23 luglio 2018

Storie di ordinaria integrazione contro gli stereotipi

Il 4 luglio abbiamo avuto il piacere di scambiare quattro chiacchiere con Stephan (nome di fantasia), un ragazzo di 23 anni proveniente dal Togo. Stephan è arrivato in Italia nel luglio 2016, e dopo essere stato ospitato in due centri sul territorio siciliano è successivamente entrato a far parte del progetto Refugees Welcome, una rete di terza accoglienza che promuove l’ospitalità in famiglia a migranti che, una volta usciti dal sistema di accoglienza, hanno bisogno di un sostegno per essere del tutto autonomi.

Seduti davanti ad una granita in un bar di Siracusa con vista mare, Stephan ci racconta del suo turbolento arrivo in Italia: “quando sono arrivato qui, direttamente mi sono trovato in prigione”, esordisce con un sorriso amaro. Sbarcato al porto di Pozzallo, viene infatti arrestato poiché accusato di favoreggiamento all’immigrazione clandestina, andando ad ingrossare le fila dei cosiddetti scafisti forzati, ossia coloro che vengono scelti e costretti dai trafficanti libici a condurre le imbarcazioni cariche di migranti.

Dopo 15 giorni passati in prigione, Stephan viene rilasciato ed abbandonato a se stesso, senza aver ricevuto nessun tipo di informativa legale. Decide quindi di tornare a Pozzallo, dove avviene l’incontro fortuito con una donna che, intuendo la precarietà della sua condizione, gli offre ristoro e lo mette in contatto con le associazioni del progetto Openeurope (Oxfam, Borderline Sicilia e Diaconia Valdese).Dopo l’accertamento della sua situazione, il ragazzo viene trasferito a Pachino, nel centro di accoglienza temporanea della Diaconia Valdese, e da lì, successivamente, allo Sprar “Stella maris”.

Alla domanda su come si sia trovato a Pachino, Stephan risponde che l’esperienza è stata nel complesso positiva, nonostante le piccole dimensioni della città e le obiettive difficoltà ad essere accettato nella comunità nei primi tempi.Durante l’anno e tre mesi passati nella cittadina, frequenta la scuola di italiano due volte alla settimana e, grazie ad un incontro casuale nella piazza di Pachino, coglie l’occasione per iniziare un’attività di volontariato con la Croce Rossa, e in seguito anche con la Caritas. Nella sua attività di volontariato, presta primo soccorso in occasione di svariati eventi nel Sud della Sicilia Orientale e partecipa regolarmente alla distribuzione di cibo e vestiti nelle case popolari con la Caritas.

Terminato il soggiorno in accoglienza a Pachino, Stephan, attraverso un contatto, inizia a lavorare in campagna: “prima non sapevo che mi sfruttava, ora ho capito che mi ha sfruttato tanto”, commenta a proposito del suo datore di lavoro, per il quale ha lavorato 12 ore al giorno, sette giorni su sette per tre mesi, pensando fosse normale.Nonostante questa esperienza di sfruttamento, le molestie sessuali subite durante la sua permanenza in Sicilia, e una falsa diagnosi di sieropositività strumentalizzata al fine di licenziarlo, Stephan non si perde d’animo ed entra a far parte della rete di Refugees Welcome.

Da ormai sei mesi abita infatti a Siracusa con L., con cui non condivide più solo una casa, ma anche un’amicizia: “ho la mia stanza, lei ha la sua. […] ora vedo che il rapporto con L. ormai è più… lei mi prende come un figlio”. I due si ritrovano spesso a condividere momenti e attività sia all’interno che all’esterno delle mura domestiche, tra cene e uscite con gli amici; andando spesso oltre le iniziali aspettative di Stephan, che in un primo momento era timoroso degli eventuali problemi che una convivenza con una persona sconosciuta avrebbe potuto causare.“Il progetto è finito, però anche da prima, quando ho cominciato a lavorare, abbiamo iniziato a dividere tutto… la casa, l’acqua, le spese. Tutto. Ognuno fa quello che vuole”, ci racconta il ragazzo, “preferisco dividere le cose e avere indipendenza. Quindi appena dividiamo le cose ognuno è tranquillo”.

Il lavoro di cui Stephan parla è quello di mediatore culturale, intrapreso dopo sei mesi di formazione frequentando il corso di formazione organizzato dalla fondazione Giorgio La Pira. Una volta arrivato in Italia, vista la sua conoscenza di svariate lingue, si era già trovato a dover fare da interprete; tuttavia, durante la formazione come mediatore, scopre la bellezza e la complessità della mediazione linguistico-culturale, “devi essere universale, gestire tutto. Mi sono trovato bene perché organizzavo le cose con i bambini, ragazzi, le famiglie”, e le precedenti esperienze di volontariato hanno contribuito a fornirgli gli strumenti e l’ispirazione necessaria per la sua attuale occupazione.

Adesso Stephan è nel pieno della sua formazione da geometra e progetta di conseguire una laurea in Architettura. Ribadisce che si trova bene a Siracusa, ma sarebbe disposto anche a trasferirsi in un’altra città italiana per continuare i suoi studi all’università, per i quali sta mettendo dei soldi da parte.“Mi sento anche un po’ fortunato, non lo so… ho amici che hanno tanti problemi”, conclude Stephan dopo aver ripercorso la sua esperienza in Italia. Rimane tuttavia un senso di incertezza e precarietà dato dal suo status legale di ricorrente avverso la decisione di diniego della protezione internazionale: ci racconta dello stress legato alla necessità di dover rinnovare ogni sei mesi il permesso di soggiorno, lasso di tempo reso ancor più breve dalla lentezza della burocrazia e della giustizia italiane.

Il fatto di non aver ricevuto nessun tipo di protezione, influenza pesantemente la sua condizione scolastica e lavorativa, rendendogli difficile l’organizzazione della sua vita sul lungo periodo: “io sento che sto cominciando ad avere il mio progetto, ma ogni sei mesi tutto quello che fai diventa zero”, ci confida.

Terminata l’intervista ci congediamo e lasciamo Stephan ai suoi numerosi impegni, verso i quali si dirige in sella al suo motorino.

 

Vittoria Fiore

Beatrice Mariottini

Borderline Sicilia