31 maggio 2019

L'(a)normalità dell’accoglienza a Caltanissetta

A Caltanissetta e provincia i pericolosi effetti del decreto sicurezza cominciano a manifestarsi. Aumentano i casi di razzismo e si fa evidente l’arbitrarietà della questura nell’applicazione delle misure legislative.

L’ingresso dello Sportello Immigrati a Caltanissetta (foto di Silvia Di Meo)

La situazione dei centri governativi

“Caltanissetta è una città borghese e diffidente che sta perdendo tutto, poco a poco”, è una delle constatazioni espresse dagli operatori dello Sportello Immigrati del capoluogo nisseno. La città è appena uscita dalla campagna elettorale delle elezioni comunali che ha esasperato il dibattito locale. Tuttavia, nelle discussioni elettorali il tema migrazione è stato quasi del tutto omesso, trascurando una questione che rientra direttamente negli interessi comunali, ossia quella relativa alla gestione degli SPRAR, e anche delle altre strutture istituzionali preposte all’accoglienza.

Nei mesi scorsi sono stati chiusi i CAS e i centri per minori. Ora restano attivi il CARA e il CPR di Pian del Lago, due strutture più volte segnalate per la loro inadeguatezza e le gravi vicende di violenza.

Malgrado la vertenza di chiusura che pesa sulla struttura di accoglienza per richiedenti asilo, il CARA di Caltanissetta è ancora aperto e conta circa 235 persone (189 ospiti del CDA e 46 del CARA), alloggiati in containers, provenienti soprattutto da Pakistan, Tunisia, Afghanistan, Gambia, Senegal, Nigeria, Somalia.  Le condizioni di vita sono difficili, tanto è che poche settimane fa gli ospiti del centro hanno indetto una manifestazione molto partecipata per denunciare le pessime condizioni di vita a cui sono costretti. Tra gli ospiti ci sono diverse persone vulnerabili che lamentano necessità di cure e attenzioni particolari.

Il CPR continua a svolgere la sua funzione detentiva, limitando la libertà di 72 persone, ree di non avere un titolo di soggiorno, soprattutto marocchini e tunisini, oltreché egiziani, gambiani, senegalesi e nigeriani. Sono in tanti a lamentare disturbi psicologici, a denunciare insofferenza, ansia e depressione. Ci viene riferito che lì “l’essere umano continua a non esistere”,  nel senso che manca il rispetto per i diritti della persona in quanto tale. Nelle ultime settimane non sono però state registrate proteste, dopo un intenso periodo in cui manifestazioni e rivolte erano all’ordine del giorno.

 

Razzismo sociale e razzismo istituzionale

Lo stesso capoluogo di Caltanissetta è una realtà segnata dalla presenza di migranti, organizzati per comunità etniche specifiche. Queste costituiscono poli di attrazione per altri arrivi e sono la base per la costruzione di reti di appoggio tra i vari gruppi di migranti. Le comunità più grandi sono quella nigeriana e quella somala, visibilmente presenti sul territorio. A queste si aggiungono le comunità gambiana, afghana e pakistana; oltreché quella marocchina e tunisina, storicamente radicate. Spesso le attività di queste comunità costituiscono un impulso all’economia locale, come nel caso della lavanderia e del ristorante kebab, frequentati sia da stranieri che da nisseni.

Tutto ciò non risulta essere il prodotto emblematico di una integrazione, anzi. Allo Sportello Immigrati di Caltanissetta denunciano un clima pesante e un aumento drastico di casi di razzismo quotidiano sul territorio. Tra gli altri casi ci viene segnalata la discriminazione degli stranieri legata alla ricerca degli affitti abitativi: risulta quasi impossibile per un migrante  trovare una soluzione affittuaria a Caltanissetta. Questo problema, sebbene fosse preesistente al periodo attuale, adesso può dirsi una prassi strutturale. Le uniche soluzioni abitative che i migranti riescono a trovare – quando ne trovano – sono quelle riferite a locazioni nel vecchio centro, in condizioni precarie e a costi molto più alti del normale. Questa discriminazione riguarda indistintamente tutti i migranti, anche quelli con regolare contratto di lavoro, referenze e titoli di studio.

Anche i rapporti con le forze di polizia lasciano trapelare un arbitrario esercizio di intolleranza. In queste settimane sono emerse frequentemente segnalazioni di migranti fermati  dalla polizia, sembrerebbe in modo pretestuoso. Inoltre, molte richiedenti asilo nigeriane hanno lamentato maltrattamenti e trattenimenti immotivati da parte delle forze dell’ordine, senza aver possibilità di rivolgersi ad un avvocato. Queste segnalazioni non sono sfociate in denunce effettive poiché le stesse comunità africane temono accanimenti e ritorsioni nei loro confronti da parte delle forze di polizia.

 

Norme e prassi che producono irregolarità

La deriva xenofoba e punitiva verso i migranti trova forza nello strapotere che le autorità esercitano in assoluta discrezionalità, anche a livello amministrativo e giuridico.

Lo Sportello Immigrati di Caltanissetta segnala che è sempre più ricorrente la revoca dei permessi di soggiorno e di carte di soggiorno sulla base di motivazioni che non trovano riscontro nella legge, come precedenti penali non rilevanti o pendenze. Spesso gli avvocati dello sportello hanno impugnato provvedimenti che sono poi stati annullati dai tribunali. Una magra consolazione, considerando che nel frattempo molti dei diretti interessati hanno perso il lavoro e sono ricaduti nel vortice della precarietà da cui pensavano di essere usciti.

Un altro fatto significativo che costituisce un grosso ostacolo ai migranti è quello legato al diniego dei passaporti consolari. Le ambasciate della Guinea, del Senegal e della Nigeria non rilasciano né passaporti né lasciapassare, vanificando lo sforzo di molti migranti di ottenere un permesso di soggiorno per lavoro.

Secondo lo Sportello immigrati di Caltanissetta, l’iter legale si fa sempre più complesso per i migranti: i dinieghi della Commissione territoriale, data la cancellazione della protezione umanitaria, costituiscono una percentuale altissima rispetto agli accoglimenti delle domande. A ciò si aggiungono due frontiere da superare: le difficoltà di iscrizione anagrafica per i richiedenti asilo e la necessità di conversione del permesso di soggiorno per motivi umanitari in un altro tipo di permesso di soggiorno. A proposito di questo, lo Sportello si è mobilitato avanzando alla questura la proposta di aprire la strada ad una conversione del permesso di soggiorno per motivi umanitari in permesso per ricerca di attività lavorativa attraverso il possedimento di UNILAV, un tirocinio formativo con l’ufficio lavoro o finanziato dalle aziende, della durata di un anno.

Ci segnalano inoltre la presenza sempre più numerosa di giovanissimi migranti, arrivati in Italia come minori non accompagnati, che tentano di convertire il loro permesso di soggiorno per motivi umanitari con grandi problemi, dal momento che nei centri dove sono stati accolti spesso non hanno avuto la possibilità né di imparare la lingua italiana né di inserirsi in un reale processo di integrazione sociale e lavorativa.

In questo difficile scenario i migranti vivono uno stato di ansia a causa delle misure restrittive e lamentano la paura per le incertezze date dalle nuove condizioni di precarietà: il timore, fondato, è quello di perdere la normalità esistenziale riacquisita progressivamente e e di piombare nel vortice dell’irregolarità.

 

Silvia Di Meo

Borderline Sicilia

 

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