30 dicembre 2014

La situazione a Pian del Lago alcuni mesi dopo le visite di delegazioni della società civile e delle istituzioni europee.

A settembre eravamo entrati nel CARA e CDA di Pian del Lago con la delegazione di LasciateCIEntrare. A dispetto dello stesso nome della campagna, solo 3 su 6 membri della delegazione erano stati autorizzati all’entrata nel CIE, mentre l’ingresso degli altri (BorderlineSicilia compresa) era stato limitato appunto alla zona del CARA e CDA.
Come avevamo scritto allora, anche l’accesso al CIE era stato parziale, in quanto non si era trattato di una vera e propria visita del centro ma di un ingresso limitato al primo cancello.
La giustificazione di tale “limitazione nella limitazione” , come sempre accade, era stata legata a motivi di sicurezza. E, come sempre , ci eravamo trovati a chiederci, data le pericolosità dichiarata del posto, come sia possibile viverci per coloro che vi sono detenuti, e come possano trovarsi i soggetti più vulnerabili. Ricordiamo che quel giorno, nel CIE, avevamo riscontrato la presenza di diversi ragazzi che si erano dichiarati minori e anche di un signore con importanti problemi di salute. http://siciliamigranti.blogspot.it/2014/10/borderline-sicilia-visita-il-cie-di.html
La visita della delegazione all’interno del CARA ci aveva dato modo di sottolineare ancora una volta l’inadeguatezza degli spazi, delle strutture e dei servizi, nonchè le pesanti condizioni di vita che ne derivano. Parlando con numerosi ospiti, avevamo nuovamente rilevato i tempi di attesa dell’audizione della Commissione, insostenibili, e ben oltre i limiti previsti dalla legge.
All’interno del centro non vengono garantiti i servizi fondamentali come la consulenza legale e l’insegnamento dell’italiano, seppur previsti dal capitolato d’appalto della gestione. Da quello che ci viene da tempo riferito, sembrerebbe che il servizio di consulenza legale si attivi soltanto nella fase posteriore al diniego e che gli operatori si limiterebbero comunque all’indicazione di un avvocato a cui rivolgersi. Diversi bigliettini che vengono distribuiti e che abbiamo avuto modo di vedere, contengono solo il nome e cognome del legale, non riportano quasi mai l’indirizzo dello studio. Spesso manca anche il numero di telefono, e quando c’è, rimane la difficoltà di riuscire a comunicare con l’avvocato. Sono diverse le persone che si rivolgono allo Sportello Immigrati raccontando di non riuscire a sentire il proprio avvocato da mesi e non hanno alcun altro riferimento per poter ovviare al problema dell’irreperibilità telefonica.
In molti lamentano la scarsità del servizio legale, anche rispetto alla traduzione delle motivazioni del diniego da parte della Commissione. Le decine di persone con cui abbiamo parlato lamentano una traduzione sommaria e superficiale tale da non permettere di comprendere fino in fondo le ragioni del diniego.
A penalizzare ulteriormente queste persone nel loro percorso di autonomia e autodeterminazione vi è, come sempre, anche il limite della conoscenza della lingua italiana. La maggior parte degli ospiti di Pian del Lago, dopo un anno trascorso nel centro, non sono in grado di comunicare neppure le cose più basilari, a causa della mancanza di un corso di italiano strutturato , all’interno del centro. Da quello che ci viene raccontato, le lezioni di italiano sarebbero tuttora garantite solo sporadicamente, su base volontaria di una delle operatrici che quando ha tempo, organizza la lezione all’ultimo minuto, con quegli interessati che si trovano per caso all’interno del centro.
Le condizioni dei bagni e degli spazi angusti e sovraffollati e la carenza del servizio di assistenza sanitaria da sempre denunciata dagli ospiti, non garantiscono neanche le basilari condizioni di salute.
Manca da sempre il servizio lavanderia, così gli ospiti devono provvedere personalmente al lavaggio dei vestiti a mano, in acqua fredda anche ora che è inverno. Sul capitolato di appalto si legge a chiare lettere anche il servizio di lavanderia tra quelli che dovrebbero essere forniti dall’ente gestore Auxilium.
La gestione e la localizzazione del centro, segnano uno spazio di segregazione, trovandosi il centro a più di 5 km di distanza del centro urbano e non essendo la zona fornita di mezzi di trasporto pubblici.
Il pocket money di 2.50 viene tutt’ora erogato sottoforma di ricarica della chiavetta elettronica, il cui credito e’ spendibile solo nelle macchinette all’interno del centro. Quando si prova a capire come poter finalmente risolvere tale questione, adottando metodi di pagamento già adottati da altri centri per garantire la disponibilità di contanti (emissione assegni circolari o ricariche su schede prepagate) sembra emergere forte e chiaro il vero ostacolo a tale cambiamento: anche sui distributori automatici presenti all’interno del centro c’è un appalto. E si sa che non è facile sbrogliare la matassa quando ci sono interessi economici in ballo.
E così, non rimane che acquistare dai distributori l’unica merce che garantisce una possibilità di scambio: le sigarette. Sigarette che poi vengono rivendute a prezzo inferiore in centro città e acquistate da italiani e stranieri, con l’insofferenza dei tabaccai che cresce sempre più. Ecco come, la mala gestione dell’accoglienza, sfocia anche nelle piccole cose quotidiane, creando però importanti tensioni che acuiscono le tendenze xenofobe di molti cittadini, i quali, non conoscono il soggetto realmente responsabile di tale situazione.
A fine ottobre c’è stata una visita della delegazione della Commissione Europea, sezione asilo. Gli ospiti ci raccontano che, per l’occasione, anche i bagni erano stati messi a lucido e addirittura ridipinti di celeste, aggiustati accessori e scarichi e che anche i locali della mensa avevano finalmente ricevuto interventi di ristrutturazione.
Ci hanno raccontato che anche la delegazione della Commissione europea ha fatto ingresso solo in una parte del centro (quella del CDA, che non a caso, è quella che si presenta leggermente meglio), con la delusione di molti degli ospiti che aspettavano da giorni tale visita per poter comunicare direttamente con i rappresentanti le criticità di vita nel del centro, i tempi di attesa della commissione e la preoccupazione per i dinieghi che sembrano colpire sulla base della nazionalità anziché su quella della storia personale. E’ da tempo ormai che i richiedenti asilo Punjabi, ad esempio, lamentano una posizione arbitraria della Commissione territoriale nei loro confronti, secondo cui quasi tutti riceverebbero il diniego perché il Punjabi è considerato una regione con una situazione politico-sociale stabile e questo non permetterebbe un esame obiettivo della loro domanda d’asilo.
Ancora una volta, parlando del centro governativo di Pian del Lago, come di tutti gli altri centri di accoglienza e di identificazione ed espulsione, torniamo a parlare di uno spazio di contenimento che non può definirsi di accoglienza, di un sistema che in alcun modo tiene conto dei diritti e della dignità delle persone: di un’accoglienza che segrega e che ostacola percorsi di autonomia e di inclusione sociale.
Le indagini di Mafia capitale stanno svelando le logiche (già da tempo evidenti) che da sempre tengono in piedi un sistema di prima accoglienza di emergenza tarato sugli interessi economici dei gestori, piuttosto che sulla tutela della persona e sulla garanzia dei diritti e del rispetto della dignità umana. Un sistema di prima accoglienza e di diritto di asilo che deriva da politiche migratorie nazionali e comunitarie inadeguate, un sistema che non può che conoscere una totale messa in discussione e una radicale trasformazione.

Giovanna Vaccaro
Borderline Sicilia