9 novembre 2016

Nell’inferno in mare

La notte del 21 ottobre Noëmi Landolt si trova a bordo della Sea-Watch 2, nave della ONG tedesca Sea-Watch impegnata nel salvataggio di 150 persone su un gommone in difficoltà al largo della Libia. La Guardia Costiera libica interviene attaccando i migranti e colpendoli con dei bastoni. Molti finiscono in acqua e muoiono. In questo articolo pubblicato sul giornale WOZ, il suo racconto di quella terribile notte.

Sabato, 22 ottobre, ore 18.53

Negli ultimi tre giorni ho dormito in totale quattro ore e mezza. La notte con la Guardia Costiera libica, un incubo diventato realtà, mi sembra ormai essere molto lontana, ma non la dimenticherò mai. Poco dopo la mezzanotte di venerdì scorso abbiamo ricevuto l’ incarico di raggiungere un “migrant boat” (barcone con migranti) con 150 persone a bordo, che si trovava in difficoltà a 14,5 miglia a nord della costa libica e quindi al di fuori delle acque territoriali libiche. Una nave cisterna si trovava nelle vicinanze, ma non aveva nessuna possibilità di recuperare il barcone. Alcuni giorni fa ho scritto che non c’è niente di più desolato di un gommone che galleggia allo sbando. Allora però non avevo ancora visto un gommone pieno di migranti che durante la notte galleggia allo sbando.

Alle due e mezza raggiungiamo il barcone. Le luci della nave cisterna Okyroe brillano nella notte buia. Come sempre mettiamo in acqua i nostri due gommoni di salvataggio per stabilire un primo contatto con i migranti e distribuire i giubbotti salvagente. I fari della nostra nave principale illuminano il barcone con i migranti quando all’ improvviso appare una motovedetta della Guardia Costiera libica. Sul ponte della motovedetta ci sono una quindicina di soldati giovani, in uniforme ed in parte armati dall’ aspetto cupo – gente che non vorresti incontrare al buio. Sono schierati come “soldatini di piombo”, allineati, ognuno al suo posto in una perfetta messinscena. Fanno quasi ridere, ma nello stesso tempo incutono paura. Non abbiamo la possibilità di comunicare con loro; nessuno di noi parla l’arabo e nessuno di loro l’inglese. Continuano a gridare: “Go out!”, ma non capiamo cosa ci vogliano dire. In ogni caso abbiamo l’impressione che ci vogliano ordinare di prendere i migranti e di andarcene out – fuori dalla Libia.

Un attimo dopo però con una manovra rischiosa fanno allontanare uno dei nostri gommoni dal barcone dei migranti, uno dei loro uomini usando una corda salta a bordo e comincia a picchiare i migranti e ad inveire contro di loro. Sentiamo le loro grida; in preda al panico quattro migranti si buttano in acqua nella completa oscurità. Alcuni dei nostri ragazzi li issano sul gommone salvagente e li portano alla “Sea-Watch 2”. Aiutiamo i quattro ragazzi a salire a bordo, tremano per il freddo o per la paura o forse per entrambe le ragioni, li facciamo sedere sul ponte di poppa e li avvolgiamo nelle coperte. Sento Ingo, il nostro Head of Mission (capo-missione), gridare nel megafono sul ponte di prua: “Boat is sinking! Man overboard! Man overboard!” (Il barcone sta affondando! Uomo a mare!). Sento le grida della gente, ma non voglio guardare e rimango con i quattro ragazzi; gli sto portando due tazze di tè e le grida sono vicinissime alle mie orecchie. Non so dove siano finite le tazze di tè, però all’ improvviso sto aiutando anch’io a far salire a bordo un ragazzo, completamente fradicio e seminudo. Vorrei aiutarlo a tirarsi su i pantaloni, però è già scoppiato l’inferno. Vicino a me un numero sempre maggiore di corpi bagnati, alcuni completamente nudi, scossi da convulsioni e tremanti si accasciano sul ponte della nave. Mi precipito al parapetto ed insieme agli altri comincio a gettare tantissimi giubbotti salvagente in acqua, ma stò controvento ed i giubbetti non arrivano mai là dove io vorrei. Funi, salvagente – buttiamo di tutto in acqua. Alla fine il barcone che sta affondando è abbastanza vicino a noi e riusciamo ad afferrare le mani dei migranti. Un ragazzino magrolino vicino a me, appena salito a bordo, aiuta con una forza incredibile a tirare su uno dopo l’altro i migranti dal barcone a bordo della nostra nave. Io afferro mani, gambe, pantaloni, braccia bagnate che per un momento sembrano scivolare via, ma improvvisamente la presa tiene ed un altro migrante è riuscito a salire a bordo.

