31 maggio 2018

Svenduti per pochi voti

Lo scorso fine settimana è stato caratterizzato da una ripresa degli sbarchi con numeri che non si vedevano da tempo. La situazione politica in Libia e la destabilizzazione dei territori nel sud del mondo – oltre le innumerevoli guerre di cui siamo attori – sono soltanto alcune delle cause che hanno visto più di 2500 persone sbarcare sulle nostre coste tra venerdì e domenica. Persone che continuiamo a non riconoscere come tali, a considerarle come numeri, in modo da continuare a uccidere, mutilare, violentare, respingere e non accogliere. Un diritto riconosciuto, sulla carta, che abbiamo completamente svenduto.

L’Italia in particolare ha svenduto centinaia di migliaia di essere umani alle milizie libiche, pur di non farli arrivare in Europa. Il compito è affidato a loro, e qualunque mezzo è consentito. Queste politiche e scelte securitarie hanno fatto vincere le elezioni a tutte le destre europee più o meno xenofobe, continuando a considerare le persone come numeri da pallottoliere.

Tutte le ONG che sono state in Libia, dalla più “istituzionalizzata” alla più critica, condividono un concetto fondamentale e cruciale per la nostra analisi: in Libia non c’è un governo, non ci possiamo fidare della guardia costiera libica e i trafficanti sono collusi con la politica.
Tutto questo viene costantemente ribadito con forza dalle persone che sbarcano in Italia, dopo aver avuto la forza di rimanere vive nonostante i soprusi, le violenze più crudeli e atroci subite.
Corpi esili, sempre più somiglianti ai corpi degli internati ad Auschwitz, come sostiene un’operatrice presente ad uno degli sbarchi di questi giorni: “Mai vista una cosa del genere, più avanti si va e peggio è, le torture in Libia sono sempre più cruente e la gente arriva con varie mutilazioni. Molti sono in uno stato di denutrizione acuta, specialmente alcune nazionalità, e anche in questo stato le persone restano ferme al porto in banchina o sulle navi perché non siamo in grado di accogliere, che Dio possa perdonarci.”

Quello che fa più rabbia è che l’immigrazione – nell’immaginario di tutti – è ormai solo una storia raccontata dalla politica in modo arrogante e alla ricerca continua del capro espiatorio, buono per tutte le stagioni. E ancora più drammatico è il fatto che non siamo capaci di contrastare tutto ciò.

Questo fine settimana sono tornati i morti sui giornali: qualcuno ne ha parlato in qualche trafiletto, ma nessuno ha scritto le storie dei desaparecidos quotidiani, di quelle vite che si perdono in mare senza nome, passati nel silenzio e inascoltati, nel dolore. Morti svenduti per pochi voti, morti figli di nessuno.

Per chi arriva vivo l’accoglienza continua ad essere gestita in modo emergenziale: nello sbarco di Trapani i tunisini che toccavano la banchina, venivano immediatamente fascettati (la polizia ci tiene a sottolineare che non sono ammanettati e che è una prassi che serve a garantire la loro incolumità), e poi una volta ben immobilizzati, venivano scortati all’hotspot da due agenti. Se sei tunisino sei trattato come un criminale a prescindere, e nessuna delle organizzazioni umanitarie presenti denuncia tali prassi.
Ad Augusta lo sbarco è durato tre giorni: persone, comprese donne in gravidanza e bambini, lasciate sotto il sole e senza la possibilità di fare una doccia prima di essere caricate su un pullman per il nord Italia. Anche qui le organizzazioni presenti che potrebbero denunciare queste pratiche illegittime e disumane, volgono lo sguardo altrove o si dicono impossibilitate ad opporsi a tali pratiche.

Negli hotspot di Lampedusa e Pozzallo ordine e sicurezza sono le parole d’ordine in questi luoghi off limits.

A Messina il piano di smistamento dei MSNA non ha funzionato e quindi anzichè essere collocati nei centri FAMI (in Sicilia e nelle restanti regione della penisola come da nuova procedura operativa), una parte è stata collocata nei centri di prima accoglienza messinesi dopo aver dormito nel CPSA (che funziona come vero e proprio hotspot) in promiscuità con gli adulti.

A Palermo invece, dopo poco meno di sei mesi, abbiamo avuto uno sbarco e non siamo stati in grado di sistemare l’aerea in modo decente. Dopo il no all’hotspot sembra quasi una provocazione accogliere in modo incivile le almeno 250 persone che sono rimaste a terra per tutta la notte al porto. Altre sono rimaste a terra in questura, durante le procedure di identificazione, per poi essere caricate sui pullman verso i CAS del nord. Con gli stessi vestiti, senza possibilità di lavarsi, continuando a trattare le persone come numeri, tanto che adesso le nazionalità hanno un codice identificativo. Il sistema hotspot seleziona i migranti sulla base delle nazionalità e per molti l’accesso alla protezione diventa sempre più un miraggio. Leggiamo quanto accaduto a Palermo come una provocazione: “Non volete l’hotspot ? Allora adesso non vi lamentate se lasciamo le persone così, siete voi la causa di questo trattamento disumano!”

Le revoche dell’accoglienza sono tantissime, circa 50 a settimana, mentre cresce esponenzialmente l’esercito di invisibili e disperati che incrementa il mercato sommerso di residenze, di documenti per i rinnovi dei permessi. Le persone vanno via dai centri perdendo l’accoglienza e non solo, invisibili anche nella morte, nelle campagne o sui monti tra Italia e Francia, dove i corpi sepolti dalla neve tornano visibili man mano che va sciogliendosi. Ma in questo momento è meglio non parlarne, disturberebbe i piani dei nostri politici che devono raccogliere i prossimi voti.

 

Alberto Biondo
Borderline Sicilia