31 ottobre 2015

La tendopoli di Campobello di Mazzara


Nel cuore di Campobello di Mazara, dove l’esperienza della coltivazione delle olive è ultra trentennale, ancora nessuno è riuscito a trovare delle alternative alle vergognose ed incivili pratiche adottate per la raccolta; ancora una volta siamo costretti a parlare di sfruttamento di migranti nelle campagne.
Come da programma, siamo tornati nella tendopoli per comprendere più a fondo le dinamiche che stanno dietro lo sfruttamento di persone in quel di Campobello.Siamo stati accolti dai volontari della tendopoli (persone che dedicano la propria vita ad aiutare persone in difficoltà e i loro disagi quotidiani), “gli angeli”, per chi vive la realtà dell’ex oleificio Fontana, una struttura confiscata alla mafia e che oggi ospita nell’immenso atrio più di 400 tende e più di 700 migranti.

Per primo abbiamo constatato che questa situazione, come solitamente avviene nel mondo dell’immigrazione, non è nuova ma si è radicata col tempo. I volontari ci raccontano che già nel 2003 nelle campagne di Campobello sorgevano i primi accampamenti di migranti che venivano a guadagnarsi da vivere e sfamare le famiglie.

Negli ultimi vent’anni l’emigrazione dei giovani campobellesi ha determinato la diminuzione di forza lavoro nelle campagne, in particolare nella raccolta delle olive, facendo emergere il bisogno di trovare per il periodo che va da fine settembre ai primi di dicembre giovani uomini disponibili a lavorare in campagna: quale migliore soluzione se non quella di sfruttare ragazzi privi di permesso di soggiorno, disposti a tutto pur di avere due lire in tasca? Così sono nati i primi accampamenti spontanei, perché a fronte dell’offerta di lavoro a condizioni di schiavitù non corrispondeva un servizio dignitoso (vitto, alloggio, ecc…).

Questi accampamenti col passare degli anni si sono stabiliti in contrada Erbe Bianche, dove si continuano a piantare tende, ma anche ad abitare caseggiati diroccati, dove si utilizzano materiali di risulta (perfino amianto) per cucinare o riscaldarsi. Centinaia di migranti concentrati in una contrada di Campobello, senza acqua, servizi igienici, luce elettrica, che sanno di essere considerati “nulla” dai proprietari terrieri.

“Sfruttamento” è la parola che più volte i volontari, con un misto di sentimenti che vanno dalla rabbia alla compassione, pronunciano fino a quando con le lacrime agli occhi ci raccontano della svolta, della volontà di cambiare lo status quo.Il cambiamento, come troppo spesso accade, non arriva certo dalla politica o dalle istituzioni, ma dalla strada, dal basso, e dalla buona volontà di alcuni cittadini, che cominciano ad attenzione la tendopoli disumana di contrada Erbe Bianche e spingono le autorità ad installare rubinetti per l’acqua, a bonificare le aree di soggiorno, a rendere più dignitosa (è un eufemismo) la situazione di sempre.

Nel 2014 i volontari riescono a coinvolgere altre realtà e a mettere di fronte al fatto compiuto le istituzioni. Così viene sgomberata la tendopoli di contrada Erbe Bianche dando la possibilità agli “schiavi” di montare le tende all’interno dell’ex oleificio: vengono installati bagni, docce, qualche punto luce, e la situazione, se pur di assoluta mancanza di rispetto per la persona, quanto meno diventa più vivibile per chi negli anni è stato costretto a subire la qualunque, pur di guadagnare un tozzo di pane. Il risultato più importante conseguito dai volontari è stato senza dubbio la sensibilizzazione dei lavoratori contro lo sfruttamento. Anni di volantinaggio di manifesti, vademecum su diritti dei lavoratori e sulla consapevolezza della forza contrattuale.Oggi la situazione, almeno a livello contrattuale, rispetto ad oltre 10 anni fa è completamente cambiata: nella tendopoli ci sono più di 700 migranti, la quasi totalità col permesso di soggiorno e una buona parte ha un contratto di lavoro. Una piccola vittoria, una piccola conquista civile che dovrebbe diventare prassi in tutte le campagne siciliane, ma non in tutti i luoghi ci sono persone come Angelo, Ismail o Patrizia che spendono la loro vita per restituire alle persone quello che il sistema di sfruttamento toglie ai lavoratori.

