8 settembre 2015

LasciateCIEntrare – visita al Centro d’identificazione ed espulsione di Trapani del 29/8/2015

Presenti alla visita: Elio Tozzi, on. Ignazio Corrao M5S, Fulvio Vassallo Paleologo, sen. Santangelo M5S, Paola Sobbrio, Gaetano Fratello, Agata Ronsivalle, Giuseppe Mazzonello

In seguito al rifiuto da parte della prefettura di Trapani, della richiesta di accesso alla delegazione di “LasciateCIEntrare”, prevista per il due settembre c.a., ci rechiamo al Cie di Milo, senza alcun preavviso, la mattina del 29 agosto c.a., insieme all’europarlamentare Ignazio Corrao e al sen. Maurizio Santangelo entrambi del M5S ed i loro assistenti.

Entriamo all’interno della struttura insieme alle forze dell’ordine che presidiano il Centro d’identificazione ed espulsione. Siamo accompagnati da un carabiniere, che ci dà subito le prime informazioni. Ci spiega che al momento le persone trattenute nel centro sono 130, prevalentemente di nazionalità marocchina. Successivamente apprendiamo che tra questi 116 sono “sedicenti marocchini” trasferiti a Trapani il 17 agosto dopo avere ricevuto un provvedimento di respingimento differito ed un decreto di trattenimento emesso dal Questore di Catania poche ore dopo lo sbarco dalla nave norvegese di Frontex che li aveva soccorsi in acque internazionali. Tra gli altri “ospiti” del CIE vi sono anche un algerino, qualche tunisino e due ragazzi dell’Africa subsahariana. Un gruppo di 12 marocchini è arrivato al CIE di Milo il 28/8/2015, giorno precedente alla nostra visita, in seguito allo sbarco a Trapani avvenuto il 27/8/2015. Ci riferiscono che, prima dell’arrivo dei “sedicenti marocchini” trasferiti da Catania, il CIE era quasi vuoto (al massimo 7 persone trattenute), perché il 3 agosto secondo le disposizioni ministeriali la struttura sarebbe dovuta già diventare hotspot.

Ci viene accordata la possibilità ad entrare in uno dei due settori attivi del CIE e di poter comunicare con i detenuti, che ci vengono incontro inizialmente diffidenti. Chiediamo ai migranti se un mediatore culturale o un avvocato gli avesse spiegato i loro diritti e la loro condizione. Inoltre ci preme capire se in fase di convalida ognuno di loro avesse avuto il colloquio individuale con il giudice alla presenza di un avvocato e di un interprete, come previsto dalla legge (artt. 13 e 14 T.U. 286 del 1998).

Incontriamo subito M. A. un migrante di nazionalità marocchina che tiene subito a spiegarci che lui ha una condizione differente rispetto agli altri. Alle spalle ha dei trascorsi in carcere e una vita difficile. Si trova al CIE di Trapani da più tempo, parla italiano e in molte occasioni fa da interprete all’interno di quel settore, perché al momento, dentro il CIE, lavora solo una mediatrice culturale di nazionalità tunisina. Notiamo però che le convalide sono state effettuate dal giudice di pace che sarebbe stato all’interno del centro di Milo con l’assistenza di un mediatore culturale marocchino.

Insieme con lui anche un ragazzo ventenne, che per la sua esile corporatura dimostra di essere più giovane. Si chiama Abd A. F. da pochi giorni ha tentato il suicidio. Il carabiniere che ci accompagna, quasi con commozione, lo descrive come un ragazzo fragile, potrebbe essere suo figlio. Abd A. F., esasperato, dichiara di essere di essere siriano ma questo non è stato confermato dai mediatori culturali e dai rappresentanti delle organizzazioni umanitarie che hanno visitato i detenuti ( OIM e forse UNHCR ). Il ragazzo dice di essere di Damasco e ci mostra una fotocopia della sua patente siriana. Sulla questione interpelliamo anche l’ente gestore che ammette la possibilità che Abd A. F. abbia la doppia nazionalità marocchina e siriana. Con tutti i dubbi del caso sulla nazionalità, la preoccupazione che un individuo fragile in un ambiente di questo tipo possa avere un ulteriore crollo psicologico è quasi una certezza. Il ragazzo per di più non ha avuto supporto specialistico adeguato. Ci dicono in maniera approssimativa che è stato visitato soltanto dal medico della struttura, con cui purtroppo non siamo riusciti a parlare. Abd A. G. F. oltre a dirci di rifiutare i farmaci, mostra un braccio infortunato per il quale al momento della nostra visita non era stato ancora visitato da nessun medico. Ricordiamo che lo stesso capitolato d’appalto per i centri d’identificazione ed espulsione del 2008, per i servizi di assistenza generica alla persona prevede: “ Particolare riguardo deve essere prestato a tutte quelle situazioni che richiedono interventi specialistici come quelli che possono essere necessari nel caso di vittime di tortura, vittime di violenza/abusi, portatori di handicap, portatori di disagio mentale, etc…”. Invece una questione così delicata sembra essere trattata da chi di dovere in maniera superficiale.

