4 dicembre 2019

La Fortezza Europa tra retorica della sicurezza e muri che creano invisibili

Tra le decine di telefonate di richieste di aiuto, l’altro giorno ne è arrivata una che invece era una telefonata piena di gioia, come se i sorrisi di sottofondo si potessero sentire: “Ciao, ti ricordi? Sono Kwausu, quattro anni fa ci siamo abbracciati al porto di Palermo, e poi mi hai aiutato a ritrovare mia moglie che avevano portato in ospedale”.

Migranti in attesa davanti alla Questura di Palermo – Foto di Sofia Agosta

Impossibile dimenticare il piccolo grande uomo che aveva aiutato tutti i compagni di viaggio a scendere dalla nave che li aveva salvati, per poi scendere per ultimo. Kwausu oggi vive in Germania, è felicemente sposato con Amira, la ragazza dell’ospedale, con la quale ha avuto un bambino. Kwasu voleva condividere questa gioia con una persona che aveva incrociato nel suo lungo cammino: “Non potevo chiamarlo Borderline Sicilia (come dargli torto, ndr), ma lo abbiamo chiamato Matteo, come tuo figlio. In quei giorni mi hai fatto vedere così tante foto del tuo piccolo che mi è rimasto impresso”.

In questi ultimi giorni abbiamo avuto l’ennesima conferma da diversi organismi nazionali e internazionali, che in Libia si uccide e che l’Italia è responsabile di queste morti: “L’Italia, ma anche l’Unione europea, sono responsabili per le morti e le sofferenze dei migranti riportati indietro dalla guardia costiera libica durante le operazioni di salvataggio nel Mediterraneo”. Questo è il capo d’accusa della Commissaria europea per i diritti umani.

E anche i tribunali italiani continuano a mettere nero su bianco ciò che accade in Libia: la Corte d’Assise di Agrigento ha condannato due nigeriani che torturavano, violentavano e uccidevano migranti nei lager che l’Italia e l’Europa sostengono.

L’Italia non è più sicura, ha soltanto più paura: siamo diventati talmente insicuri che continuiamo ad alzare muri, come quelli che ci sono alle frontiere. I muri significano mancanza di diritti, invisibilità, abusi, come quelli che si perpetuano a Ventimiglia al confine tra Italia e Francia dove i respingimenti continuano ad essere all’ordine del giorno: sono stati 1.855 nel solo mese di ottobre.

I migranti vengono costretti a tornare indietro e tra loro ci sono sempre più minori non accompagnati che invece dovrebbero essere maggiormente tutelati. Vagano per l’Italia, come sta facendo Lamin, che dopo essere scappato dalla sua comunità di Palermo è arrivato in Francia per essere messo dentro un container insieme ad altri 15 ragazzi – per lo più tutti minorenni – e poi scaricato in Italia.

Le frontiere non sono soltanto ai confini, ma sono anche dentro le nostre città, dentro le istituzioni che innalzano steccati sempre più alti.

Come riporta una nostra volontaria, nel luglio scorso, forse in seguito ad una lite avvenuta presso l’Ufficio Immigrazione di Palermo, le procedure di ingresso dei migranti negli uffici sono cambiate. L’entrata è stata spostata ad un ingresso laterale in cui un agente apre e chiude un cancello che simboleggia una linea di demarcazione tra “buoni” e “cattivi”. Per accedere, si consegnano, come sempre, i propri documenti al mediatore che gestisce i turni e si viene chiamati in maniera discrezionale a seconda della disponibilità dei funzionari. A volte si aspetta fino a mezzogiorno senza riuscire a prendere un appuntamento. Altre volte, dopo poche ore si riesce ad ottenere una data per un appuntamento. Che si riesca o meno a prendere un appuntamento quel giorno, il risultato però non cambia: i tempi per essere effettivamente ricevuti da un funzionario restano lunghissimi. Nel mese di novembre ad esempio, hanno fissato gli appuntamenti per marzo. Se i funzionari lamentano la mancanza di risorse umane per giustificare le lunghe e snervanti attese, tre agenti vengono mobilitati al solo fine di filtrare, controllare, sorvegliare e autorizzare gli ingressi.

