15 ottobre 2014

La vergogna normalizzata: cronache dalla Sicilia orientale

Reportage dai centri di “accoglienza” siciliani (luglio-settembre 2014)

Da Meltingpot
Di Davide Carnemolla
E’ appena passato il 3 ottobre con le iniziative che molti attivisti hanno organizzato seguendo i princìpi della Carta di Lampedusa e le rivendicazioni contenute nell’appello “Il nostro 3 ottobre”
Un 3 ottobre arrivato dopo mesi che hanno visto morire migliaia di migranti nel tentativo di attraversare il Mediterraneo. I numeri del più grande cimitero del mondo crescono sempre di più e solo nel 2014 sono morte almeno 3000 persone. Ma per chi riesce sopravvivere ed a toccare terra non si prospettano affatto tempi felici. La convinzione (o la speranza) di poter avere dei diritti e un’esistenza dignitosa è presto soffocata da una realtà fatta di un mix variabile ma tremendamente costante di abbandono e segregazione. E il tutto accompagnato da campagne mediatiche e politiche di stampo xenofobo e da un’enorme macchina del business che in Italia, e in Sicilia in particolare, riempie le tasche di consorzi, cooperative, associazioni e aziende sparse in tutto il territorio dell’isola. E la situazione potrà solo peggiorare vista l’imminente partenza del mega-programma repressivo-militare Mos Maiorum-Triton e la circolare ministeriale che impone la schedatura di tutti i migranti arrivati in Italia.

Proveremo dunque qui di seguito a tracciare una breve e sicuramente non esaustiva “geografia dell’accoglienza indegna” riportando quanto abbiamo visto ed ascoltato a luglio e settembre in varie località della Sicilia orientale.

Pozzallo e Comiso: l’infinita “prima accoglienza”
A Pozzallo da mesi si susseguono quasi senza sosta gli sbarchi con un numero sempre più alto di palestinesi. Andiamo al CPSA (sulla cui chiusura e riapertura ad inizio settembre le informazioni restano alquanto confuse) il 19 settembre – insieme a Lucia di Borderline Sicilia e Stefania della Rete Antirazzista Catanese – e la prima immagine che abbiamo davanti agli occhi è quella di un gruppo di migranti segregati dentro l’edificio centrale del CPSA incollati al vetro della porta (chiusa). Sono i migranti neo-arrivati e, come ci confermano anche le forze dell’ordine all’ingresso del centro, restano rinchiusi lì dentro – senza nemmeno poter uscire nel cortile interno del centro per prendere un momento di aria – finchè non vengono ultimate tutte le procedure di identificazione. E ad alcuni va anche peggio: “quelli appena arrivati non possono uscire dall’edificio finchè non vengono tutti identificati, gli egiziani invece li mandiamo direttamente nei CIE o li respingiamo” ci dice un poliziotto del CPSA a conferma dello scandaloso vuoto di diritti che colpisce, ancora più di altri, i migranti egiziani che scappano dai conflitti nel loro paese e che sono ancora vittime di espulsioni collettive derivanti da un’assurda applicazione di un accordo bilaterale Italia-Egitto risalente al 2007 (quindi ai tempi di Mubarak) che di fatto impedisce loro di chiedere asilo in Italia.


Il CPSA di Pozzallo


Migranti all’interno del CPSA. All’esterno dell’edificio si vede un gruppo di minori mentre dietro la porta bianca si intravedono alcuni dei migranti reclusi all’interno dell’edificio in attesa delle procedure di identificazione (photo Rete Antirazzista catanese)

