5 luglio 2019

Presunzione di colpevolezza: il caso di Medhanie Berhe

Il caso giudiziario e lo scambio di persona

L’onda emotiva seguita alla strage di Lampedusa avvenuta il 3 ottobre 2013 – in cui persero la vita 368 eritrei – diede la solita spinta retorica ad un maggiore vigore nella volontà di perseguire i trafficanti di esseri umani nelle rotte tra l’Africa e l’Europa.

“Il generale” – Foto della libreria Vicolo Stretto di Catania

Nel 2016 la procura di Palermo annunciò con grande  enfasi l’arresto in Sudan di uno dei pezzi più grossi tra i trafficanti, ossia quello di  Medhanie Yehdego Mered. In Italia la notizia venne trasmessa con grande soddisfazione: il Procuratore Ferrara definì l’uomo come “uno dei quattro trafficanti più importanti del Nordafrica”. Anche i media internazionali annunciarono l’arresto con enfasi, indicandolo come “il responsabile della strage di Lampedusa”, secondo l’agenzia anticrimine britannica.

Ma dopo la pubblicazione della notizia decine e decine di telefonate di cittadini eritrei alle redazioni dei giornali, smentiscono che l’uomo arrestato sia  Mered. Da questi dubbi prende vita l’instancabile inchiesta del corrispondente siciliano di The Guardian, Lorenzo Tondo, il quale ha seguito fin dall’inizio la vicenda ripercorrendo le intricate tappe in un libro-inchiesta dal titolo “Il generale”, uno dei casi giudiziari più controversi della storia contemporanea sulle migrazioni verso l’Europa.

Mered, soprannominato ‘Il generale’ è un uomo ricercato dalle polizie di mezzo mondo. Il problema è che l’uomo estradato dal Sudan e messo in carcere a Palermo – dove si trova da tre anni-  non sarebbe lui ma  Medhanie Tesfamariam Berhe, un falegname eritreo che nell’aula del tribunale si sente chiamato a rispondere per una persona che non è. Tutto ha inizio nel maggio 2016 quando viene catturato a Khartoum e trasferito nel carcere di Palermo perché accusato di traffico di essere umani. Fin dall’inizio emergono molte ambiguità e contraddizioni, in primis la mancanza di somiglianza tra Berhe e la foto segnaletica del trafficante Mered. L’indagine, condotta utilizzando metodologie investigative di solito usate nella lotta alla mafia, è andata avanti nonostante le prove – conversazioni e telefonate registrate, testimonianze di centinaia di eritrei e prove del DNA – negassero qualunque accusa.

Colpevolizzare e punire i migranti

Attraverso la ricostruzione che ne fa Lorenzo Tondo, è possibile entrare nel merito di questa vicenda umana e giudiziaria paradossale e constatare come attorno  a quest’uomo sia stato costruito un racconto colpevolizzante e punitivo, nonostante l’assenza di prove effettive. Anzi, la stragrande maggioranza delle prove raccolte lo scagiona in pieno.

Un momento della presentazione del libro a Catania – Foto della Libreria Vicolo Stretto

Sono passati tre anni dall’inizio del processo, il cui primo grado si concluderà la settimana prossima, ed è fin troppo chiara l’inconsistenza di queste accuse. Berhe è il perfetto capro espiatorio per l’Italia e l’Europa per mostrare che è in corso una lotta ai trafficanti, additati come gli unici responsabili delle morti in mare.

Quella di Berhe è, infatti, una vicenda che si inserisce in un chiaro scenario storico-politico, quello fondato sulla criminalizzazione del migrante e delle migrazioni: gli arresti e le accuse verso presunti scafisti sono una misura sempre più diffusa e ostentata nella cosiddetta lotta alla criminalità organizzata che interessa una parte dei flussi migratori. Questa interpretazione punitiva è infatti figlia della logica securitaria che vuole mostrare la migrazione come un processo interamente affidato a criminali e mala vita, per poter giustificare politiche di chiusura e repressione che sono invece la vera causa del fiorire del traffico e dei morti in frontiera.

In realtà ben sappiamo che la maggior parte dei cosiddetti scafisti che guidano le imbarcazioni cariche di migranti non sono altro che migranti in fuga in uno stato di necessità, costretti con la forza a porre in essere tali condotte.

La ricerca della verità e i responsabili reali di stragi e violenze

Nel processo di delegittimazione dei migranti, il presunto scafista può assurgere perfettamente al ruolo di criminale da assicurare alla giustizia, il responsabile delle tragedie sulle rotte illegali, il colpevole a tutti i costi su cui l’Europa scarica pubblicamente ed ufficialmente tutte le sue colpe.

Ancora una volta le conseguenze delle colpe europee ricadono sugli ultimi, bersagli facili colpiti per non assumersi le responsabilità delle violenze in corso contro i migranti: le stragi in mare continuano sotto silenzio e i veri responsabili restano impuniti.

È straordinaria la forza di Berhe nel reggere e lottare contro l’urto schiacciante di un tale processo mediatico e giudiziario, ancora bloccato in una cella e in una colpa non sua. E insieme a lui, la tenacia di giornalisti come Tondo e di avvocati come Michele Calantropo, che dal 2016 difende Berhe dalle accuse rivolte. Grazie a ciò la storia di quest’uomo si è diffusa a livello internazionale ancor più che nazionale, emergendo per quello che effettivamente è: una grande ingiustizia. Il contributo costante di queste persone alla conoscenza della verità dei fatti necessita oggi il massimo sostegno da parte di tutte le forze sociali e dell’opinione pubblica affinché si possa discolpare Berhe e come lui, tutti quei migranti che ingiustamente vengono puniti, perché migranti, ancora prima di essere giudicati. E ci auguriamo che la verità processuale che verrà fuori dalla sentenza corrisponda alla verità dei fatti.

Lo screditamento e la colpevolizzazione in atto verso i migranti e coloro che li supportano non resterà incontrastata: per quanto si cercherà di confondere le acque, è evidente che i veri responsabili di naufragi, morti e violazioni sono l’Italia e gli altri stati europei, rei di crimini pesantissimi contro le popolazioni migranti. E se è vero che nei palazzi di potere, sui social media e nelle strade continuerà ad esserci qualcuno pronto a criminalizzare innocenti, è altrettanto vero che ci sarà sempre qualcun altro capace di ribadire con forza e tenacia la verità con cui presto o tardi i responsabili saranno chiamati a fare i conti.

 

Silvia Di Meo

Borderline Sicilia

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