4 novembre 2016

La difficoltà ad accogliere: Palermo

Nei giorni scorsi abbiamo letto delle dichiarazioni del sindaco di Gorino e delle proteste dei suoi concittadini, e in molti abbiamo condannato tali vicende. Senza dubbio il razzismo e l’ignoranza hanno creato dei mostri da prima pagina, ma è fin troppo facile “sparare sulla Croce Rossa” e nessun media ha messo in evidenza gli errori della prefettura e delle altre istituzioni preposte che non hanno saputo strutturare un progetto di accoglienza: non è stato preparato un piano di interazione tra nuovi arrivati e la comunità autoctona, ma ci si è mossi in emergenza causando l’ennesimo conflitto sociale, funzionale a celare il vero volto delle politiche migratorie e a continuare a mietere vittime.

Anche a Palermo, città definita da molti come accogliente, le difficoltà sono numerose, così come le situazioni illegittime ai danni dei migranti. Nel corso dello sbarco di lunedì 24 ottobre, in cui sono arrivati 1096 migranti sulla nave Siem Pilot, le criticità di un sistema emergenziale si sono manifestate tutte: le persone hanno terminato le procedure di identificazione dopo 48 ore dall’arrivo a Palermo; i minori e le donne hanno dormito sulla nave e poi sulla banchina al porto. In definitiva, una buona parte di persone ha trascorso la notte tra il 24 e il 25 ottobre nell’atrio della questura, in banchina sotto un gazebo o sulla nave di soccorso. Inoltre la lentezza dello operazioni di sbarco fa sì che moltissime famiglie vengano smembrate, nonostante il lavoro degli operatori dell’OIM in banchina, e i parenti vengano collocati in CAS diversi, appesantendo ulteriormente lo stato emotivo fortemente messo a dura prova dalle violenze di un viaggio rischioso.

Èinaccettabile che si possano trattare in questo modo delle persone che hanno viaggiato accanto alla morte per tanto tempo e che ne portano i segni addosso. A quello sbarco alcuni migranti sono scesi dalla nave in mutande. Da questo particolare desumiamo che hanno trascorso due giorni sulla Siem Pilot nudi dormendo per terra, per poi ricevere lo stesso trattamento una volta arrivati a Palermo. Queste persone hanno lo sguardo fisso nel vuoto, un vuoto che fa comodo per poter fare di loro quello che più conviene.

Questa convenienza si chiama “emergenza” e a Palermo viene a galla specialmente con i minori. Fino a mercoledì sera non si conosceva la destinazione dei minori appena arrivati, perché non si riuscivano a trovare le strutture disponibili. Inizialmente una cinquantina di minori dovevano essere trasferiti alla Caritas di Monreale che non ha alcun operatore in struttura ed è la Croce Rossa che in passato si è occupata di sorvegliare i minori. Ma questa volta i responsabili si sono sottratti a questo gioco emergenziale e per le istituzioni è stato necessario ricorrere ad altre soluzioni. La risposta a comune e prefettura è arrivata dalla Caritas di Palermo che ha ospitato 38 minori nella struttura ubicata nel comune di Ciminna, poi altri minori sono stati collocati nei centri di prima accoglienza di Partinico (gestito da Sol.Co.) e in quello di via Monfenera (gestito da Asante) ed il resto in altre strutture della provincia.

A Palermo sono arrivate anche 17 salme. I superstiti, che hanno subito la morte di amici e parenti durante la traversata, non hanno ricevuto alcuna attenzione o cura particolare da parte dei soccorsi e della prima assistenza. Tutti sono stati messi sui bus verso il nord Italia. Di tanto dolore si perderà la traccia così come dei dispersi in mare.

Secondo lo sfogo di un’operatrice al porto, le 17 salme sarebbero un numero troppo piccolo per avere la giusta risonanza mediatica: “poi che importa se tra loro c’era anche una bimba di 8 anni probabilmente morta a causa delle percosse subite!” “Sono numeri bassi, non ci sono foto da “Studio aperto”, non ricorderemo il 24 ottobre ma solo il 3, perché quelli erano di più. Io invece mi chiedo come si può morire così a 8 anni? Mi sono sentita più schifo del solito dopo lo sbarco. Quando sono andata via c’era ancora tantissima gente che dormiva lì sul molo per terra. Mi sono sentita complice di quest’accoglienza di merda, e mi sono chiesta: ma è giusto che io continui ad andare? Forse sono peggio di loro perché vado e mi faccio pagare da un sistema che non condivido.”

Per fortuna in questo sistema ci sono persone, come questa donna, che ancora si interrogano sulla strada che stiamo percorrendo e nel silenzio continuano a fare un sorriso e a dare un sostegno alle tante vittime di questo ingiusto sistema.

Alberto Biondo

Borderline Sicilia Onlus