Oltre ai migranti rinchiusi (che in diversi casi vi restano per giorni o addirittura settimane) e agli egiziani immediatamente respinti ci sono anche alcuni minori arrivati in primavera. Vittime anche loro di una doppia vergogna: essere costretti a stare in un CPSA dopo mesi dal loro arrivo e non avere adeguate tutele in quanto minori. Passiamo la giornata con quattro di loro che ci raccontano la loro esperienza (riportata anche da Lucia, attivista di Borderline ). “Da metà settembre ci hanno rimandato nel CPSA perchè la casa dove abbiamo vissuto in estate non era più disponibile. Senza dirci niente hanno portato i nostri bagagli dalla casa al CPSA la notte prima del nostro trasferimento e l’indomani quando siamo arrivati al CPSA abbiamo visto le nostre valigie completamente saccheggiate. Abbiamo chiesto alla polizia ma ci hanno detto di non saperne nulla” ci racconta uno di loro. E un altro aggiunge: “per protesta abbiamo dormito all’aperto davanti alla casa dove abitavamo: è assurdo che dopo mesi che siamo qui ci rimandino al centro di prima accoglienza!”. “Vogliamo andare via da qui ma nessuno ci dice niente sul nostro futuro” ci ripetono più volte. Nella loro traversata hanno visto morire molti loro compagni di viaggio e hanno gli occhi tanto dolci quanto impauriti dal passato, dal presente e dal futuro. Cercano un po’ di umanità che trovano in qualche ragazzino locale che gioca per le vie di Pozzallo. Scambiano qualche sorriso e qualche battuta in un mix di italiano e inglese. Di altro tenore invece i rapporti con operatori e forze dell’ordine al CPSA: “Lì dentro non ci rispettano: gridano sempre e a volte ci minacciano. Noi ci rivolgiamo con loro sempre in maniera gentile ma loro ci trattano più come animali che come persone”.
Dopo alcuni giorni veniamo a sapere che questi ragazzi insieme ad altri minori sono stati trasferiti in alcune comunità per minori del Centro e del Nord Italia (molte delle quali hanno disponbilità di posti a fronte delle strutture siciliane che sono al collasso). Ma intanto almeno altri 40 minori restano al CPSA di Pozzallo in attesa di avere un futuro.
Dalle città alle campagne la situazione non cambia poi così tanto. Così come nel resto dell’isola, nei dintorni di Comiso stanno sorgendo vari centri di accoglienza siano essi denominati CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria) o meno.
In quest’ultima categoria rientra l’ex azienda Don Pietro, situata in aperta campagna e a diversi chilometri dal primo centro abitato. Questa struttura “indefinita” è in realtà stretta parente del Palaspedini di Catania e dei tanti centri informali della galassia della “reclusione creativa” italiana. Il centro è collegato da un filo diretto col CPSA di Pozzallo dal quale vengono inviati alcuni dei migranti sopravvissuti appena arrivati in Sicilia (tra cui un numeroso gruppo arrivato il 15 settembre).
E i sopravvissuti che abbiamo incontrato noi a fine luglio fuori l’ex azienda Don Pietro hanno visto morire 45 persone nel vano ghiacciaia del peschereccio col quale hanno compiuto la loro traversata. 45 persone – tra cui donne e bambini – ammassate e chiuse in uno spazio ridottissimo morte per soffocamento. “Erano accatastati l’uno sull’altro, come in una fossa comune che ricorda Auschwitz” aveva detto uno dei primi che ha visto i cadaveri dentro il peschereccio.
Ci rechiamo a fine luglio a Comiso insieme a Elio di Borderline Sicilia – progetto che svolge in tutta la Sicilia un costante lavoro di monitoraggio della situazione e di supporto legale ai migranti.
A pochi chilometri da lì, a Pozzallo si stanno svolgendo i funerali di quelle 45 persone, ennesime vittime della Fortezza Europa che finge di manifestare la sua solidarietà commemorando i morti – come lo scorso 3 ottobre – senza fare nulla per evitarli o almeno per garantire a chi è ancora vivo i propri diritti.

L’ex azienda Don Pietro di Comiso


La zona di campagna dov’è situata l’ex azienda Don Pietro. I mezzi di trasporto pubblici e i più vicini centri abitati della zona distano chilometri dal centro di accoglienza

