29 settembre 2014

TANTI SIRIANI E PALESTINESI TRA I MIGRANTI ARRIVATI AD AUGUSTA E POZZALLO

Sono rispettivamente 105 e 166 i profughi sbarcati nella giornata di sabato 27 settembre al porto di Augusta e di Pozzallo.
I primi, soccorsi a circa sei miglia da Portopalo da motovedette italiane, sono giunti nel porto di Augusta a notte fonda, per poi essere trasferiti al centro Umberto I di Siracusa. Sono 76 uomini, 11 donne e 18 minori, principalmente siriani in fuga dalla guerra e impossibilitati ormai anche a rimanere in Libia, dove raccontano di un aumento esponenziale di vessazioni e violenze. Tra di loro, le forze dell’ordine hanno arrestato due presunti scafisti egiziani, portati nel carcere di Cavadonna.

Arrivano invece nella prima mattinata 166 migranti, di cui 127 uomini, 19 donne e 20 minori, al porto di Pozzallo, intercettati a poche miglia dalla Libia da un mercantile battente bandiera panamense. Ad attenderli trovano le forze dell’ordine, Frontex, volontari di Croce Rossa e Protezione Civile, medici dell’ASP e di MSF, riuniti già dalle 8.00 in banchina. Siamo tenuti ad indossare la mascherina, ed aspettiamo tutti la loro lenta discesa, osservando dal basso i volti stravolti, e anche indagatori, di chi vede il porto dopo giorni passati in mare. Come ci dice un ragazzo siriano “siamo rimasti circa due, tre giorni in mare. Siamo davvero stanchi.” La maggior parte di loro sono infatti siriani e palestinesi, che da Gaza sono fuggiti in Egitto per poi imbarcarsi in Libia. Un viaggio iniziato poche settimane fa per alcuni, che si fermano a parlare spiegandoci di essere partiti a fine agosto, incalzati dalla guerra che non ha dato loro scelta. Tra di loro c’è anche un neonato di soli 20 giorni, portato all’ospedale di Modica insieme a due donne incinte e ad un altro migrante in condizioni di salute critiche. Per tutti gli altri la destinazione è il CPSA accanto del porto pozzallese, da dove circa un centinaio di migranti sono stati trasferiti in mattinata a Comiso. Uomini, donne e bambini che si trasformano in numeri, e il cui allontanamento dal centro di Comiso, quasi quotidiano dopo i trasferimenti, fa capire tutta l’inadeguatezza del sistema di leggi che non riesce a regolare in modo adeguato gli arrivi e l’accoglienza dei richiedenti asilo. Al di là dei numeri dei siriani e dei palestinesi che si allontanano dai centri, che scombussolano la conta dei pasti e che si muovono rapidamente verso il nord del nostro paese, c’è infatti un forte richiamo alla disperata situazione vissuta da queste persone, fuggite dalle bombe e nonostante ciò costrette a rischiare la vita in mare e a passare per l’Italia. “Io non volevo lasciare il mio paese”mi dice un ragazzo siriano prima di salire sul bus per il centro “ma non si può più vivere in guerra. Non volevo nemmeno venire in Italia. Ma mi hanno detto che in questo momento non avevo altra scelta”. Poche parole ma indispensabili per capire ed agire.
Lucia Borghi
Borderline Sicilia Onlus