Non mi ricordo di avere visto nessuno annegare quella notte, ma in effetti ciò è impossibile, visto che tra le venti e le trenta persone sono annegate. Your mind plays tricks on you (La mente ti gioca brutti scherzi). Mi ricordo di avere visto nel barcone due corpi con il viso all` in giù e la parte inferiore del corpo nuda. Mi ricordo dell`uomo grande e corpulento, in piedi con le braccia a penzoloni nel barcone che stava affondando e che ci fissava con occhi sgranati, ma senza proferire parola. Ad un certo punto siamo riusciti ad afferrare anche le sue mani ed a issarlo a bordo. Molti dei migranti appena saliti a bordo si sono strappati i vestiti di dosso, perché la miscela di benzina ed acqua salata gli bruciava la pelle. I nostri due gommoni hanno perlustrato la zona limitrofa ed hanno messo in salvo altri migranti, però hanno anche recuperato diverse salme. L’equipaggio della “Sea-Watch” è riuscito a salvare 124 migranti quella notte.

Non so quanto tempo ci sia voluto per far salire tutti a bordo. Distribuiamo coperte e bottiglie d’acqua e laviamo via con la canna dell’acqua la benzina che bruciava la loro pelle. Alcuni migranti ci aiutano in questi compiti, altri si addormentano subito cullati dal frusciare delle coperte di salvataggio. Ci dirigiamo verso nord. Quando ormai è chiaro, ci rendiamo conto che la maggior parte dei nostri “ospiti” sono molto giovani, ragazzi di circa vent’ anni, alcuni addirittura più giovani, hanno forse solo dodici o quattordici anni, solo pochi arrivano ai trenta.

Alle sette del mattino incontriamo una barca di legno con altri uomini a bordo. Vengono dalla Libia e dalla Siria e salgono a bordo, senza essersi nemmeno bagnati i piedi con zaini e valigie con le rotelle. Ci dirigiamo verso la nave cisterna Okyroe per consegnare i migranti che abbiamo salvato. Durante la mattinata appaiono altri gommoni carichi di migranti, ne contiamo otto con un carico di 150 persone ciascuno. I nostri gommoni di salvataggio sono continuamente in azione, distribuiscono giubbetti salvagente ai migranti, li trasportano dai gommoni alla nave cisterna, dove devono salire una scala di corda lunga più di 25 metri per arrivare a bordo. Noi sulla “Sea-Watch 2” cerchiamo di assistere i nostri ospiti nelle loro prime necessità, mettiamo a posto i giubbetti salvagente ed aiutiamo altre persone a salire a bordo. A poco a poco la nave si riempie, adesso ci sono almeno 200 persone a bordo. Tra di loro un gruppetto di donne completamente fiaccate, tra di loro una donna che viaggia sola con i suoi due bambini piccoli, che non appena arrivati a bordo si addormentano. Al tramonto gli ultimi cinque lasciano la nostra nave e salgono sulla nave cisterna dopo essersi accomiatati dal loro fratello morto, che sono stati portati nella Medic Room (infermeria).

Cerchiamo di mettere ordine alla meno peggio. Ad un certo punto arriva una lancia veloce della “Sien Pilot”, una nave norvegese che appartiene alla missione Frontex, con a bordo uomini con tute bianche che coprono tutto il corpo e che a me sembrano degli extraterrestri. Loro si portano via i quattro cadaveri. Una lancia veloce di una nave da guerra spagnola ci ordina di affondare il barcone dei migranti. Cerchiamo di mettere ordine e decidiamo di fare rotta verso nord, di uscire cioè dalla zona delle 24 miglia per avere per lo meno una mezza giornata di pausa e rimettere in ordine il nostro equipaggiamento. Alle undici e mezza vado finalmente in cabina a dormire. Tre ore più tardi veniamo di nuovo tutti svegliati. Di nuovo si sentono grida nell’oscurità, di nuovo scorgiamo un gommone con a bordo 150 persone. Tra di loro ci sono molte donne e bambini. Il recupero questo volta si svolge senza problemi, però mentre ancora stiamo svolgendo le operazioni di salvataggio di questo gommone, all’orizzonte ne appaiono altri: setto, otto, dieci, dodici…la conta sembra non voler finire. Più di 3000 persone vagano sui gommoni in mare aperto. La nave di MSF (Medici senza Frontiere) Dignity, la nave norvegese “Sien Pilot” e ancora la nave cisterna Okyroe, che in effetti era in viaggio verso la Tailandia, partecipano al recupero. I nostri gommoni di salvataggio raccolgono i dispersi da quattro gommoni grandi e da uno piccolo. In mezzo si muovono “engine fishers” (motopescherecci), lance veloci ed elicotteri.

Verso sera arriva la Guardia Costiera italiana e vuota tutte le barche che si sono raggruppate intorno a noi. Le giornate e gli avvenimenti si mischiano nella mia testa. Cos’è successo ieri? Cos’è successo oggi? Quando ero bambina avevo un piccolo Nintendo con un semplice gioco da 8-bit e nel gioco bisognava intercettare con una barchetta dei paracadutisti. Adesso mi sembra che i paracadutisti scendano dal cielo in numero sempre maggiore e sempre più velocemente, finché troppi finiscono in acqua. Game over! Mi sembra che anche noi stiamo giocando un gioco più grande di noi, un gioco perverso, in una grande arena, piena d’acqua, nel mezzo della quale galleggia una nave cisterna e dove da ogni angolo del cielo spuntano sempre nuovi giocatori. Ma, mi domando, a che cosa stiamo giocando?

Noëmi Landolt

Traduzione dal tedesco di A. Monteggia