La strada è ancora molto lunga, i volontari ne sono ben consapevoli. La situazione generale non cambia perché alla base di tutto c’è un sistema di sfruttamento, ben radicato. Tutti sono consapevoli che c’è bisogno di forza lavoro, che, a queste condizioni di sfruttamento, i giovani autoctoni non lavorano. Tutti sono consapevoli che la raccolta delle olive costituisce il sostentamento di gran parte del territorio e che gli unici pronti a faticare in qualunque condizione sono i migranti. Lo sanno le forze dell’ordine, lo sanno le istituzioni, lo sanno i politici e lo sanno i proprietari degli ulivi. La politica è talmente consapevole che non occorre turbare l’equilibrio creato, che la polizia passa regolarmente davanti alla tendopoli per controllare che nessuno dall’esterno importuni i migranti, e se si verificano episodi di razzismo e atti violenti come il lancio di pietre o di acido contro la tendopoli tutti si attivano per proteggere la quiete. Nonostante ciò, la fetta di popolazione, che non ha interesse diretto con la raccolta, non riesce a digerire la presenza dei migranti, e alle richieste di locazione delle abitazioni in paese da parte dei lavoratori risponde con rifiuti pieni di improperi farciti di luoghi comuni (sporchi, stupratori e violenti).

Soltanto ai Maghrebini che sono stanziali da anni è concessa questa possibilità insieme a salari e condizioni migliori (in genere vengono pagati giustamente e puntualmente), alimentando tra nord e centro africani (senegalesi, sudanesi, gambiani) una guerra tra poveri, in cui gli uni accusano gli altri di far abbassare i prezzi o di godere di privilegi. Ma a fronte di conquiste come il contratto di lavoro (che hanno una buona parte dei migranti presenti alla tendopoli), ancora il pagamento dei salari non è puntuale e soprattutto non è quello pattuito per iscritto. Anche questa è una soluzione tacita tra proprietari e Stato: i contratti riparano dalle salatissime contravvenzioni (lo scorso anno più di cento mila euro, quest’anno 35 mila) a seguito dei controlli, ma per i migranti avere quanto pattuito sulla carta è quasi impossibile.I migranti ci raccontano di guadagnare dalle 40 alle 50 euro al giorno, per 10 o 11 ore di lavoro (dalle 6 alle 16/17), mentre altri ricevono 3 euro a cassetta. Ma ci sono situazioni più deprivanti come per i Gambiani o i Nigeriani appena arrivati (probabilmente senza permessi di soggiorno), che vivono poco lontano dalla tendopoli in caseggiati abbandonati e privi di qualunque servizio igienico, anche di luce e acqua, i quali vengono pagati 2 euro a cassetta.

Viviamo in un contesto in cui si pensa soltanto a sopraffare il più debole, a ottenere il massimo con il minimo sforzo, in cui diventa logico mantenere ad ogni costo una situazione di inciviltà e di compromesso a vantaggio dei soliti poteri forti, per il guadagno di pochi. La tendopoli di Campobello ancora nel 2015 è senza un presidio sanitario (i volontari ci raccontano che sono loro stessi ad accompagnare al pronto soccorso i migranti); i medici della Croce Rossa fanno una capatina una due volte a settimana, come se le persone non si ammalino e non necessitino di assistenza. Oltre a vivere in condizioni difficili, con acqua gelata per le docce e duro lavoro per quasi 12 ore di fila, i problemi anche di natura psicologica contribuiscono notevolmente ad abbassare le difese immunitarie e i problemi respiratori e muscolari sono all’ordine del giorno.La dignità però aiuta a superare le difficoltà e l’inciviltà delle scelte dei politici e l’assenza delle istituzioni. La lezione che i migranti del campo trasmettono sono di ben altro livello rispetto alla pochezza delle scelte politiche: persone che arrivano soprattutto dal nord Italia, per contribuire alla sussistenza delle proprie famiglie, ragazzi che si fanno sfruttare per potere pagare le tasse universitarie (e non gravare sui familiari). Incontriamo un ragazzo giovanissimo che è qui per guadagnare ed iscriversi al primo anno di università che ci dice che non si aspettava di trovare tanto degrado, tanta difficoltà e tanta incuria da parte delle istituzioni.

I volontari ci parlano di collettività e condivisione tra i migranti del campo, fra i Senegalesi (che costituiscono quasi il 70%), i Sudanesi e i Maghrebini (quest’anno in aumento). Al’interno dell’ex oleificio troviamo ristoranti etnici (3 sudanesi, 1 senegalese e 1 tunisino), ma chi non lavora o non ha i soldi non resta di certo digiuno, compresi quelli che vivono in caseggiati abbandonati vicini. I ragazzi hanno anche ricavato uno spazio per la preghiera e la domenica invece di riposare, volontari e residenti temporanei fanno le pulizie tutti insieme. La vita al campo non è facile per niente, ma la solidarietà allieva le sofferenze; per questo facciamo nostro l’appello di Patrizia, Ismail e Angelo per reperire materassi, coperte, vestiti e scarpe, perché non si può lavorare con gli stessi abiti, con le scarpe bucate, dopo aver dormito al freddo sopra una pedana di legno!Alberto BiondoBorderline Sicilia Onlus