29 settembre 2014

Stretta del governo, schedati tutti i rifugiati. “Ora l’accoglienza scoppierà”

Da Redattore Sociale
ROMA –Stretta sulle impronte digitali per i profughi da parte del governo italiano. Dopo il richiamo da parte dell’Europa al nostro paese, reo di lasciar transitare verso i paesi limitrofi i migranti che giungono sulle nostre coste, il ministero dell’Interno ha emanato a metà settembre una circolare interna, strettamente riservata, in cui si cambiano le modalità di fotosegnalamento. Il documento, tenuto sotto il più stretto riserbo da parte del ministero, prevede tempi più stringenti per le procedure, ma soprattutto non prevede sconti per nessuno, compresi siriani ed eritrei.

Nei loro confronti negli ultimi mesi l’Italia aveva chiuso un occhio e in tanti erano riusciti dalla Sicilia a prendere un treno verso Milano e poi a varcare i confini e dirigersi verso il nord Europa. Tutto senza lasciare le impronte digitali in Italia e senza dover quindi aspettare nel nostro paese tutto l’iter della domanda d’asilo come prevede, invece, il regolamento Dublino II, secondo cui la richiesta va fatta obbligatoriamente nel primo paese di approdo.
Un atteggiamento che aveva, però, suscitato le ire degli altri paesi europei, in particolare della Germania. “E’ un fatto – aveva detto il ministro degli Interni bavarese Joachim Herrmann – che l’Italia di proposito in molti casi non prende i dati personali e le impronte digitali, così che i migranti possono chiedere asilo in un altro Paese e non essere rinviati in Italia”. E così il nostro paese ha dovuto fare un passo indietro.
Un atto dovuto, ma fatto passare sotto silenzio, i cui effetti sono stati, però, subito evidenti e hanno gettato in allarme le associazioni che si occupano di accoglienza, e che si trovano già in una situazione di emergenza. “Che il nostro paese chiudesse un occhio sui profughi che passavano per l’Italia lo dicono i numeri: dall’inizio dell’anno sono arrivate sulle nostre coste oltre 130 mila persone ma nei centri ce ne sono circa sessantamila, alcuni dei quali presenti anche da più di un anno. Ciò significa che gli altri sono andati altrove – sottolinea Filippo Miraglia, vicepresidente di Arci nazionale -. Chiudendo un occhio siamo riusciti a scaricare l’accoglienza sugli altri paesi, ma ora si è deciso di cambiare atteggiamento, come ci è stato confermato nella riunione al Viminale del 24 settembre. Le impronte saranno prese a tutti, ciò vuol dire che avremo più persone da accogliere nei prossimi mesi. Questo aggraverà una situazione già al collasso, perché finora non si è pensato a un piano vero e proprio, ma l’accoglienza è stata gestita con gare al massimo ribasso , che hanno consentito anche a strutture inadeguate, come alberghi e b&b, di entrare nel sistema, con spreco di risorse ed energie. E ora non siamo pronti: dovremo ricominciare da zero”.
Ma secondo Miraglia questo cambio di passo potrebbe causare problemi anche all’interno delle strutture: “come spiegheremo ai migranti che a loro saranno prese obbligatoriamente le impronte, mentre fino a due settimane fa agli amici con cui sono in contatto non venivano prese? Questo creerà problemi ai nostri operatori”.
Che la situazione sia cambiata è evidente in particolare a Milano, dove molti profughi sbarcati in Sicilia giungevano per poi varcare il confine. I flussi in arrivo alla stazione Centrale sono fortemente diminuiti negli ultimi giorni: se la settimana scorsa ci sono stati giornate con 1.400 arrivi, il 25 settembre il dato è fermo a 40. A questi però se ne aggiungono 80 respinti sulla frontiera del Brennero: l’Austria li ha rimandati indietro e, a quanto raccontano i profughi, pare che in Germania la situazione sia uguale. “A Milano molti degli ultimi profughi arrivati sono già stati foto segnalati”, spiega Alberto Sinigallia, presidente della Fondazione progetto Arca- Se non si sblocca il tappo con il Nord Europa, però, la vasca dell’accoglienza milanese si riempirà presto”. La onlus che dirige ha già 500 ospiti invece dei 340 previsti dalla convenzione con la Prefettura. “Lo scenario possibile ci preoccupa. Le prossime due settimane saranno decisive”, aggiunge. A quanto risulta dalle testimonianze raccolte dai volontari di Fondazione Progetto Arca, la maggior parte dei foto segnalamenti avverrebbe al Sud “senza nemmeno la possibilità di parlare attraverso un interprete”. La situazione è più o meno la stessa anche nel resto d’Italia. “Nel nostro centro ad oggi ci sono 294 persone, ma dal 15 gennaio ne sono transitate circa 800 – spiega Barbara Pilati, responsabile di Arci Perugia – ciò significa che circa 500 sono andati via. Ma dopo questo cambio di procedura dovremmo organizzarci e temiamo un collasso nelle nostre strutture”.
“Le nostre paure su una situazione che potrebbe diventare disastrosa le abbiamo espresse già al tavolo col ministero – aggiunge Miraglia – Abbiamo ribadito la nostra contrarietà al regolamento Dublino II e abbiamo chiesto all’Italia di alzare la voce e chiedere piuttosto l’applicazione della direttiva 55 sulla protezione temporanea, che sospende il regolamento Dublino, e che potrebbe permettere a siriani ed eritrei di raggiungere i paesi dove vogliono andare. Tra l’altro il fatto che i profughi scappino dall’Italia è un giudizio terribile sul nostro sistema di accoglienza, che non potrà che peggiorare, se non si interviene strutturalmente”.
Segnali di un cambiamento di rotta nella gestione dei flussi migratori erano già intuibili dal Decreto legge dell’8 agosto, in vigore dal 22 del mese scorso. Al capo 2, dove si parla di “Disposizioni urgenti in materia di protezione internazionale”, si leggono le modifiche del decreto legislativo 25 del 2008, il testo che ha introdotto le Commissioni territoriali, ossia gli organi ministeriali preposti a giudicare le domande d’asilo. Di norma sono dieci in tutta Italia, come previsto dall’articolo 4 comma 2, che con l’ultimo decreto è stato modificato prevedendo fino ad un massimo di venti commissioni. Forse in vista del superlavoro che si prospetta per smaltire le domande d’asilo. (ec/lb)