20 marzo 2016

Piazza Armerina: come la gestione dell’accoglienza può fomentare sentimenti xenofobi

Sono passate appena due settimane dalla pubblicazione del nostro reportsulla gestione dell’accoglienza nella provincia di Enna e nel giro di pochissimi giorni, la situazione è completamente cambiata. Dalla scorsa settimana, infatti, è stata data attuazione alla graduatoria per il periodo compreso tra Gennaio e Luglio 2015.

Poiché la convenzione in questione è scaduta lo scorso 31 dicembre, ne consegue che i centri della provincia che si sono aggiudicati la gara (e verso i quali sono stati trasferiti in questi giorni gli ospiti dei centri a cui è stata revocata l’accoglienza) operino sulla base della proroga della suddetta convenzione.

Se di tali trasferimenti hanno probabilmente potuto giovare i richiedenti asilo capitati nelle strutture della provincia che fornivano una dubbia accoglienza, per molti altri invece (che sono stati costretti a lasciare il luogo in cui hanno vissuto a lungo e ad andare in un altro centro della stessa provincia) ciò ha rappresentato solo un disagio.

Tuttavia, le uniche proteste che ci sono state, sono quelle degli abitanti di piazza Armerina che da sempre si oppongono all’accoglienza dei migranti all’interno di una palazzina ubicata nel quartiere residenziale “Santa Croce”. Lo stabile in questione è gestito dalla cooperativa Sud Service, che con l’associazione Solidarietà, si è aggiudicata il primo posto della graduatoria, vedendosi assegnata l’accoglienza di 101 migranti, sul totale dei 150 posti di accoglienza di emergenza che la Prefettura ha previsto per il comune piazzese. La cooperativa Sud Service, è quella che vantava l’esperienza di accoglienza più recente nel territorio e gestiva da circa un anno venti posti di accoglienza all’interno di un agriturismo, sito a cinque chilometri dal centro abitato.

Le proteste guidate dal comitato cittadino erano iniziate più di un anno fa, quando si era diffusa la voce che in questo edificio sarebbero stati ospitati 85 migranti. Alle numerose proteste erano seguiti gli incontri tra Prefettura, cittadini ed ente gestore, e le parti sembravano aver raggiungo un’ intesa, quando, in un consiglio comunale di gennaio dell’anno scorso, si era deliberato un numero massimo di 25 migranti nella contrada “Santa Croce”.

Per questo motivo, l’inserimento nella struttura, lo scorso 15 Marzo, di una sessantina di richiedenti asilo che provenivano dagli altri centri della provincia ai quali è stata revocata l’accoglienza, ha causato una reazione negativa dei cittadini, che è tutt’ora leggibile, a chiare lettere, sugli striscioni che il comitato civico ha esposto nella zona in cui sorge il nuovo centro di accoglienza: “No invasione della contrada”, “Migranti coccolati, cittadini dimenticati”, “Prefettura: tante promesse, pochi fatti”, “No ghetti”.

A pagare le conseguenze di questi scontri tra istituzioni, privati e cittadinanza, come sempre sono i migranti che si sono trovati così queste frasi di benvenuto alla porta e per i quali non sarà certo facili integrarsi nel contesto sociale in cui vivono la loro quotidianità.

Il comitato “Legalità: Quartiere Santa Croce” aveva fatto uscire già lo scorso gennaio (quando era trapelata in via ufficiosa la notizia dell’inserimento di un numero di migranti ben più alto di quello pattuito) un comunicato stampa dai preoccupanti toni populisti e allarmisti, in cui si parlava impropriamente di “clandestini” e “invasioni” e chiosava con la minaccia dell’alzamento di barricate, se necessarie. Tale comunicato non ha mai ricevuto risposta ufficiale da parte delle istituzioni, le quali non si sono neppure impegnate a promuovere percorsi di mediazione sociale che favorissero la conoscenza reciproca dei diversi portatori di interessi, ne’ tanto meno incontri per rendere consapevoli i cittadini dello status giuridico dei richiedenti asilo.

Toni diversi erano contenuti nel comunicato del Comitato del 28 Febbraio, nel quale veniva invece sottolineata l’importanza del coinvolgimento dei cittadini nelle decisioni riguardanti il quartiere, e in quello del 6 marzo, con il quale il comitato annunciava la protesta pacifica per il 12 Marzo, ribadendo di non essere “ contro l’accoglienza di queste persone bisognose (nel caso in cui siano profughi e non clandestini), ma contro la formazione di grossi centri di accoglienza, che darebbero vita ad un GHETTO”.

Il medesimo comunicato civico recitava anche quanto segue: “Pensiamo sia sbagliato concentrare un numero così elevato di uomini in una sola struttura ed in un solo Comune, perché a causa delle difficoltà che tutti conosciamo, diventerà quasi impossibile garantire un occupazione a questa povera gente, con l’impossibilità di farli integrare realmente nella vita sociale della comuni”.

Per quanto possa risultare spiacevole, la concentrazione di un alto numero di migranti in piccoli centri urbani, in mancanza dei necessari percorsi di partecipazione dei cittadini, è spesso la causa primaria di atteggiamenti astiosi da parte della popolazione autoctona; pertanto, se si vuole lavorare in favore dell’ interazione sociale e dell’inclusione dei migranti, è doveroso tenere conto del dato numerico degli inserimenti, in proporzione alla popolazione. Non a caso il numero degli ospiti dei progetti SPRAR viene tarato proprio in base al numero di abitanti dei comuni che li gestiscono.

Contrariamente, la gestione dell’accoglienza che non tiene conto di alcuni parametri essenziali, può divenire veicolo dell’acuirsi del senso di diffidenza, di insicurezza e di estraneità dei cittadini nei confronti dei migranti, sentimenti che possono sfociare anche nella più bieca xenofobia.

Il caso di piazza Armerina è uno dei tanti che si sta presentando nei grandi e piccoli centri urbani coinvolti nell’accoglienza di migranti, ed è importante rilevare come tali tensioni sociali siano conseguenza di una gestione che tralasciando l’informazione, il coinvolgimento della cittadinanza e l’attivazione di percorsi di mediazione si pone come ostacolo all’inclusione sociale dei migranti nel territorio, definendo un contesto in cui va a rafforzarsi l’idea di un “noi” e un “loro”.

Non si comprende, dunque, come la Prefettura di Enna, che ha impiegato mesi a verificare l’idoneità dei centri, abbia giudicato vincente un modello che sacrifica l’accoglienza diffusa, prevedendo lo svuotamento di alcuni dei centri più piccoli diffusi in tutta la provincia.

Giovanna Vaccaro

Borderline Sicilia Onlus