3 settembre 2014

NUOVI SBARCHI AD AUGUSTA E POZZALLO: IN ARRIVO PIU’ DI MILLE MIGRANTI CHE HANNO SFIDATO LA MORTE IN MARE

E’ iniziata nelle prime ore della notte di ieri, martedì 2 settembre, una nuova lunga giornata di sbarchi sulle coste siciliane.E’ l’una di notte quando arrivano a Pozzallo 363 migranti, 241 uomini, 42 donne e 80 minori, soccorsi da una mercantile danese nel canale di Sicilia. Provengono da Eritrea, Palestina, Sudan, Somalia, Egitto, Siria e Tunisia. Tra di loro due donne incinte portate immediatamente all’Ospedale di Modica. E’notte fonda ma le procedure di accoglienza e indagine vengono svolte a pieno ritmo dai membri dello staff medico, di MSF, e dei volontari di Croce Rossa e Protezione Civile. Anche questi nuovi arrivati sono immediatamente trasferiti nel CPSA accanto al porto, che ora tocca le 363 presenze appunto, contro i 373 migranti registrati a Comiso, dove c’è stato un notevole susseguirsi di arrivi e spostamenti dovuto ai numerosi sbarchi degli ultimi giorni.

Altri 909 profughi raggiungono invece alle prime ore dell’alba il porto di Augusta, dove le operazioni di sbarco iniziano verso le 7. Si tratta di un gruppo di migranti, 635 uomini, 115 donne e 159 minori, che viaggiava su due imbarcazioni soccorse dalla nave Diciotti della Guardia Costiera e dal pattugliatore Libra della marina militare a sud di Lampedusa, nella notte di domenica. Provengono da Sudan, Eritrea, Gambia, Siria, Palestina e Bangladesh. Arriviamo al porto in tarda mattinata, quando i migranti hanno già lasciato la nave e sono momentaneamente ospitati nei numerosi tendoni allestiti nell’emergenza. Personale delle forze dell’ordine, operatori di OIM, UNHCR,Protezione Civile, Save the Children, Croce Rossa, lavorano spostandosi nel grande accampamento sotto un vento sferzante. Si distribuiscono vestiti, bevande, cibo, mentre alcuni operatori forniscono un primo orientamento legale in lingua ai nuovi arrivati dividendoli in piccoli gruppi. Un cordone di forze dell’ordine cerca di mantenere una provvisoria separazione fra i due tendoni piu’ grandi: il primo, più vicino alla banchina, dove sono in attesa i profughi non ancora passati per la prima operazione di identificazione, durante le quali ad ognuno viene assegnato un numero e scattata una fotografia dalla polizia scientifica, ed il secondo, più centrale, in cui attendono di conoscere la loro futura destinazione quelli che sono già passati per questa fase. I migranti sembrano sfiniti, sdraiati su lettini o accovacciati a terra, avvolti in vestiti e coperte usate durante il viaggio, storditi dal caldo soffocante che non da tregua all’interno dei tendoni. Basta uno sguardo e qualcuno si avvicina o saluta per richiamare l’attenzione. Scambio qualche parola con un gruppo di donne siriane, partite insieme ad altri parenti dopo aver passato alcuni mesi in Libia. “In Siria eravamo rimaste da sole, i nostri uomini sono morti o dispersi dall’inizio della guerra”mi dice una di loro. Conoscono poche parole in inglese, come il gruppetto di eritrei seduto poco distante. “Siamo vicini a Milano vero?”mi chiede un signore forzandosi di parlare in italiano, “nel nostro paese conosciamo la vostra lingua, io ho lavorato per una ditta italiana”. Non hanno invece problemi a comunicare i ragazzi siriani che si dividono alcune brande nell’angolo più buio dell’accampamento. “Sit, sit, siediti!” e iniziano a raccontarmi del loro viaggio. “stavo per finire i miei studi ad Aleppo,” dice M. “ero all’ultimo anno della facoltà di