30 gennaio 2018

La storia si ripete: la giornata della memoria a Lampedusa

Tre giorni fa si è celebrata la giornata della memoria e ovunque abbiamo letto parole che per qualche politico volevano esprimere speranza e rinnovamento, ma che per noi restano vuote di significato, dato che in coincidenza delle celebrazioni continua, silenzioso e subdolo, l’olocausto del popolo migrante.

La protesta silenziosa dei tunisini a Lampedusa

La memoria, come dice qualcuno, non si deve celebrare, ma si dovrebbe vivere nella quotidianità, forse soltanto così si potrebbe cambiare questa storia, la nostra storia, la storia dei nostri giorni. Purtroppo la storia è scritta sempre dai potenti della terra, che in questo periodo storico raccontano una versione falsa, edulcorata, per nascondere quello che può far risvegliare le coscienze, con la connivenza di media e giornali, per farci dimenticare quello che è accaduto veramente, per poter reiterare, con protagonisti diversi, con altre vittime sacrificali, la medesima vergogna, in nome della sete di potere e dell’avidità del denaro.

Così si spiegano le continue stragi in mare di uomini, donne e bambini, le fosse comuni nel deserto e le violenze in Libia. Così è spiegabile l’aver armato e commissionato il lavoro sporco ai libici e ai turchi, o il silenzio assordante sulle brutalità contro palestinesi e curdi, o la totale assenza di notizie su guerre mai finite, come in Siria, Congo e in altre zone dell’Africa. Così si spiega l’abbandono e lo sfruttamento nelle nostre campagne e nelle nostre strade di migliaia di uomini e donne, o la detenzione dentro non luoghi e il confinamento di persone dietro filo spinato e muri, non solo fisici, insormontabili.

Nei “giorni della memoria” a Lampedusa alcuni tunisini presenti dentro l’hotspot stanno protestando. Si sono cuciti le bocche, perché sono trattenuti per troppo tempo dentro un centro/prigione indecoroso, come ha denunciato il Garante dei detenuti dopo la visita all’hotspot.

Un carcere a cielo aperto, in cui la polizia ti può svegliare durante la notte per caricarti su un bus e riportarti indietro dal luogo da cui scappi, perché violenza e mancanza di libertà fanno da padrone, soprattutto se sei povero.

“Ad un anno dall’ultima visita non è cambiato nulla”, denuncia il Garante. In questo contesto sarebbe da ascrivere il suicidio di un tunisino avvenuto un paio si settimane fa. Le responsabilità sono plurime, a partire dalla distorsione creata da una gestione emergenziale del fenomeno, che passa dall’incapacità di ascolto e confronto con tutti i soggetti che lavorano sul terreno, anche degli esponenti sensibili della popolazione locale.

I tunisini a Lampedusa sono rinchiusi per settimane, mesi, in un centro dove i water alla turca sono senza porte, i materassi sporchi – secondo le parole del Garante nessuno di noi ci si poggerebbe sopra – dove non ci sono spazi per la mensa e si mangia in piedi nel cortile anche se piove. Si rischia di morire in mare per finire rinchiusi per un tempo indefinito, privati di ogni diritto. In una situazione del genere anche le persone più solide possono andare fuori di testa. E’ quello che denuncia il Garante dei detenuti all’indomani della sua visita a Lampedusa. Per questo le liti sono all’ordine del giorno, le proteste continue, e i tentativi di fuga non cessano.
E nonostante le numerose denunce, non soltanto da parte di autorità, ma soprattutto da parte di quella società civile che non viene riconosciuta come controparte nei processi decisionali, si scrive una storia falsa, si dice che i tunisini non meritano nessuna protezione, che sono violenti e delinquenti, che siamo noi che dobbiamo proteggerci, che la nostra sicurezza è in pericolo, non quella delle persone che sottoponiamo a trattamenti inumani degradanti e che umiliamo.

Per non rischiare di essere oggetto di rimpatri di massa – che avvengono solitamente il lunedì e il giovedì in base agli accordi bilaterali tra il governo italiano e quello tunisino – le persone protestano, in modo silenzioso e rispettoso degli isolani che accolgono i tunisini, e si cuciono le bocche. Uno sciopero che va avanti da 6 giorni e che vede il parroco e tutto il forum di Lampedusa in prima linea a sostenere psicologicamente questi ragazzi che chiedono solo il rispetto dei propri diritti, rivendicano la libertà di circolazione e condizioni dignitose.

Ancora una volta – come la storia, quella vera, ci insegna – la speranza che qualcosa possa cambiare ci viene trasmessa da tanti Lampedusani, disponibili e accoglienti che mettono come priorità l’umanità. Umanità fatta di gesti semplici: dallo stare accanto, mettere il bagno della parrocchia a disposizione, regalare una coperta per dare ristoro dal freddo, stare ad ascoltare. Questi lampedusani ci insegnano che al di là della provenienza geografica qualunque individuo è degno di essere ascoltato e trattato umanamente, a prescindere dal suo status giuridico.

La convenzione di Ginevra sembra essere carta straccia, trasformata in un proclama di diritti dei migranti privilegiati, categoria nella quale i cittadini tunisini non sembrano poter rientrare. Per questo protestano, per questo si cuciono le bocche. Il desiderio di raggiungere un parente già in Italia o in Europa supera la paura di morire in mare.

L’ultima morte annunciata risale a pochi giorni fa: il cadavere di un uomo è stato ritrovato sulla spiaggia di Torresalsa (AG), arrivato con uno degli sbarchi “non intercettati” dal muro di Frontex. Alcuni dei tunisini sopravvissuti alla traversata del Meditterraneo sono riusciti ad arrivare a piedi esanimi in provincia di Ragusa: una donna in pessime condizioni di salute e un uomo ferito si sono presentati alla questura per richiedere protezione internazionale, ricevendo un decreto di espulsione. La donna è stata trasferita immediatamente al CPR di Ponte Galeria a Roma, mentre l’uomo grazie ad una rete solidale è riuscito a manifestare la volontà di richiedere asilo e ad impugnare l’espulsione.

Questa ennesima notte di proteste con bocche cucite e sciopero della fame ci servirà per capire che le cose devono cambiare, che la storia non può ripetersi. Tante associazioni e singoli individui lo hanno capito, per questo stanno accanto e sostengono chiunque arrivi sulle coste delle isole siciliane.

La memoria va celebrata ogni giorno, per vivere ed agire nel rispetto della vita di migliaia di persone che oggi, come in passato, muoiono nella totale indifferenza della “società civile”.

 

Alberto Biondo

Borderline Sicilia Onlus