A differenza di Pozzallo, a Comiso gli “ospiti” possono uscire anche se in realtà vagano nel nulla. Proviamo ad entrare nel centro e chiedere informazioni ai poliziotti che però restano sul vago limitandosi a dirci che loro sono appena arrivati lì e sanno molto poco.
Subito dopo, nelle caldissime e desolate campagne vicino il “centro informale”, incontriamo due gruppetti di migranti subsahariani che ci raccontano cosa stanno vivendo: “siamo qua da settimane e non sappiamo nulla del nostro futuro”, “nessuno ci ha detto niente sulla richiesta d’asilo”, “non sappiamo dove siamo e come muoverci da qui”.
Un ragazzo, dal volto visibilmente sofferente, ci dice “ho fortissimi dolori alla testa e ai denti e gli antidolorifici che mi danno qui non servono. La notte non riesco mai a dormire”. Anche il cibo è scadente: “qui ci danno tutti i giorni pasta col concentrato di pomodoro, non con i pomodori che si coltivano qui”, “col cibo che ci danno stiamo male ma non ci ascoltano”. Uno di loro ci dice che tutte le volte che prova a mangiare vomita e adesso non mangia quasi più niente. Un altro ragazzo ci racconta che gli operatori del centro si rivolgono spesso loro con frasi e modi sgarbati e a volte anche minacciosi. “Un giorno ho chiesto del pepe per dare sapore alla pasta e mi hanno risposto dicendomi che se continuavo a dare fastidio avrebbero chiamato la polizia”. Quindi incontriamo un minore che ci chiede perchè è ancora lì da settimane pur avendo dichiarato, così come altri tre, la sua minore età.
Sono tutti in attesa di avere un briciolo di informazioni e sono esausti, per il passato e per il presente. Quando li incontriamo ci dicono di essere in 160 lì dentro ma qualche ora prima era andato via dal centro un altro gruppo. Vogliono sapere qualcosa, vogliono avere i diritti che spettano loro. Uno ci chiede “Posso andare via da qui? Vi prego datemi un consiglio, ditemi cosa posso fare”.
Sotto il caldo, con la morte ancora davanti agli occhi, alla disperata ricerca di un aiuto e un’informazione. E’ questa la loro vita, una vita non da esseri umani. Non hanno nemmeno il diritto al loro nome ma “esistono” solo per la striscia di plastica attaccata al polso con un numero di 3 cifre e una lettera. “Nessuno ci chiama per nome ma dicono solo il numero attaccato ai nostri polsi. Noi qui siamo questo. Sembra di essere tornati ai tempi degli schiavi”.
Come dargli torto?

Il CARA di Mineo: come vivere sulle spalle dei migranti tra visite guidate e altre operazioni di facciata
“Ormai possiamo dire che oggi la maggior parte dei posti di lavoro si produce sulla negazione della libertà di movimento dei migranti”. Questa frase di un attivista catanese racconta meglio di qualsiasi altro discorso l’incessante processo di speculazione e di militarizzazione attuato sulla pelle dei migranti e il CARA di Mineo ne è uno degli esempi più lampanti.
I consorzi Sol. Calatino e Sisifo da circa 3 anni gestiscono il CARA traendo un costante profitto dal voluto sovraffollamento della struttura (circa 4000 migranti a fronte di una capienza di 2000) e dalla vergognosa lentezza delle procedure per la valutazione delle richieste di protezione internazionale (con attese fino a 3 anni). La gente dentro il CARA è esasperata, come dimostrano i ripetuti tentativi di autolesionismo e persino di suicidio, e le voci sulle condizioni di vita lì dentro giungono anche ai migranti neoarrivati. “Se ci mandano al CARA io scappo, lì non si può vivere dignitosamente” ci dicono alcuni ragazzi che abbiamo incontrato a luglio al Palaspedini di Catania.
Ma la reclusione dei migranti è un ottimo affare per l’intero territorio e soprattutto per i consorzi che gestiscono il tutto e che di fatto hanno creato una sorta di economia parallela che ruota intorno alla gestione dei migranti. Il mega-business del mega-CARA deve però apparire presentabile e quindi periodicamente gli enti gestori si inventano qualche escamotage come organizzare partite di calcio con i migranti del CARA o realizzare video per mostrare quanto sia bello stare in quel posto. Avere un’immagine diversa da quella che ci vogliono propinare è quasi impossibile. Le visite all’interno della struttura sono sempre guidate e annunciate con un certo preavviso e quindi si risolvono in un giro turistico del CARA che mostra solo il mostrabile. E questo vale per tutti, dai parlamentari ai giornalisti. Anzi alcuni giornalisti a volte, pur facendone richiesta, non ricevono i permessi per entrare come dimostra un articolo pubblicato su una testata online siciliana. Ma quando qualcuno – come dimostra anche questo video girato ad aprile – riesce a “svicolare” dalle attente grinfie delle guide del CARA si scopre qual’è la verità.
I migranti però sono fonte di guadagno anche fuori dalle mura del CARA. Il Consorzio Sol. Calatino, ad esempio, ha intascato tramite un accordo con la Prefettura 20.000 euro per fornire vitto e materassi a 400 migranti ospitati al Palaspedini di Catania solo per i giorni 1 e 2 luglio come scritto in un articolo pubblicato sulla testata online Ctzen. Restiamo piuttosto perplessi vedendo le cifre spese per i materassi che, come constatato da chi si è recato presso il palazzetto, altro non erano che strati di spugna sottilissimi (e quindi inutili) appoggiati al pavimento. Inoltre quache giorno prima (il 19 giugno) il consorzio aveva intascato anche 1.000 euro per il trasporto di 47 migranti dal Palaspedini al CARA di Mineo. Il percorso è di 54 km con un tempo di percorrenza di circa un’ora: possiamo quindi dire che 1.000 euro è stato un buon affare per il consorzio.

