6 febbraio 2013

Il mio sogno è il presente – Intervista a Yvan Sagnet

di Daniela Sammito, da Il Clandestino di gennaio 2013

Yvan Sagnet viene dal Camerun. Nel 2007 viene a studiare in Italia e si iscrive al Politecnico di Torino. Nell’estate del 2011, per pagarsi gli studi, va a lavorare a Nardò, in Puglia, dove nella masseria di Boncuri, si assumono lavoratori per la raccolta del pomodoro. Lì si rende conto delle disumane condizioni di vita e di lavoro a cui i caporali costringono i braccianti e prende parte al primo sciopero autonomo dei braccianti stranieri in Italia. Lo abbiamo incontrato a Vittoria, in occasione di un dibattito sul tema “Territorio e Diritti”, organizzato dalla CGIL FLAI e dalla Cooperativa Sociale Proxima.

Yvan, tu sei stato protagonista della rivolta a Nardò. Un altro evento raccontato dai media – e in occasione del quale si è parlato del problema del caporalato – è stato quello della rivolta di Rosarno. Secondo il tuo punto di vista, che differenze e che analogie ci sono state tra questi due tipi di rivolta?

A Rosarno la rivolta è partita dallo scontro tra un datore di lavoro e un lavoratore e poi il mondo intero ha scoperto cosa c’era dietro, a livello di sfruttamento, schiavitù, infiltrazioni della malavita. Però a Nardò la battaglia è partita dalla dimensione del lavoro, dall’unità del lavoratori. Un gruppo di lavoratori che si sono riuniti per rivendicare i loro diritti. Non era tra singole persone, come a Rosarno. Ecco perchè c’è una differenza notevole anche nei risultati che i due scioperi hanno dato.

A Nardò abbiamo ottenuto più risultati perchè c’era unità dei lavoratori. Abbiamo ottenuto la legge sul caporalato, gli arresti degli imprenditori e dei caporali. Invece a Rosarno cosa abbiamo ottenuto due o tre anni dopo la rivolta, a parte il fatto che se ne è parlato?

L’introduzione del reato di caporalato è stata una conquista del 2011. Come sono cambiate le cose in conseguenza di questa importante novità legislativa?

E’ stato un risultato importante perchè dopo più di cento anni di caporalato in questo Paese, la rivolta di Nardò ha spinto verso l’introduzione di questo reato che danneggia i lavoratori.

Però bisognerebbe completare questa legge, che attualmente punisce soltanto i caporali. Bisognerebbe ampliarla, in modo da punire anche i datori di lavoro, che sono i principali responsabili di questa piaga. Sapevamo che non potevamo ottenere risultati concreti solo dopo un anno perchè quello del caporalato è un fenomeno complesso e molto radicato nel territorio. Non è che, con l’introduzione del reato e con un anno di battaglia, possiamo ottenere tutti i diritti. No, è un lavoro quotidiano di impegno, di denunce, bisogna indirizzare il lavoratore, supportarlo e invitarlo a denunciare, sostenendolo nelle proprie denunce.

E’ un lavoro di fondo, che richiede impegno. E in un anno è difficile organizzare tutto.

Mancano ancora molti passi da fare affinchè l’attuazione della legge sia effettiva.

Che idea ti sei fatto delle condizioni di vita e di lavoro dei braccianti nelle campagne ragusane?

Le condizioni sono identiche a quelle delle altre parti d’Italia. Cambia pochissimo nelle condizioni dei lavoratori in Puglia, a Rosarno, nel siracusano e nel ragusano. E’ uguale per tutti. Sono sottopagati. Dormono nei casolari abbandonati. I loro diritti non sono rispettati. Perciò la battaglia dovrebbe continuare.

In questo periodo di profonda crisi economica, quando si parla dei temi dell’immigrazione, dell’integrazione, l’obiezione più facile da fare è che “se non c’è lavoro per gli italiani, figuriamoci se c’è per gli stranieri”. A questa obiezione tu, che questa situazione di compressione dei diritti l’hai vissuta sulla tua pelle, come ti sentiresti di ribattere?

Alla crisi, soprattutto in agricoltura, non ci credo tanto. Perchè la domanda c’è. Consumiamo tutti i giorni, quindi il mercato dei prodotti agricoli c’è, la domanda c’è. Solo che in questo settore economico molto importante in questo Paese c’è stata una assenza di regole da parte dello Stato, che ha fatto sì che si creasse una cultura del profitto. Non è possibile che un chilo di arance o di pomodorini Pachino venga comprato dall’agricoltore a sette centesimi e va a finire in un supermercato del Nord a tre euro e cinquanta. Su questo bisogna riflettere. D’altra parte non condivido che, siccome c’è la crisi, le persone non dovrebbero avere diritti. Bisogna guardare al futuro di questo Paese, che sarà costruito dai cittadini italiani e dai cittadini stranieri. Bisogna cercare di costruire una società basata sul rispetto dei diritti di tutti i cittadini, a prescindere dalle loro origini. Quello che è in gioco è il futuro di questo Paese.

Hai di recente pubblicato un libro dal titolo “Ama il tuo sogno”, in cui racconti l’esperienza di Nardò. Qual è, adesso, il tuo sogno?

Il mio sogno era arrivare in Italia, in questo paese di cui mi sono innamorato quando ero piccolo, per via dei calciatori che seguivo e ammiravo. Io vivo il presente. Il mio sogno è il presente. E lavoro per cambiare il presente, e migliorare il futuro. Con un presente migliore, avremo sicuramente un futuro migliore. Un futuro che corrisponda ai nostri sogni.

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