11 febbraio 2014

Speciale CIE – Da Lampedusa a Roma e Mineo: una Carta per chiuderli tutti!

meltingpot.org di Davide Carmemolla – La Carta di Lampedusa afferma la necessità dell’immediata abrogazione dell’istituto della detenzione amministrativa e la chiusura di tutti i centri, comunque denominati, e delle strutture di accoglienza contenitiva – siano essi legalmente istituiti secondo leggi vigenti, o semplici decreti e regolamenti, o informalmente preposti alla detenzione e al confinamento delle persone – e la conversione delle risorse fino ad ora destinate a questi luoghi a scopi sociali rivolti a tutti e a tutte.
Da queste parole e questi principi ripartiamo tutti/e dopo la straordinaria esperienza di Lampedusa per dire no
a tutti i lager dove i/le migranti vengono reclusi, maltrattati e
umiliati. La Carta di Lampedusa adesso si fa iniziativa, diventa
protesta e si traduce sin da subito nelle due manifestazioni per la
chiusura del CIE di Ponte Galeria a Roma di sabato 15 febbraio e del
CARA di Mineo di domenica 16 febbraio.

Due manifestazioni che daranno immediatamente forza a quanto abbiamo
condiviso a Lampedusa e che saranno seguite da tante altre iniziative in
tutta Italia per riaffermare i principi della Carta proprio a partire
dalla battaglia contro i CIE e i grandi centri di cntenimento.
Ripercorriamo
dunque la mappa della detenzione italiana a partire dalla geografia
delle lotte che si stanno concretizzando contro la detenzione
amministrativa ed il confinamento, ascoltando proprio le voci degli
attivisti che si sono ritrovati a Lampedusa nella tre giorni dedicata
alla stesura della Carta.

Roma: chiudersi le bocche per farsi finalmente sentire
Ponte
Galeria è uno dei pochi CIE ancora attivi in Italia (su 13 totali). La
sensazione è che anche questo abbia i giorni contati. Da settimane i/le
migranti hanno messo in atto una forte protesta contro le condizioni
disumane in cui sono costretti a vivere rifiutando il cibo e cucendosi
la bocca. Numerose voci e denuncie (tra queste ricordiamo il rapporto di MEDU “Le sbarre più alte”)
hanno evidenziato le condizioni terrificanti in cui vivono i/le
migranti all’interno della struttura. La Roma Meticcia si è data
appuntamento sabato 15 febbraio alle ore 15:00, per un corteo verso il CIE di Ponte Galeria per chiederne la chiusura definitiva. “Perché – come dicono gli stessi organizzatori – “i CIE non si possono riformare ma vanno chiusi per sempre”.
- Intervista a Giansandro Merli – ESC Infomigrante

Sicilia: dal CARA di Mineo a Caltanissetta passando per Pozzallo e Messina fino alle nuove forme di “detenzione creativa”.
La
Sicilia è stata e continua ad essere un triste “laboratorio” per la
messa in atto di pratiche di detenzione e confinamento. Il mega CARA di
Mineo (con 4500 persone rinchiuse) ne è l’esempio più emblematico. Ma
tanti altri sono i luoghi di sospensione dei diritti nell’isola, a
partire dal CIE di Caltanissetta. Con il duplice obiettivo di alimentare
ulteriormente il business e di annullare le esistenze dei migranti,
molti altri centri aprono e chiudono in base agli arrivi degli stessi
migranti e negli ultimi mesi si sono sperimentate nuove forme di
detenzione convertendo scuole, ex ospedali e palazzetti dello sport in
centri di reclusione creando un sistema di detenzione diffuso in ogni
angolo dell’isola. Per
chiedere la chiusura del CARA di Mineo e di tutti i centri il 16
febbraio, alle ore 10, le realtà antirazziste siciliane organizzeranno
una manifestazione regionale
.

- Intervista ad Alfonso Di Stefano – Rete Antirazzista Catanese

-Elio Tozzi – Borderline Sicilia

-Giovanna Vaccaro – Borderline Sicilia

Bologna: tra scritte “vietate” e l’ombra della riapertura
A
Bologna il CIE di Via Mattei è chiuso. Per adesso. Perchè, secondo
fonti ufficiose, sarebbero in corso opere di ristrutturazione con
l’intento di riaprirlo. Ma, come affermano gli attivisti del TPO di
Bologna, “vigileremo affinché questo campo di concentramento non apra mai più, nemmeno riverniciato da nuove garanzie umanitarie”.
Ma evidententemente ci sono anche vernici che danno fastidio al governo
e alle forze dell’ordine, visto che lo scorso 18 dicembre, durante un
presidio di 250 attivisti, il semplice tentativo di scrivere “Mai più CIE
sul muro del lager ha fatto scattare una durissima aggressione a freddo
da parte di Polizia e Carabinieri, che ha colpito pesantemente alcuni
manifestanti fratturando la mano ad uno di loro e provocando un taglio
in testa ad un altro.
-Neva Cocchi – cs TPO

Gradisca: chiudere per sempre con l’apoteosi del confinamento
Stabilire
una “classifica dell’orrore” tra i CIE sarebbe sbagliato. Ma si può
comunque affermare che il CIE di Gradisca è stato teatro di alcune tra
le forme più vergognose di detenzione e violenza. E poi è un confine nel
confine, un doppio strato di sbarre e mura.
Anche qui, come a Bologna, le proteste dei migranti hanno portato alla
chiusura del centro ma gli stessi migranti sono stati spostati in altri
centri di detenzione, in particolare a Trapani (dove il CIE di Milo
resterà chiuso 8 mesi a partire da marzo ma poi riaprirà e, come ha
dichiarato il prefetto di Trapani, “sarà più simile a un carcere, ma più
sicuro”).
Anche a Gradisca resta il pericolo di una riapertura del CIE o
dell’allargamento del CARA adiacente. Come afferma la Rete del Friuli
Venezia Giulia contro i CIE “non è chiaro se il CIE, come pare
probabile, subirà in realtà un riammodernamento e una (impossibile)
“umanizzazione”. “Questa ipotesi non deve avere il minimo spazio e deve
invece affermarsi senza alcuna riserva la decisione per cui il CIE non
riapra mai più”.
Lo scorso 16 novembre un corteo numerosissimo ha sfilato per le strade
di Gradisca arrivando fino al CIE e scrivendo fuori dalle mura del lager
la parola “libertà” in tutte le lingue. Perchè la libertà può esistere
solo fuori da quelle mura.
-Genni Fabrizio – Tenda per la pace e i diritti
La Campagna “LasciateCIEntrare
A Lampedusa c’erano anche i promotori della campagna nazionale LasciateCIEntrare.
Di seguito l’intervista Gabriella Guido, portavoce nazionale della campagna.
Tante voci e tante azioni per riaffermare quanto abbiamo detto e condiviso nel patto costituente della Carta di Lampedusa: nessun essere umano, in nessun caso, può essere privato della libertà personale, e quindi confinato o detenuto.
Il 15 e il 16 febbraio ripartono le manifestazioni e Roma e Mineo
saranno i primi luoghi in cui la Carta – e quindi tutte le realtà che
l’hanno costruita e approvata – si tradurrà in fatti concreti e le
parole e i principi di questo documento diventeranno voci e corpi che si
uniranno per abbattere le mura che segnano il confine tra il divieto di
esistere e la libertà di esistere.

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