6 dicembre 2016

Sosta forzata, il tempo che non scorre ad Agrigento

Abbiamo trascorso una giornata con i migranti presenti nel Villaggio Mosè ad Agrigento, incontrando ragazzi ed enti gestori. Dinamiche e prassi che ci sono familiari visto che il sistema le ha consolidate, e le ha rese in molti casi non idonee a far vivere una vita degna alle persone. La nostra visita ha avuto inizio dal CAS “La mano di Francesco” che si trova sul Viale Cannatello, la strada che dal Villaggio Mosè porta alle spiagge. Quindi, tranne qualche negozio e supermercato nella zona non c’è niente.

È stato aperto nel 2014 e, anche se è autorizzato per 60 persone, la Prefettura ha fatto una convenzione per 40. La stessa cooperativa ha aperto contemporaneamente altri due CAS a Naro e Palma di Montechiaro ma nel 2015, per problemi strutturali, ha dovuto chiudere, anche a seguito delle proteste degli ospiti.

Attualmente la stessa cooperativa gestisce un centro di prima accoglienza per minori, sempre al Villaggio Mosè.

Il paradosso di questo centro è che le persone presenti stanno lì “posteggiate” dal settembre del 2014, quindi dall’apertura. Infatti, ad oggi, su 40 presenze ben 15 sono bengalesi arrivati proprio quando la struttura è stata aperta. Tutti loro hanno fatto commissione nel 2015 e in seguito al ricorso sono in attesa dell’udienza, fissata per l’estate 2017.

Altri 10 richiedenti asilo africani, tra il 2015 e il 2016 hanno fatto soltanto il C3 e sono in attesa dell’audizione in Commissione.

Ma la particolarità del centro è che non ci sono soltanto uomini (benché la convenzione fosse per soli uomini), ma in via emergenziale la Prefettura ha collocato anche: una famiglia pakistana con bimba piccola, una donna del Mali con bimbo molto piccolo (nato il 30 agosto a Lampedusa) e un’altra donna con un bambino di 4 anni. Infine, arrivata da poco, una giovane nigeriana uscita dall’ospedale dopo essere stata operata di appendicite, segnalata agli operatori dell’OIM.Inoltre, nella confusione c’è anche un iracheno con la protezione sussidiaria sospesa perché la Squadra Mobile sta indagando su di lui.

Vi sono anche cinque giovani gambiani, testimoni dei presunti scafisti che dopo essere stati tanto tempo a Lampedusa, da tre mesi sono al CAS “ La mano di Francesco”, ma non hanno mai visto un avvocato e non hanno avviato alcuna pratica burocratica, cosa di cui è stata informata l’UNHCR.

È stato riscontrato quindi un grande problema di promiscuità, anche se l’ente gestore sostiene che insieme vivono benissimo.

Visto che la Prefettura ritarda i pagamenti da 7 mesi, si cominciano ad avere problemi anche nell’erogazione del pocket money (due mesi di ritardo), cosa che prima non avveniva mai.

L’altra criticità riferita dai migranti è quella relativa alla mancanza di colloqui con l’avvocato o la psicologa (solo le donne sostengono di aver fatto in passato un colloquio con la psicologa). Soltanto un mediatore nigeriano è presente nella struttura e solo per qualche ora al giorno.Ovviamente anche qui il tempo non passa mai. I ragazzi stanno sulle scale a guardare le macchine che passano, e in inverno ne passano decisamente meno che in estate. Qualcuno fa lavoretti nei supermercati o in campagna e in estate in spiaggia. Per il resto, la necessità di lavoro è tanta.

“Alfuras” invece è l’unico centro per minori “sotto il controllo” della Prefettura, finanziato con fondi FAMI (progetto triennale da 2 milioni e 600 mila euro) e aperto da marzo 2015. È gestito dal Consorzio A.GRI.CA, di cui fanno parte la Cooperativa sanitaria Delfino, Giostra di Benevento, Siparia di Gravina di Puglia e San Marco onlus di Palma di Montechiaro. Sono tutte cooperative che lavorano non solo con MSNA (Minori Stranieri Non Accompagnati), ma anche, come la San Marco, con adulti.

Anche questo centro si trova su Viale Cannatello, in una palazzina di tre piani in affitto.

Abbiamo incontrato un amministratore della cooperativa che con trasporto ci ha raccontato quanto ci credono e quanto spingono perché il ministero rispetti i 90 giorni per i trasferimenti, altrimenti il loro lavoro diventa non adeguato.

Infatti, come per altri centri di primissima accoglienza per minori, “Alfuras” dovrebbe accogliere soltanto per un massimo di 90 giorni, ma da prima dell’estate i trasferimenti sono fermi, con il risultato che i minori sono presenti nella struttura da 6/7 mesi.

“Noi non vogliamo fare gli sbirri ma abbiamo messo in atto una procedura per capire chi è maggiorenne – ci ha riferito l’amministratore – la nostra missione è essere centro di primissima accoglienza per minori e quindi i maggiorenni non possono starci”.

Una problematica emersa è che non vengono avviate le pratiche per le richieste di asilo (che dovrebbero essere fatte nei centri di seconda accoglienza); ma visto che i trasferimenti non ci sono, i ragazzi nel frattempo diventano maggiorenni e perdono il diritto a ricevere le tutele che la legge prevede nei loro confronti, rischiando di restare fuori dall’accoglienza e di diventare invisibili. Dentro il centro lavorano operatori e mediatori, mentre per la notte ci sono due operatori di vigilanza. C’è una presenza costante dell’avvocato e della psicologa, che ha evidenziato, oltre alla presenza di maggiorenni, anche delle situazioni di vulnerabilità.

Una permanenza così lunga fa sì che i ragazzi perdano il senso della convivenza; ecco perché ci sono sempre più spesso liti fra di loro, liti che gli operatori riescono a sedare con molta attenzione sebbene anche per loro non sia facile lavorare in condizioni che sono mutate nel tempo.”Fino a quando lavoravamo nei tempi stabiliti funzionava tutto a perfezione ma adesso le difficoltà aumentano perché è cambiato il nostro lavoro e anche le esigenze”.

Per una loro scelta educativa, il centro non dà il pocket money ma una scheda telefonica ogni 10 giorni.

Il giorno della nostra visita abbiamo avuto modo di notare che i ragazzi di mattina sono impegnati con le lezioni di italiano tenute da operatori nel centro (anche se non tutti le frequentano, lamentando che si fanno sempre le stesse cose e non si fanno progressi); di pomeriggio, resta solo giocare a pallone o stare dentro le stanze ad aspettare la cena.

Tanti giocano a calcio con le ciabatte perché giocare con le scarpe di tela significherebbe rovinare le uniche scarpe chiuse che hanno e poi uscire in strada con le ciabatte: “Non è bello agli occhi della gente. A noi piace vestire bene come tutti i ragazzi della nostra età e non vogliamo che la gente pensi che siamo cavernicoli”.

Alberto Todaro

Borderline Sicilia Onlus