Il Palaspedini di Catania dal totale abbandono al monopolio dei gestori del CARA
Restando a Catania, la situazione resta piuttosto critica. Dopo il report pubblicato il 12 luglio – in cui denunciavamo le vergognose condizioni di accoglienza dentro il Palaspedini – molti altri sono stati i casi di migranti abbandonati a loro stessi nelle settimane successive. Ad esempio chi era arrivato in quel luogo assolutamente invivibile il 9 luglio è stato costretto ad aspettare fino a fine mese prima di poter andare in un’altra struttura. E intanto ha vissuto in condizioni disastrose.


Immagini dall’interno del Palaspedini di Catania dove vengono “accolti” – a volte anche per più settimane – i migranti appena arrivati (photo sudpress.it e ctzen.it)

Un ragazzo arrivato a luglio al Palaspedini con gravi ustioni sul corpo. Nonostante accusasse fortissimi dolori e ci chiedesse medicinali, il referto medico del pronto soccorso di Catania riportava la dicitura “guarito”. Come lui tantissimi altri migranti ospitati al Palaspedini negli ultimi mesi (tra cui donne e bambini) non hanno ricevuto adeguate cure e assistenza medica

Dopo aver constatato e denunciato le condizioni di accoglienza, ad agosto è stato lanciato dalla Rete Antirazzista catanese e dagli altri attivisti catanesi un “Appello per l’accoglienza degna dei migranti a Catania” nel quale si avanzano richieste e proposte concrete per garantire finalmente diritti e dignità ai migranti che arrivano in città.
Ma purtroppo, dopo un breve periodo di inutilizzo, il Palaspedini è tornato ad ospitare migranti sia a fine agosto che ad inizio settembre in condizioni assolutamente inaccettabili come riportato dagli attivisti catanesi
Dopo un continuo e desolante scaricabarile tra istituzioni ed enti locali da settembre la fornitura dei beni di prima necessità al Palaspedini è stata affidata allo stesso consorzio che gestisce il CARA di Mineo che quindi espande il proprio business giungendo di fatto, tramite un incessante processo di privatizzazione, ad avere un monopolio sulla gestione dei migranti in provincia di Catania. Ci rechiamo al Palaspedini il 18 settembre e l’operatore del consorzio, che lavora anche al CARA di Mineo, difende a spada tratta il lavoro da loro svolto affermando, tra le altre cose, che non esiste un problema di sovraffollamento al CARA e che tutti possono accedervi tranquillamente previa richiesta senza essere costretti a fare la “visita guidata”.
Mentre andiamo via vediamo partire accanto a noi un gruppo di siriani (circa 20) con molte donne e bambini. Stanno raggiungendo, come molti altri loro connazionali la stazione e noi consegnamo loro un foglio con gli orari di treni e bus per raggiungere Milano. Ci ringraziano e si rimettono in cammino, carichi di bagagli, per iniziare il loro lungo e arduo viaggio all’interno della Fortezza Europa.
E intanto all’aeroporto Fontanarossa, a pochi chiolmetri dal Palaspedini, sono arrivati i familiari delle vittime delle due immense tragedie di metà settembre nelle quali hanno perso la vita più di 600 migranti principalmente palestinesi di Gaza in fuga dai bombardamenti israeliani. Familiari che in molti casi non hanno ancora avuto informazioni sulla sorte dei loro cari , uccisi non dalla sorte ma dalle bombe israeliane, lanciate con il consenso ed il supporto dell’Italia e dell’Europa.