M. A. alle nostre domande iniziali risponde facendo una premessa: “ Qui si fa tutto a casaccio! Ad ogni nostra domanda ognuno risponde in modo diverso…” continua traducendo: “ dicono di aver firmato senza capire niente, nessuno di loro ha avuto il colloquio con il giudice insieme all’avvocato e all’interprete”. In sostanza i migranti marocchini non sarebbero stati chiamati a partecipare all’udienza di convalida, né avrebbero avuto la possibilità di parlare con un avvocato che era stato loro nominato d’ufficio. Nessuno ha informato i migranti dell’esito della convalida. Alcuni colloqui con avvocati erano in corso al momento della visita. I migranti ci esprimono in maniera chiara tutto il loro malessere, dato dal fatto di non capire le motivazioni e i tempi della detenzione all’interno della struttura. Lamentano inoltre la scarsa quantità di cibo e acqua che gli viene fornita giornalmente ( specialmente la colazione ). Ai detenuti è fornita una sola bottiglia d’acqua al giorno. L’ente gestore ci spiega che, oltre all’acqua in dotazione prevista giornalmente, ne viene data altra attraverso un distributore. I detenuti affermano però che l’acqua fornita è poca e non è refrigerata. Per la colazione invece chi ha la disponibilità economica chiede a un operatore di comprare qualcosa da mangiare all’esterno della struttura, mostrandoci anche gli scontrini fatti la mattina stessa. Chiediamo anche al carabiniere, sempre presente durante i colloqui, se in fase di convalida i detenuti hanno la possibilità di nominare un loro avvocato e se possono usare i cellulari. Il carabiniere risponde che naturalmente esiste il patrocinio gratuito e possono nominare un loro avvocato. Conferma anche che spesso però vengono affidati ad avvocati di riferimento della struttura. I detenuti, inoltre, possono usare il cellulare ma non la fotocamera, che viene danneggiata al loro ingresso dentro al CIE.

M. A. spiega che soltanto qualcuno ha potuto nominare un avvocato ma la maggior parte no. Aggiunge pure che egli stesso ha chiesto la lista degli avvocati di riferimento della struttura, ma non gli è stata data. Un’altra causa di grande malessere e risentimento è non essere ancora riusciti a mettersi in contatto con i propri familiari dall’arrivo in Italia. Anche chi fra loro conserva ancora il telefonino dopo la traversata in mare, non può utilizzare le schede telefoniche date in dotazione dall’ente gestore perché incompatibili con le sim card libiche.

Dall’esame dei decreti di respingimento che abbiamo potuto rilevare e documentare sul posto, emerge che i 116 marocchini sono sbarcati al porto di Catania giorno 17 agosto c.a..

La questura di Catania ha attuato dei decreti di respingimento pressoché uguali per tutti, accolti successivamente dal giudice di pace di Trapani il 19 agosto c.a.. In base all’art. 5 della Convenzione Europea tutti i trattenimenti devono avere una base legale ed essere motivati individualmente. In base all’art.13 della stessa Convenzione tutti gli internati nei centri chiusi hanno diritto di difesa. L’Italia ha già subito diverse condanne per avere violato queste norme direttamente vincolanti.

Inoltre i suddetti provvedimenti di respingimento differito ex art. 10 comma 2 del T.U. 286 del 1998, indicano ancora come tribunale competente avverso il decreto di respingimento il Tribunale amministrativo Regionale con sede in Catania, mentre da anni la Corte di Cassazione ha chiarito la competenza del giudice ordinario. E dunque tale indicazione appare fuorviante rispetto alla possibilità di un effettivo esercizio del diritto di difesa dei migranti destinatari delle misure di trattenimento ed accompagnamento forzato in frontiera.

