17 ottobre 2014

Ritrova il bambino che credeva morto. Rinascita di una giovane eritrea

La ragazza, soccorsa lo scorso maggio in un barcone a largo di Lampedusa, all’arrivo a Palermo non ha trovato il suo piccolo partorito in Libia ed è entrata in crisi. Ne sta uscendo con l’aiuto di mediatori e operatori. E ha rivisto il suo bambino

da Redattore Sociale – Nel centro Caritas dove si trova, ha ripreso a parlare, a raccontare e a sorridere con tutti coloro che in questi mesi le sono stati vicino. E’ la storia di S., giovanissima eritrea di 20 anni che, arrivata lo scorso maggio a Palermo fortemente traumatizzata, dopo un soccorso in mare avvenuto in elicottero insieme al suo bambino di solo dieci giorni, si era chiusa in un preoccupante mutismo, rifiutando all’inizio il cibo e qualsiasi visita medica. Tra i traumi che ha subito la ragazza potrebbero esserci state anche le condizioni, si presume tremende, in cui è avvenuto il parto del suo bambino in Libia. Adesso non solo ha ripreso a parlare con tutti ma soprattutto è riuscita ad incontrare il suo bambino che credeva morto.
La storia. La giovane e il bambino, tutti e due fortemente denutriti, lo scorso 11 maggio, infatti, erano stati soccorsi in elicottero diretti in ospedale. In ospedale S. non vedendo più vicino a sé il suo bambino si chiude, fin da subito, in un preoccupante mutismo credendo di averlo perso in mare. Invece il bimbo si trovava ricoverato in un altro reparto. Dallo scorso 13 maggio la giovane si trova ospitata in un centro della Caritas di Palermo. La giovane donna all’inizio non parlava con nessuno degli operatori, tranne che con la mediatrice culturale che ha cercato di capire insieme a tutta l’equipe del centro come aiutarla. Più volte gli operatori avevano tentato di spiegarle che il suo bambino era in vita ma la giovane, in uno stato di forte depressione, non era in grado di avere quella lucidità necessaria per capire.
Grazie, però, alla tenacia e all’impegno forte della mediatrice culturale Yodit Abraha, della responsabile del centri di accoglienza Nadia Sabatino e del direttore della Caritas don Sergio Mattaliano, S. è uscita a fine agosto dalla fase di depressione più critica, riuscendo ad incontrare il suo bambino di sei mesi che, per il momento, è in una comunità per minori. Adesso, riesce a vederlo due volte alla settimana per un ora. In futuro, non appena raggiungerà un equilibrio sufficiente ad autogestirsi pienamente, lo potrà vedere anche per più giorni e per più tempo.
“Ringrazio tutti per l’affetto e l’aiuto che sto avendo e di questo sono grata a Dio – spiega S. con l’aiuto della mediatrice -. Quando ho rivisto il mio bambino ero molto emozionata e nervosa ma dopo mi sono sentita rinata e consapevole del mio legame con lui. Sto a poco a poco prendendo consapevolezza della sua presenza e di quanto è importante per me. Spero di riuscire a riaverlo presto e di raggiungere il mio compagno”.

“E’ stato per noi un momento di commozione forte riuscire a farle rivedere il bambino. La ragazza, sta seguendo un percorso di cura e di accompagnamento che la sta portando a poco a poco a sbloccarsi – racconta Yodit Abraha, da vent’anni mediatrice culturale a Palermo -. Siamo riusciti a metterla in contatto pure con il suo compagno eritreo, un richiedente asilo che vive in Germania. Si tratta di una persona molto affidabile che, fin da subito, si è preso le sue responsabilità e, inoltre, ha pure favorito la comunicazione con la famiglia d’origine della giovane. L’obiettivo è adesso lavorare per farli ricongiungere insieme al bambino”.
“Sicuramente ci siamo trovati davanti ad un caso molto complesso, in cui non sono mancati i momenti di scoraggiamento. Ma fortunatamente siamo riusciti a farla tornare a parlare e anche a sorridere”, conclude soddisfatta Yodith.
“Quando la giovane arrivò da noi sono stati all’inizio giorni molto difficili – racconta padre Sergio Mattaliano – e anche di preoccupazione. Era sotto shock, rifiutava visite mediche e aveva reazioni brusche. Anche con alcuni parenti arrivati da fuori, rispettivamente dalla Svizzera e da Londra, non parlava. Alcuni pensavano che forse sarebbe stato meglio portarla in un centro di salute mentale. Noi abbiamo insistito perché questo non succedesse. Eravamo convinti fosse giusto ridare dignità a questa ragazza, a partire dall’affetto che potevamo trasmetterle con la giusta disponibilità”.
“Abbiamo creduto con forza che S. doveva essere aiutata in tutti i modi a sbloccarsi – dice anche la responsabile dei centri di accoglienza per migranti, Nadia Sabatino –. Abbiamo anche fatto un lavoro con gli altri migranti del centro che l’hanno sostenuta in vario modo. Questa esperienza è stata per noi impegnativa ma anche arricchente”. (set)