Lingue, ma non era più possibile per me continuare a studiare e nemmeno vivere sotto la minaccia continua delle bombe. Ogni spostamento era un’impresa. Se dal mio paese raggiungevo Aleppo con il bus in un’ora, nell’ultimo anno il viaggio durava minimo 14 ore! E questo nell’ipotesi più fortunata, perché si poteva cadere in un fermo o in un’imboscata, o essere raggiunti da una bomba. Per questo alcuni mesi fa sono fuggito ad Istanbul con un gruppo di amici. Qui ho fatto il possibile per chiedere asilo e avere i documenti, ma la lista in cui ho scritto il mio nome contava centinaia di altri siriani e nessuno mi ha mai chiamato o dato qualche spiegazione, quindi ho capito di non avere speranza. Dalla Turchia sono partito quindi per Algeri, poi ho raggiunto la Tunisia e qui, con passaggi di o fortuna e camminate di chilometri, sono finalmente arrivato in Libia dove mi sono imbarcato per l’Italia.Durante la traversata in mare ho pensato diverse volte di morire. Ero su un’imbarcazione lunga circa 15 metri, usata prima come peschereccio, insieme a circa 500 persone! Non ho quasi respirato per tutte le 14 ore del viaggio, e quando ho visto le navi italiane ero talmente stanco da non riuscire nemmeno a gioire per avercela fatta. Anche adesso sai, che sono arrivato qui,sono distrutto ma non riesco a dormire”. Siamo raggiunti da tre ragazzi andati in cerca di vestiti puliti “Niente, niente” traduce M. “siamo in tanti arrivati oggi e ci dicono che dobbiamo avere pazienza. Loro sono i miei amici ma parlano solo curdo, siamo una decina di curdi siriani ad aver affrontato insieme questo viaggio e io sono preoccupato per loro, che non sanno l’inglese e non riescono a farsi capire”. Parliamo ancora a lungo, mentre al porto procedono le operazioni di identificazione. A gruppi di cento i profughi del primo tendone vengono condotti nell’area adibita alle procedure, e incominciano ad essere distribuiti i pasti. “quanto dobbiamo aspettare qui?dove ci porteranno? È vero che in Germania i rifugiati vivono meglio?”mi chiedono in tanti. C’ è una famiglia palestinese accampata vicino ad una tenda della protezione civile. Una delle donne mi chiama e continua a sorridere mentre parla un perfetto inglese. “questa è la mia famiglia, i miei figli di 4 e 8 anni, mio marito e questa ragazza vicino a me con suo marito che sono siriani ma siamo diventati una famiglia durante questo viaggio. Pensavamo tutti di morire e ci siamo fatti coraggio insieme. Io sono nata in Libia, anche se la mia famiglia è di origini palestinesi, ma in Libia ora è impossibile vivere, credimi.” Il marito mi chiede qualcosa in arabo e lei prontamente traduce: “abbiamo sentito dire che qui in Sicilia c’è troppa gente e non vogliono i profughi. Tu sai dove ci porteranno? Noi abbiamo rischiato di morire ma non possiamo decidere il posto in cui vivere”. Poche parole che affermano una grande verità, quella di poter scegliere dove ricostruire la propria vita.Dal porto partono i primi bus con alcuni migranti, iniziano le indagini delle forze dell’ordine e vengono regolamentate le distanze da tenere per i giornalisti presenti. Sembra impossibile trovare una sistemazione a tutti i profughi sbarcati oggi. Circa 200 passeranno infatti la notte qui al porto, mentre i sei minori non accompagnati saranno condotti alle scuole verdi di via Dessiè, dove passiamo qualche ora dopo. “Sono venuto per studiare”, mi dice uno di loro,egiziano, di 15 anni “sono sicuro che qui avrò un futuro migliore”.Lucia BorghiBorderline Sicilia Onlus