La vera novità è dunque nelle modalità di controllo che si attuano ormai con l’ausilio di metal detector, a segnalare la “pericolosità” dell’utenza. Il circolo dell’umiliazione inizia dunque al cancello, ennesima frontiera al di là della quale si attende sotto la pioggia o al caldo, senza un bagno dove andare o una sedia dove appoggiarsi. Poi continua con il controllo effettuato dagli agenti su ogni cittadino straniero lasciato entrare. Un controllo questo non solo simbolico, dunque, ma anche ampiamente rappresentativo di un controllo più ampio e scaglionato che caratterizza il percorso migratorio in Italia. Un controllo che in questo caso inizia e prende la forma dei metal detector, segno, fra tanti, in grado di ricordare ai migranti il potere delle istituzioni. Il potere di scegliere chi “lasciare entrare” o  “lasciare stare”; il potere di scegliere a chi, come, quando e perché concedere o ritirare i documenti, concedere o dare la libertà.

Ecco i muri che fanno sì che le persone diventino invisibili, tra decreti e leggi figlie della propaganda fascista che di fatto hanno aumentato il numero degli irregolari e che hanno visto toccare numeri altissimi rispetto alla scomparsa di minori stranieri non accompagnati in Europa. Europol nel 2018 ha stimato in 10mila i ragazzi che non sono riusciti a superare un muro, che sono finiti in reti che li sfrutta.

Sul fronte del sistema di accoglienza, in totale continuità con il precedente governo, continuano le prassi illegittime. La scorsa settimana, in una sola giornata, ci sono stati segnalati tre casi di persone che hanno perso l’accoglienza, che dormono in strada o in tenda, o in un ghetto nascosto, nonostante siano affetti da patologie gravi.

Secondo le dichiarazioni della ministra dell’Interno nella risposta al questione time del 23 ottobre scorso, l’hotspot di Lampedusa entro marzo 2020 avrà 132 posti in più rispetto agli attuali 96, ripristinando anche le aree ora chiuse, arrivando quindi ad una capienza di 439 posti.

In attesa di nuove strutture, nuovi bandi, le direttive sono sempre più stringenti e le dinamiche spingono sempre per fare andare vie le persone, come è avvenuto in questi giorni ad Agrigento, dove la prefettura ha disposto in 24 ore il trasferimento degli ospiti nei CAS della provincia (per lo più ricorrenti) verso altre città, in particolare Siracusa.  Molti hanno rinunciato all’accoglienza per non lasciare il contesto in cui negli anni hanno costruito delle relazioni, e sono rimasti in giro per il territorio. Le motivazioni sarebbero le esigenze di spazio per i nuovi arrivati.

I nuovi sono giunti a Lampedusa con un barchino, e per le disposizioni del decreto sicurezza, vengono sottoposti ad una procedura accelerata. Se non vengono informati bene sui diritti e le procedure nel giro di pochi giorni anche loro saranno invisibili.

Il risultato dell’innalzamento dei muri è previsto ed è frutto di una precisa volontà politica, che ignora il rovescio della medaglia, perché i segni di questa violenza ricadono anche su di noi, come ci ha raccontato Enrico, ex giovane pescatore di Marsala. Ci riferisce di essere in cura da uno psicologo e sotto psicofarmaci dopo che ha “raccolto” dal mare due corpicini: “È angosciante issare la rete con il pensiero che puoi ritrovarti un piede, un braccio, un corpo dilaniato. C’è un cimitero sotto di noi e non ci riesco più. Ho lasciato il lavoro anche per la paura di salvare le persone che chiedono aiuto e poi finire in galera perché accusati dai politici con il megafono”.

In fondo anche Enrico è una vittima di questi muri, un invisibile, che come tanti paga la violenza ottusa di una politica disumana, che però non è riuscita a bloccare dentro i suoi muri Kwausu. Lui c’è riuscito a scavalcarli e ora vive la sua vita, in fondo non chiede la luna, ma soltanto di vivere.

 

Alberto Biondo

Borderline Sicilia

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