28 gennaio 2015

L’araba Fenice dei Centri di Identificazione e Espulsione

Da Unimondo
Sono passati da 11 a 5 e calati di capienza, eppure i Centri di Identificazione e Espulsione continuano a rinascere, dalle ceneri metaforiche dei vari rapporti che denunciano pesanti violazioni dei diritti umani e da quelle reali dei diversi incendi, sviluppatisi negli anni in seguito a disordini che, secondo il tribunale di Crotone, sono atti di “legittima difesa”.

Il viaggio di Unimondo nei Cie, iniziato da quelli di Roma e Torino, prosegue andando verso il sud della penisola. Fra i centri chiusi dal 2013 a oggi, figurano infatti le principali strutture del nord Italia – Gradisca di Isonzo, Bologna, Modena e Milano – destinate negli ultimi mesi, con l’esclusione di Modena, all’accoglienza temporanea dei rifugiati. A gestirli, nel caso di Milano e Gradisca, le stesse società che gestivano i centri di espulsione, ovvero Gepsa/Acuarinto e Connecting People.
Sono invece tre i CIE in attività nell’Italia meridionale: Bari Palese, Caltanissetta Pian del Lago e Trapani Milo, il cui caso merita attenzione. Anch’esso parzialmente chiuso e ristrutturato, il centro andrà a breve in gestione al consorzio Badia Grande, un gruppo di cooperative socie della Caritas trapanese. Oltre a un’affiliazione che scotta, quella con l’ex direttore di Caritas don Librizzi, oggi indagato per reati legati alla gestione clientelare delle strutture per migranti, Trapani Milo spicca per l’originalità del contratto d’appalto stipulato fra gestori e prefettura, che prevede una clausola di pagamento minimo: indipendentemente dal numero di trattenuti, la prefettura pagherà una quota non inferiore a quella per 102 persone, ovvero il 50% della capienza totale. Lo stato potrebbe così pagare 3000 euro al giorno – 29 euro di appalto per 102 – per un servizio che non viene erogato.
Il secondo CIE siciliano si trova in località Pian del Lago, alle porte di Caltanissetta. A gestirlo è Auxilium, già citata, che opera anche nel contiguo Cara, per richiedenti asilo. Oltre a essere il centro con la percentuale più alta di espulsioni, Pian del Lago racconta, o meglio tenta di silenziare, un’altra storia. Lo scorso ottobre una delegazione di giornalisti della campagna LasciateCIEntrare, la cui visita è prevista dalle direttive ministeriali, è stata infatti lasciata alla porta. “L’ingresso – hanno spiegato – è stato autorizzato solo per tre persone, con modalità assolutamente restrittive e inedite”, ovvero limitandosi al varco del secondo cancello. Copione che si è ripetuto un mese più tardi a Bari, dove alcuni ricercatori avevano chiesto di entrare nel Cie in seguito a un episodio di violenza da parte delle forze dell’ordine, denunciato dai trattenuti. “Per la prima volta dopo tre anni – ci ha spiegato Giuseppe Campesi – non abbiamo ottenuto l’autorizzazione della prefettura, con cui i rapporti sono stati sempre buoni”. La ragione addotta, spiega Campesi, ricercatore universitario e fondatore dell’Osservatiorio Migranti Puglia, è quella della scarsa sicurezza. Stessa motivazione presentata a alcuni giornalisti e attivisti di LasciateCIEntrare giunti nel CIE di Ponte Galeria prima del Natale 2014, al seguito dell’europarlamentare Barbari Spinelli, e lasciati fuori nonostante la regolare richiesta di accesso.
Difficile dire se dietro questi episodi vi sia un’esplicita volontà delle prefetture, ma va segnalato che diverse organizzazioni che si occupano di diritti umani, come la siciliana Borderline per la provincia di Agrigento, si sono viste negare l’accesso a centri per migranti negli ultimi mesi. Una stretta al diritto d’informazione che, in coincidenza con le denunce del business dei migranti, porrebbe numerosi interrogativi. Da Bari, però, arriva un’altra storia, che potrebbe influenzare tutta la penisola.
Protagonisti alcuni cittadini impegnati, sostenuti dall’avvocato Luigi Paccione, che nel nel 2009 hanno dato vita all’associazione Class Action Procedimentale, per tentare di promuovere uno strumento giuridico, quello della class action, che il nostro ordinamento non prevede. Uno degli ambiti scelti è stato proprio quello dei CIE. “A Bari Palese – ha raccontato Paccione – abbiamo riscontrato gravi violazioni dei diritti umani, così ci siamo mossi sul piano legale”. Ottenendo alcune conquiste: “nel gennaio 2014 il tribunale, con un pronunciamento unico a livello europeo, ha disposto che entro 90 giorni le strutture – che non garantiscono condizioni di vita dignitose – venissero riadattate”. Di fronte alle inottemperanze della prefettura, che ha ridotto la capienza da 96 a 72 posti senza però rispettare l’ordinanza del giudice, il procedimento è proseguito. “Abbiamo inoltrato un’istanza di chiusura definitiva del CIE, struttura illegale perché non rispetta gli standard minimi previsti”. L’esito dell’udienza dovrebbe arrivare a breve. Nel frattempo la regione Piemonte, attraverso una mozione di giunta, e il comune di Torino in un dibattito consigliare, si sono espressi per la chiusura del CIE cittadino.
Violazioni dei diritti umani, denunce per frode – fra tutte quella contro Connecting People, gestore del CIE di Bari – vertenze sindacali fra personale e gestori. Nel 2015 il numero dei CIE potrebbe insomma ridursi ulteriormente. Fino a oggi, però, succede che un giovane nigeriano trattenuto a Ponte Galeria non possa essere visitato da un suo medico di fiducia, diritto che invece hanno i detenuti delle carceri ordinarie e che gli viene negato, anche dopo due settimane di sciopero della fame. E non si tratta di un vezzo: l’uomo sostiene infatti di aver subito violenze durante il fermo di polizia e di voler accertarne l’entità dal punto di vista medico. “Una storia di inadempienze – sottolinea un compagno di stanza – che mi ricorda vicende terribili come quelle di due italiani, Cucchi e Aldrovandi”.
Giacomo Zandonini