15 maggio 2019

La schiena dritta di Grace

Grace (nome di fantasia) è una donna migrante di 39 anni, originaria della Costa d’Avorio, approdata in fin di vita sulle coste italiane nel gennaio 2018. Soccorsa e rianimata, riesce ad avere salva la vita, insieme alla sua bambina di sei anni. Dopo aver presentato la domanda di asilo, viene collocata nel CARA di Mineo, dove risiede in condizioni inadeguate per più di un anno, senza mai aver accesso ad un’accoglienza SPRAR, nonostante la sua vulnerabilità lo richiedesse.

Foto di Silvia Di Meo

La sua personale storia è segnata dalla violenza di genere: Grace è una delle tante donne obbligate a sottoporsi alla mutilazione genitale, una pratica diffusa in molte parti del mondo dove il controllo del corpo delle donne è un potente meccanismo di gestione sessuale e culturale della soggettività femminile.

Questa situazione opprimente, che coinvolge anche la figlia, la spinge a fuggire dalla Costa d’Avorio e a partire per l’Europa. I seri problemi di salute che accompagnano la violenza dell’infibulazione non le impediscono di proseguire il suo viaggio lungo la rotta libica dove, a seguito delle torture subite nei campi di detenzione, le sue condizioni fisiche peggiorano con il susseguirsi di infezioni urinarie e renali. A ciò si aggiungono frequenti episodi di dispnea e la sofferenza psicologica conseguente l’esperienza migratoria. Tanti problemi di salute a cui non trova soluzione nemmeno una volta giunta in Italia.

I dolori alla schiena sono insopportabili ma Grace svela che riesce a tenere ancora la schiena dritta grazie alla sua bambina, anche lei vittima in Costa d’Avorio delle mutilazione genitali femminili e delle discriminazioni di genere. “Io sono pronta ad affrontare qualunque cosa per il bene di mia figlia. Devo continuare ad andare avanti come ho fatto finora, non posso arrendermi.”

Lungo l’iter giuridico per l’ottenimento della protezione internazionale, Grace subisce un’ ulteriore ferita: nel settembre 2018 riceve un diniego per il riconoscimento dello status di rifugiata e ottiene solo una protezione umanitaria. Un esito che mette in luce il fatto che troppo spesso ed in troppi casi, come purtroppo registriamo, le commissioni territoriali sottovalutano la gravità delle discriminazioni e delle violenze di genere come quelle da cui Grace è scappata, nel tentativo di tutelare lei e sua figlia dalla persecuzione.

Analfabeta, Grace vive in simbiosi con la figlia, che frequenta la scuola elementare di Mineo ed è capace di parlare diverse lingue. Le due, unite in un rapporto complementare, sopravvivono insieme alla dura vita delle donne migranti al CARA di Mineo. Qui si consuma la loro esistenza, quasi del tutto priva dell’assistenza sanitaria e sociale che spetterebbe loro.

Davanti all’ingresso del CARA, la bambina ci racconta in italiano le vicissitudine scolastiche. Grace parla invece della sofferenza fisica e mentale – non placabile con i calmanti assunti quotidianamente- che si acuisce con la permanenza nel centro di accoglienza. Ciononostante, la determinazione non l’abbandona; racconta che è sempre andata avanti da sola e così continuerà a fare: “Io devo partire. Ho capito che qui non c’è bene per me e mia figlia. Mia figlia deve vivere in un mondo giusto, non deve subire violenze, lei deve essere libera”.

Dal colloquio con lei emerge che nessuno l’ha informata del diritto ad impugnare il provvedimento della commissione territoriale e di essere trasferita in un progetto Sprar. Così, stanca di restare bloccata in una situazione senza alcuna prospettiva, Grace decide di seguire un altro cammino. Ad aprile, mentre passeggiamo nel mercato di Catania, ci annuncia la volontà di muoversi verso nord, a Torino, dove verrà accolta da una sua amica. Qui spera di trovare un lavoro e cominciare una nuova vita in autonomia. “Noi non possiamo più restare in questo inferno del CARA. I problemi non sono finiti, bisogna continuare ad affrontarli, non mi posso fermare. Io devo portare mia figlia dove può vivere bene, dobbiamo partire. Ça va aller. Grazie di tutto” dice, forte della sua autodeterminazione.

Purtroppo sappiamo che Grace non è l’unica donna ad aver vissuto sulla propria pelle la mancanza di un’accoglienza e di uno status di protezione adeguati alla persecuzione subita e alla propria condizione di vulnerabilità. Sono tante le donne migranti vulnerabili i cui diritti vengono violati, lungo un filo rosso che lega ciò che soffrono nei paesi di origine e di transito con ciò che poi soffrono in Europa, sempre che in Europa riescano ad arrivare vive, senza morire nel deserto o affogare nel Mediterraneo. Inoltre, con le nuove misure legislative del decreto sicurezza il pericolo di non ricevere adeguata protezione e accoglienza sta aumentando enormemente.

Ciò che ci da forza è sapere che, almeno, nonostante lo sconforto, Grace non abbia perso la voglia di andare avanti. E, come lei, anche tante altre donne, malgrado le dolorose ingiustizie, continuano a camminare con la schiena dritta alla ricerca di ciò che desiderano e di ciò che è giusto ricercare.

 

Silvia Di Meo

Borderline Sicilia

 

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