In presenza dell’ente gestore, di un rappresentante della questura e di un assistente sociale, esprimiamo le nostre perplessità sul modo di operare del giudice di pace e sul comportamento degli avvocati nominati per rappresentare i 116 marocchini. Il loro ruolo appare ambiguo. Queste figure professionali, davanti al Giudice di Pace non hanno avuto niente da eccepire e men che meno si sono preoccupati di presentarsi al colloquio con il giudice insieme ai loro assistiti o di insistere per la presenza degli stessi. E in più, nessuno ha fornito ai migranti una qualsiasi informazione sulla possibilità di fare richiesta d’asilo, così come richiede oggi la Corte di Cassazione per la legittimità del provvedimento di respingimento. Ma nessun avvocato sembra abbia sollevato questo tipo di eccezione. La conferma di quanto non sia stato accordato un esercizio effettivo dei diritti di difesa, con una violazione eclatante del principio del contraddittorio, arriva anche dall’ente gestore che quasi in imbarazzo spiega di non essersi neanche accorto(sic!) della presenza del Giudice di Pace all’interno del CIE, cui di solito viene riservata una saletta apposita per i colloqui con i detenuti. Si potrebbe dubitare a questo punto che il giudice di pace si sia effettivamente recato nel CIE di Milo per convalidare le misure di respingimento e di trattenimento.

Lo stesso imbarazzo si avverte quando in quel momento qualcuno ha affermato che, un avvocato di nome Magda Amoroso in poche ore si è occupata di settanta convalide. Ciò nondimeno la noncuranza è dimostrata anche nel trascrivere nei decreti in modo errato nomi e dati degli assistiti.

A rimarcare l’approssimazione nel modus operandi, anche il caso di un ragazzo che, pur non avendo ancora raggiunto la maggiore età, è stato registrato come maggiorenne. A questo proposito l’ente gestore spiega che non esiste una procedura stabilita per i minorenni (sic!). In genere viene consigliato di farsi inviare il certificato di nascita tradotto dal consolato di turno.

Ognuna di queste persone ha una storia che va ascoltata e la nazionalità non può essere un deterrente, poiché questi marocchini provengono dalla Libia, dove vivevano e lavoravano da tempo. Ad esempio S. si è trasferito in Libia quando aveva 18 anni, lì studiava e lavorava da anni. Poi è stato derubato di tutto ed aggredito ferocemente. Sul corpo e sul volto si possono vedere ancora i segni delle violenze. Al CIE di Trapani S. per impiegare il tempo nelle lunghe giornate, vorrebbe leggere, ma la biblioteca non gli ha dato i libri nonostante ne abbia fatta richiesta. Non sappiamo che cosa succederà ai marocchini respinti con un provvedimento che nessuno sa quando e se potrà essere eseguito. Ci è stato detto che il console marocchino si sia recato per due volte nel CIE di Milo, prima della nostra visita, ma senza dare alcuna certezza sull’effettiva esecuzione delle misure di rimpatrio forzato.

La stessa incertezza riguarda anche il futuro della struttura. È stata aumentata la capienza dei posti da 220 a 300. L’ente gestore ed il rappresentante della questura ci spiegano che sono previsti lavori strutturali, ma non si sa quando e come partirà l’hotspot. I locali destinati ad hotspot da noi visitati nella fase finale della visita apparivano in una condizione che non ne lasciavano presagire una immediata utilizzazione, anche per la mancanza di arredi.

L’ente gestore manifesta dei dubbi sui tempi di trattenimento ( previsti solo 72 ore ) nel centro, una volta che questo sarà trasformato in hotspot e sul trasferimento delle persone verso un’altra struttura dopo l’ identificazione. Sappiamo che il 27 agosto a Trapani si è recato un alto rappresentante del Ministero, il dott. Pinto, per monitorare il CIE durante la trasformazione ad hotspot. Ci chiediamo perplessi: “ con quale sistema le prefetture e gli enti gestori faranno riconvertire le strutture se non esiste una normativa che spiega come fare? ”. Nessuno ci risponde.