6 ottobre 2018

Il team di MEDU in Sicilia: testimonianze e racconti dai lager in Libia.

Il 3 ottobre il team di Medici per i Diritti Umani (Medu) ha presentato a Catania i risultati e i dati relativi ai quattro anni di attività del progetto On.To volto all’assistenza specializzata dei migranti sopravvissuti a tortura e trattamenti inumani e degradanti. La data scelta non è casuale: il 3 ottobre ricorre il quinto anniversario del naufragio di Lampedusa dove morirono 368 persone, e Medu ha deciso di ricordare tale avvenimento lanciando un appello a non considerare la Libia un porto sicuro e uno stato con cui stringere accordi.

Il gruppo Medu, che opera nei centri della provincia di Ragusa (con una presenza all’interno dell’hotspot di Pozzallo) e al CARA di Mineo, ha in questi quattro anni preso in cura oltre 450 persone, fornendo supporto psicologico e psichiatrico. Oltre l’80% delle persone seguite ha riportato gravi conseguenze fisiche e mentali, causate dalla permanenza all’interno dei lager libici. La testimonianza degli orrori perpetuati oltremare, tratta da casi clinici, deve servire a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla realtà di ciò che avviene in Libia, raccontando storie di vita personale.

Giuseppe Cannella, psichiatra del progetto On.To, racconta le condizioni disumane delle carceri libiche, dove i migranti vengono trattenuti anche fino a tre anni prima di essere abbandonati al loro destino in mare. Costretti ad espellere i loro bisogni in scatole, definite lettiere per gatti; costretti a perpetuare violenze su altri detenuti e forzati con le torture anche a uccidere; percossi quotidianamente con ferro, corde, scosse elettriche; abusati psicologicamente e sessualmente, e non si tratta solo di donne (tutte sistematicamente violentate) ma anche di uomini.

9 persone su 10 presentano sintomi da stress post-traumatico e avrebbero bisogno di essere tenute in cura per un lungo periodo di tempo, che però non coincide coi tempi della burocrazia italiana, che sposta o espelle senza che il trattamento sia concluso. Espulsioni e respingimenti che tra l’altro riportano alla condizione di tortura da cui i migranti erano miracolosamente scappati, ricorda Anna Dessì, psicologa e psicoterapeuta dell’associazione, che riafferma l’appello lanciato nel comunicato stampa: “la Libia non è un porto sicuro”.

Valentina Gulino riporta la sua esperienza come psicoterapeuta all’hotspot di Pozzallo, dove, nell’incertezza più totale, tutt’ora vivono i 73 migranti sbarcati il 15 luglio. L’hotspot, afferma, non è un luogo idoneo a tenere queste persone per un periodo di tempo prolungato. La loro permanenza a Pozzallo non fa che alimentare l’esperienza fatta nelle prigioni libiche, non tanto per episodi di violenza, ma per la forte militarizzazione del campo e il confinamento forzato all’interno dello stesso. La divisa spaventa e riporta a galla i ricordi, dice Samuele Cavallone, coordinatore dell’associazione, che racconta come al Cara di Mineo avvengano scene non dissimili, con migranti in chiaro bisogno di aiuto che non si avvicinano perché circondati da uomini in uniforme.

Una storia per tutte, quella di uno dei migranti trattenuti all’hotspot di Pozzallo che, tredicenne al momento della partenza, è arrivato in Italia al compimento dei diciotto anni, dopo aver visto la morte di tutta la sua famiglia. E dopo la permanenza all’interno delle prigioni, dopo aver assistito ad almeno altri trenta decessi, sommati alle torture e alle violenze sessuali e psicologiche, adesso vive da quasi tre mesi recluso, isolato e circondato da militari. Esperienza che amplifica, confondendosi con quelle pregresse, il ricordo degli anni di trattamenti degradanti, dando luogo a un processo di retrotraumatizzazione secondaria, che di fatto aumenta la vulnerabilità psichica del paziente. Per questo, una delle richieste avanzate da Medu è quella di trasferire immediatamente questi migranti nei paesi ospitanti o quanto meno in strutture più consone alla loro situazione.

Eppure, gli enti governativi e le commissioni territoriali sembrano sorde difronte al bisogno medico dei migranti (e soprattutto delle migranti). Come per il caso della Diciotti, la nave della guardia costiera Italiana bloccata al porto di Catania, quando fu negato l’accesso del team all’imbarcazione, anche se erano presenti chiari casi di vulnerabilità che necessitavano la presenza di medici specializzati a bordo. Non solo, ma se fino a qualche mese fa le commissioni territoriali accettavano i certificati medico-sanitari rilasciati dalle associazioni, con i quali si stabiliva la necessità di permanenza per motivi medici legati alla vulnerabilità psicologica, ora si richiedono certificazioni aggiuntive fornite da enti pubblici, i quali, non solo non possiedono una visione clinica completa dei pazienti fino ad allora in cura presso Medu o altre associazioni, ma sono inoltre sprovvisti di mediatori culturali che favoriscano il rapporto medico-paziente.

In più, Medu sottolinea che, da quando è subentrato il nuovo governo, i dinieghi, anche di coloro che presentano certificati privati e certificazioni pubbliche, sono aumentati esponenzialmente, alla luce delle circolari estive del ministro dell’interno ed in vista del varo del decreto “Immigrazione e Sicurezza” (firmato l’altro ieri dal Presidente della Repubblica, ndr) il quale, oltre a prolungare il tempo di trattenimento nei CPR e a indebolire il sistema SPRAR, prevede l’eliminazione della protezione umanitaria, sostituita da un permesso per fattispecie speciali, tra cui le ragioni mediche, o come recita il testo del decreto “condizioni di salute di eccezionale gravità”.

Indubbiamente, i casi raccolti dal Medu mostrano sintomatologie precise che rientrerebbero all’interno di tali condizioni straordinarie. Purtroppo le commissioni territoriali sembrano non condividere la stessa concezione di ‘gravità’ per quanto riguarda i migranti provenienti dai lager libici. In questo modo, non solo verrà aumentata l’illegalità della migrazione, ma si continuerà a perpetuare violenza psichica e mancanza di assistenza a soggetti dalla vulnerabilità elevata.

 

Peppe Platania
Borderline Sicilia Onlus