10 aprile 2019

La notte infinita di Khadim

“Come stai fratello, ti posso offrire un caffè? Mi farebbe piacere rivederti anche solo per un momento, sono a Palermo perché devo rinnovare il mio permesso di soggiorno.”

Lavoratori stagionali nelle campagne foggiane

Dopo due anni rivedo Khadim, un piccolo grande uomo che abbiamo accompagnato nel suo percorso italiano, un campo ad ostacoli senza fine.

Fuggito a soli 13 anni dalla sua amata Costa d’Avorio, dopo che uno zio ha sterminato tutta la sua famiglia per interessi economici, ha dovuto affrontare un viaggio costellato di abusi, violenze e lavori forzati.

Quando mi rivede mi stritola fra le sue possenti braccia. Il suo sorriso contagioso è sfigurato dalla lunga cicatrice che dall’orecchio destro arriva fino al labbro inferiore, uno dei regali degli aguzzini libici.

Khadim di cicatrici sul corpo ne ha tante, perché, a causa della sua corporatura possente, era conteso dai trafficanti per i lavori forzati e per ogni suo rifiuto c’era una punizione, una pugnalata, una scarica di botte.

Khadim ha visto morire davanti i suoi occhi diverse persone: “Amico, sai, ancora la notte non riesco a dormire. Vado dalla dottoressa come mi hai detto, ma non passano gli incubi. Rivedo Demba, Amed, la piccola Fathia, che gridano, e poi sento i loro pianti sempre più flebili fino al silenzio, un silenzio mortale che mi continua ad angosciare. Mi avevi detto che con il tempo sarebbero passati, invece no, non vanno via.”

Stringo le sue mani possenti e gli dico di non mollare, di continuare ad ascoltare la dottoressa e che un giorno spero trovi la serenità. Parole dette con il cuore in gola perché non ho la certezza che tutti i racconti atroci di Khadim o di tanti altri possano un giorno dare loro tregua. È difficile per me, come per gli altri operatori sociali che ogni giorno ascoltano storie terribili senza averle vissute. Non oso immaginare come ci si possa sentire nel cuore della notte, quando i ricordi vengono amplificati dal silenzio.

I politici pensano mai a tutto questo? Al vissuto di queste persone, alle torture e agli strascichi che queste lasciano nei corpi e nelle anime?

Khadim è un fiume in piena, mi racconta delle difficoltà che vive a Foggia dove si fa sfruttare nella consapevolezza che questo è l’unico modo che ha di guadagnare soldi. Ridiamo sul fatto che lo pagano un po’ di più rispetto agli altri perché è grande e grosso. “La mia vita continua ad essere una lotta senza fine, dalle 5 del mattino fino alle sette di sera. Ho la schiena a pezzi, ma non mi posso fermare, altrimenti c’è una fila senza fine per i padroni. Se sei lento ti cambiano, e tutti sanno come funziona: polizia, sindacati attivisti. Ma nulla cambia. Perché l’Italia è così cattiva con noi?”

Mi mostra alcune foto e messaggi di amici suoi di Foggia, messaggi di disperazione, richieste di aiuto che restano inascoltate. La polizia distrugge le baracche e le notti passate all’addiaccio sotto le stelle sono una costante: “Noi siamo gli indesiderati durante la notte perché dicono che occupiamo suolo pubblico, le tende e le baracche non potrebbero starci, però durante il giorno nelle campagne nessuno ci guarda, diventiamo invisibili.”

E questi invisibili muoiono, continuano a morire nel silenzio di tutti: 1500 negli ultimi anni in Italia, nelle nostre campagne, 1500 omicidi di stato, una guerra silenziosa contro i più deboli e indifesi. “Fratello, continuate a costruire muri in Europa, continuate a spendere soldi e soldi per difendervi da cosa? Lo sai quanti chilometri di muro avete?”
“Non ne ho idea Khadim, ma il muro più grande lo abbiamo nel cuore.” E lui sottolinea: “Più di mille chilometri di muro in Europa, una fortezza che non vede quante persone muoiono in mare, dove non c’è più nessuno che ci salva. Un altro cugino è morto, non ho più sue notizie da giorni. Erano in 50 e nessuno è andato ad aiutarli, né gli assassini libici, né i mandanti italiani.”

Annuisco, e capisco che probabilmente si riferisce all’ennesima strage in cui abbiamo lasciato morire più di 50 persone. Era stato chiesto aiuto anche ad Alarm Phone, la cui attività ci permette di avere uno spiraglio di conoscenza di dati che ci confermano il massacro che sta avvenendo in Libia e in mare.

È recente la notizia che altri tre ragazzi, Samuel, Solomon e Melake, sono morti di TBC dopo che avevano tentato il viaggio della speranza ed erano stati portati indietro dalla guardia costiera libica, in uno degli alberghi a 5 stelle, che anche l’Italia finanzia. “Alberto adesso ci sarà un massacro di fratelli che se non combattono verranno uccisi con un colpo di pistola, e ci siete voi dietro quel grilletto, voi avete permesso che ci riportassero indietro all’inferno. Adesso continuerete a dire che la Libia è sicura, stanno usando i miei fratelli per combattere la vostra guerra del petrolio, sarà un massacro fatto con le vostre armi e moriranno i miei fratelli.” Secondo fonti UNHCR, ad alcuni migranti sono state fornite divise militari e gli è stata promessa la libertà in cambio dell’arruolamento – ovviamente non è una scelta libera – e fra questi ci sarebbero anche tanti minori.

Il gigante buono china la testa e piange, si copre il volto, non vuole farsi vedere fragile, non vuole condividere il peso di 20 anni pieni di dolore. Il silenzio si fa spazio fra il rumore delle lacrime e così poggio la mia testa sulla sua e gli dico che ha pienamente ragione ad essere arrabbiato, ma che dobbiamo continuare a chiedere giustizia e a combattere con la passione che lui e tanti altri dimostrano per la vita. Una vita che è continuamente messa in pericolo e disprezzata dai nostri governanti, che per un pugno di voti continuano a far finta di nulla, senza pudore per le contraddizioni che incarnano: da una parte sponsorizzano “le famiglie tradizionali” con un congresso vergognoso come quello di Verona e dall’altra vogliono smembrare le famiglie a bordo della Alan Kurdi. Volevano far scendere soltanto donne e bambini, mentre i padri dovevano restare sulla nave.

Tre ore piene di vita trascorse con un piccolo grande uomo, e con un appuntamento rinnovato per andare in questura insieme, con la promessa di rivederci quando verrà a Campobello per le olive e con la solita richiesta: “Fratello non smettete di lottare, in fondo siete molti di più di quello che credete. Non la date vinta a questa gentaglia. Non posso continuare a vivere nell’ombra e nella paura, per quella mi basta la notte.”

A presto, Khadim.

 

 

Alberto Biondo

Borderline Sicilia

 

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