso e volentieri, nello straniero!

Improvvisandoci
mediatori in una situazione di forte disagio, tra ospiti ed ente gestore siamo
riusciti ad arrivare ad un accordo: i ragazzi verranno accompagnati dagli
operatori in prefettura per un confronto con i funzionari competenti allo scopo
di trovare una soluzione ai ritardi del sistema. Ci ripromettiamo di
raccontarvene prossimamente l’esito.

Un
meccanismo fuori controllo che impiega 5 mesi per fare avviare una pratica di
richiesta di asilo in questura o nei commissariati delle vicine Mazara o Marsala,
il che provoca notevoli ritardi, disguidi, malumori che portano anche
all’allontanamento dai centri perché questo sistema non è credibile e le
persone finiscono nelle mani dei trafficanti che gioiscono di queste falle
disastrose.

Abbiamo
terminato il nostro giro a Campobello di Mazara, dove abbiamo trovato circa 600
migranti, molti dei quali arrivano dal nord Italia per raccogliere le olive,
per poter guadagnare pochi centesimi, per potere sfamare la famiglia, qui o nel
proprio paese di origine. Ma questo lo racconteremo nel prossimo report, quando
cercheremo di farci raccontare la vita nei campi dai loro protagonisti!

Alberto
Biondo

Borderline
Sicilia Onlus