23 luglio 2015

Intorno al Cara di Mineo

E’ di ieri la notizia di altri indagati per corruzione ed istigazione alla corruzione nel giro di interessi che ruota attorno al Cara di Mineo. Gli avvisi di garanzia, recapitati ai cinque sospettati di aver promesso posti di lavoro e in giunta comunale, vedono i nomi del sindaco di Mineo e di Paolo Ragusa, ex presidente della cooperativa Sol. Calatino.

Nel frattempo al Cara i migranti continuano ad essere inviati, sia dopo gli sbarchi che da altri centri, come se niente fosse. La situazione di sovraffollamento all’interno del campo viene quindi implicitamente accettata e avallata dalle istituzioni che non si sentono più nemmeno in obbligo di fornire una spiegazione. Intanto migliaia di migranti continuano la loro lotta contro l’annullamento e l’alienazione che la prolungata permanenza in un posto del genere non può che accentuare. Fuori dal Cara i profughi iniziano a non essere più numeri, e a poter conoscere il paese in cui sono arrivati, anche se spesso non nel modo migliore. Incontriamo parecchi di loro a Catania, spesso con il diniego della Commissione territoriale ben stretto in mano, alla disperata ricerca di un avvocato che possa seguirli nella procedura di ricorso ma, ancor più, che li sappia ascoltare, almeno per una ventina di minuti. Alcuni non esitano a buttare fuori tutta la loro frustrazione e sfiducia nei confronti di un sistema che li ha costretti in un limbo per più di un anno per poi sentenziare sul loro futuro tramite un colloquio, verso il quale nessuno li ha accompagnati con un’adeguata informativa legale. In molti scoprono solo al momento del ricorso l’importanza delle esperienze vissute che non hanno avuto l’accortezza di rivelare alla Commissione e dei segni sul loro corpo che non sembrava loro necessario mostrare al colloquio e nessun medico ha potuto mai certificare. Da qui un’esasperata e a volte ossessiva richiesta di aiuto e vicinanza a chi invece trovano disponibile, e un’apertura graduale che gli permette di rivelare alcuni dettagli della vita all’interno del CARA. Ad esempio A., al Cara da un anno e mezzo, si lamenta per il dolore lancinante che l’ha trascinato dal medico alla ricerca di qualcosa che non siano le solite “bustine di OKI”, con la schiena a pezzi dopo aver lavorato per mesi nelle campagne: “Se non ho i soldi non posso fare niente, né muovermi né mandarli a casa. Senza soldi e senza documenti tutti sanno quali sono i lavori che puoi fare”. Come lui tanti altri con cui non parleremo forse mai, ma che al Cara non possiedono nessun tipo di documento,e sono merce assai appetibile per ogni tipo di sfruttamento.
Eppure, anche in mezzo a tanta giustificabile disperazione, c’è ancora chi tiene duro e cerca di convivere con il senso di impotenza e il pensiero fisso sui documenti, che dopo mesi e mesi non c’è verso di vedere. M. è arrivato a Mineo una volta raggiunta la maggiore età, trasferito da un centro per minori dove ha passato i primi suoi cinque mesi in Italia. Lo conosciamo fuori dal Cara, mentre apprende con stupore quali sono le condizioni, i diritti e i doveri di chi richiede protezione internazionale e risiede all’interno di un CARA, grazie ad un volantino distribuito dalla Rete Antirazzista Catanese. “Io qui sto bene, l’unica cosa è che siamo lontani da ogni città o paese. E che c’è davvero troppa gente. Però qui è meglio del Palaspedini e forse pure del posto dove stavo prima”. Dichiarazioni che ci lasciano abbastanza sconcertati, ma sono sostenute pure da altri compagni di M., giunti pure loro insieme a lui dopo aver compiuto i 18 anni. Altri invece sfrecciano via sulle bici, diretti al lavoro o a scuola di italiano, o acchiappano al volo i taxi abusivi che li portano in città per cinque euro a viaggio. “Penso che tra un po’ chiederò di far parte della squadra di calcio”, dice C. “così quando andiamo in trasferta a giocare posso spostarmi gratis”. Strategie e pensieri per non perdere la speranza di un futuro migliore cercato con tanta determinazione. Ma fino a quando potranno durare?
Un ragazzo del Sénégal, dopo aver letto attentamente la guida alla protezione internazionale che gli abbiamo consegnato, ci domanda a cosa serve quel foglio. È da ormai diciotto mesi che si trova all’interno del CARA di Mineo, ha sostenuto l’audizione in Commissione qualche mese fa e ha ottenuto esito negativo; si è quindi rivolto a un avvocato di Catania per il ricorso, che pare verrà depositato non prima di fine agosto. Dopo lunghe attese, questo giovane ragazzo senegalese vuole aspettare di avere un permesso di soggiorno, che dovrebbe essergli rilasciato qualche mese dopo il deposito del ricorso, per poi lasciare il CARA di Mineo e andare in Germania. Sa che il rischio è quello di essere rimandato in Italia ma l’importante per lui è non essere rispedito a Mineo e comunque “c’est la chance”.
Prima di attraversare il Mediterraneo era in Libia e non ha scelto di sua spontanea volontà di partire ma è stato imbarcato verso l’Italia. Sono tante le cose che non capisce dell’accoglienza che ha ricevuto. Credeva di andare verso un paese migliore e invece si è dovuto ricredere: all’interno del CARA non sono garantite le visite mediche ma neanche i vestiti, che ha dovuto cercare nella spazzatura; le attese sono lunghissime e nel frattempo non gli viene consegnato nessun tipo di documento; dopo l’esito negativo è stato costretto ad allontanarsi da Mineo e dormire per strada fino alla domanda di ricorso.
Fa un riferimento confuso ai motivi per cui si ha diritto alla protezione internazionale, accennando principalmente alla guerra, e non si spiega come mai se nel suo paese c’è la guerra non ha avuto diritto alla protezione. Ancor meno si spiega come mai deve rivolgersi a un avvocato se a loro si rivolge chi uccide, chi ruba, chi va contro legge e lui invece non ha commesso niente di tutto ciò.
Non capisce l’utilità della mini-guida sulla protezione internazionale che gli consegniamo perché anche altri prima di noi gli hanno spiegato a cosa avrebbe diritto ma nonostante questo lui vede che tutto resta uguale, nessuno fa in modo di cambiare le cose. Dice che dovremmo essere noi a cambiare la situazione perchè se loro protestano vengono puniti in Commissione, con il diniego.
Spinto dalla frustrazione per tutto quello che sta vivendo, ad un certo momento della nostra conversazione, ci dice che sarebbe meglio morire in mare che stare in questo posto.

Giulia Freddi e Lucia Borghi
Borderline Sicilia Onlus