Il centro per minori di Augusta: tra realtà raccontata e realtà vissuta
Sempre a metà settembre andiamo ad Augusta, città sede di numerosi sbarchi (come riportato in questo articolo che raccoglie anche le testimonianze di alcuni migranti).
Vicino al centro della città, intanto, la ex Scuola Verdi è stata convertita da mesi in struttura di prima accoglienza per minori.
Peccato però che col tempo questa prima accoglienza sia diventata un’accoglienza permanente. Al momento ci sono circa 130 minori all’interno del centro, tante “vite alla deriva” come le chiama giustamente Beatrice di Borderline (qui il suo ultimo report dal centro) costrette a rimanere lì per settimane o addirittura mesi (alcuni sono arrivati ad aprile!). Una situazione scandalosa nella quale i minori non solo non ricevono i servizi e le tutele che spetterebbero loro per legge ma addirittura vengono parcheggiati nella ex scuola Verdi ad oltranza normalizzando una situazione del tutto anormale.
Arrivati al centro un operatore (ce ne sono solo 3 in totale e quasi mai in compresenza) ci fa entrare nelle stanze. I ragazzi sono divisi per nazionalità perchè come ci dice lui “ogni tanto ci sono dei problemi tra i ragazzi subsahariani e gli egiziani”. Le stanze hanno dimensioni diverse e in ognuna ci sono in media 10 ragazzi con alcuni casi di evidente sovraffollamento considerando anche la permanenza di medio-lungo periodo di molti di loro. I loro letti sono delle brandine “da ospedale” del tutto inadeguate ad essere adoperate per più giorni. Dentro la struttura si nota la sporcizia e l’odore di muffa e bagni e docce sono pochissimi. Ma la realtà che ci descrive l’operatore è tutt’altra: “qui i ragazzi stanno bene, addirittura alcuni hanno preferito restare qui invece che andare nelle comunità minori”. Ma perchè restano qui per così tanto tempo? “I comuni nel Centro-Nord Italia non hanno soldi per ospitare questi ragazzi e quindi per adesso restano qui” ci risponde l’operatore. E i rapporti con il vicinato e con la città? “Va tutto bene, sono ragazzi ben voluti da tutti e non c’è nessun problema di razzismo in città”. Sembra quasi di vivere in “The Truman Show”, un micromondo idilliaco dove i problemi, se ci sono, sono del tutto trascurabili.

Il corridoio del primo piano della ex scuola Verdi di Augusta con decine di brandine attaccate le une alle altre


Un gruppo di minori ospitati nella struttura

Ma poi la triste verità, già visibile ai nostri occhi guardando la struttura e la situazione abitativa dei minori, emerge con ancora maggior forza parlando con gli stessi minori. Ci fermiamo con alcuni ragazzi subsahariani che ci dicono di essere stufi di stare in quel posto “siamo qui da mesi e non sappiamo niente del nostro futuro”, “qui siamo troppi e la convivenza è molto difficile”. Ci raccontano anche che tra di loro c’è un minore con evidenti disturbi psichici e che in più occasioni ha messo in atto gesti di autolesionismo. Lo incontriamo subito dopo mentre dice, con lo sguardo perso nel vuoto, “non ce la faccio più, voglio andare via di qua! Portatemi via da questo posto!”.
E intanto passa un ragazzino locale urlando ai giovani migranti per tre volte “vaffanculo!”.
In città un gruppo di volontari della rete accoglieREte ha lanciato un appello per la ricerca di tutori per questi minori e per i corsi di lingua italiana, anch’essi totalmente lasciati all’iniziativa dei volontari locali. Al momento però solo il 10% di loro ha un tutore e pochi di loro stanno andando a scuola, tutti gli altri vivono vite congelate nell’attesa di poter avere almeno un briciolo di quei diritti che dovrebbero essere loro garantiti. E nel frattempo cresce la frustrazione e aumenta il senso di vuoto e di rabbia di questi ragazzi, ennesime vittime di un sistema di (non) accoglienza che ha normalizzato la vergogna e la violazione dei diritti.