6 marzo 2014

Il Centro di accoglienza richiedenti asilo di Mineo: il simbolo di un fallimento

di Elio Tozzi – scienzaepace.unipi.it

Il Centro di accoglienza per richiedenti asilo di
Mineo, in provincia di Catania, rappresenta il simbolo del fallimentare
sistema di accoglienza italiano. Immerso nelle campagne della piana di
Catania, e lontano dai centri abitati, si trova l’ex Residence degli
Aranci, un tempo lussuosa residenza delle famiglie dei militari
statunitensi di stanza a Sigonella, oggi il più grande CARA esistente in
Italia e in Europa. Istituito repentinamente nell’ambito della
cosiddetta “Emergenza Nord Africa”, nel marzo del 2011, il CARA di Mineo
è stato, sin dal principio, descritto come il fiore all’occhiello
dell’accoglienza all’italiana, un modello da esportare in Europa. Allo
stesso tempo è stato definito “ghetto”, “prigione dorata”, “inferno a 5
stelle”, “limbo”. Attualmente ospita circa quattromila richiedenti asilo
a fronte di una capacità, dichiarata sin dalla sua apertura, di duemila
posti.

1. Emergenza Nord Africa”: nasce l’idea del “Villaggio della Solidarietà”

Sul finire del 2010, la cosiddetta “Rivoluzione dei
gelsomini” in Tunisia ebbe un effetto domino nell’intera regione del
Maghreb cosi come nel Vicino e Medio Oriente. Tali rivoluzioni
stravolsero lo scenario geopolitico nell’intero bacino del Mediterraneo
coinvolgendo inevitabilmente, data la sua collocazione geografica,
l’Italia. Dal mese di Febbraio 2011 l’isola di Lampedusa, cosi come
Malta, fu soggetta ad un flusso considerevole di sbarchi provenienti
inizialmente dalle coste tunisine. Oggi possiamo affermare con certezza
quanto già appariva evidente due anni or sono: che lo scenario
apocalittico paventato dal governo in carica in quel periodo,
adeguatamente supportato dai salotti della televisione nazionale, fosse
eccessivo e probabilmente mirato a costruire l’idea di un’emergenza mai
verificatasi prima, che giustificasse da una parte l’adozione di atti
straordinari in grado di aggirare la normativa vigente e dall’altra una
ferrea politica di contrasto all’immigrazione clandestina.

Il primo passo in tale direzione fu compiuto con l’adozione del D.P.C.M del 12 febbraio 2011
con il quale si dichiarava lo “stato di emergenza nel territorio
nazionale in relazione all’eccezionale afflusso di cittadini
appartenenti ai paesi del Nord Africa”. A tal proposito, occorre
ricordare come sin dal principio si fece leva sulla differenza fra i
cittadini tunisini – spesso definiti “clandestini”, raramente “migranti
economici”, ed in quanto tali da rimpatriare il prima possibile – e
tutti gli altri “profughi” potenzialmente meritevoli di protezione
internazionale. La criminalizzazione e l’uso-abuso del termine
“clandestino” rappresentano una costante nelle recenti politiche
sull’immigrazione ed in questo caso ha contribuito alla sommaria ed
automatica esclusione dei cittadini tunisini dalla categoria dei
potenziali richiedenti protezione internazionale. Il 18 febbraio venne
poi emanata l’O.P.C.M n. 3924
recante “disposizioni urgenti di protezione civile per fronteggiare lo
stato di emergenza umanitaria”. L’art. 1 nominava commissario delegato
il Prefetto di Palermo, Giuseppe Caruso, cui spettava il compito di
provvedere alla realizzazione dei seguenti punti: a) definizione dei
programmi di azione, anche per piani stralcio, per il superamento
dell’emergenza; b) censimento dei cittadini sbarcati sul territorio
italiano dai paesi del Nord Africa; c) adozione di misure finalizzate
all’individuazione di strutture ed aree anche da attrezzare destinate
alla gestione dell’emergenza, nonché al potenziamento di quelle
esistenti.

È interessante notare come l’O.P.C.M. n. 3925,
emanata appena 5 giorni dopo la n. 3924, all’art. 17 introducesse una
serie di modifiche rilevanti fra le quali spiccava l’inserimento
all’art. 1 co. 2 lettera c) delle parole: “ivi compresa l’acquisizione,
anche con contratto di locazione, di strutture da destinare al
superamento dell’emergenza umanitaria, anche in deroga all’articolo 2,
comma 222, della legge 23 dicembre 2009, n. 191″. Inoltre, veniva
aggiunta la lettera d) ossia: “adozione, in raccordo con il Dipartimento
per le Libertà Civili e l’Immigrazione del Ministero dell’Interno, di
eventuali provvedimenti per la ridistribuzione tra i CARA, operanti sul
territorio nazionale, dei richiedenti asilo”. E’ evidente come tali
modifiche fossero state introdotte per consentire la creazione del
“Villaggio della Solidarietà” a Mineo, emblema di quella che sarebbe
stata la risposta del governo all’emergenza Nord Africa e, nello
specifico, all’emergenza Lampedusa, stracolma di giovani tunisini.

La decisione di utilizzare il Residence degli Aranci
sito in Contrada Cucinella nel comune di Mineo e di proprietà della
Pizzarotti S.p.a, che fino a poco tempo prima era stata residenza dei
militari americani di stanza a Sigonella, fu tanto improvvisa quanto
risoluta: il 14 febbraio 2011, il ministro dell’Interno, Maroni, e il
Presidente del Consiglio, Berlusconi, vi effettuarono un sopralluogo
individuando il Residence quale luogo idoneo ove dar vita al futuro
“Villaggio della Solidarietà”. Per le sue caratteristiche, affermava
Maroni, la struttura appariva più indicata ad accogliere i richiedenti
asilo piuttosto che i clandestini. Al “Villaggio della solidarietà”,
pubblicizzato continuamente come futuro fiore all’occhiello
dell’accoglienza italiana, sarebbero stati trasferiti i richiedenti
asilo ospitati presso i diversi CARA presenti sul territorio nazionale.
Tale “sistema di triangolazione”, così come lo definì il commissario
delegato all’emergenza, il Prefetto Caruso, nell’ambito di un’intervista
a noi rilasciata, avrebbe liberato posti utili per i nuovi arrivati a
Lampedusa e avrebbe, inoltre, premiato quei richiedenti asilo che
sarebbero rimasti sicuramente sul territorio trasferendoli da CARA
fatiscenti ad un centro eccellente quale sarebbe stato il centro di
Mineo. Al di là della retorica governativa, tale soluzione sembrava
piuttosto riconducibile ad un altro obiettivo, tra l’altro apertamente
dichiarato dal vice capo del dipartimento delle
Libertà civili e
dell’immigrazione presso il Ministero dell’Interno, dott. Postiglione,
ovverosia: svuotare i CARA italiani per trasformarli in CIE. A conferma
di tale orientamento è sufficiente ricordare quanto sancito dall’O.P.C.M. n. 3935
del 21 aprile 2011, che trasformava le strutture temporanee attivate
per l’accoglienza nei comuni di Santa Maria Capua Vetere (CE) – caserma
ex Andolfato, Palazzo San Gervasio (PZ) e Trapani località Kinisia in
Centri di identificazione ed espulsione.

Per realizzare il Villaggio della Solidarietà, il
governo doveva però affrontare le forti ritrosie dei sindaci dei 15
comuni del Calatino, fino a quel momento pressoché ignorati. Il governo,
quale strumento di persuasione, utilizzava principalmente la carta
della sicurezza puntando sull’incremento delle forze di polizia e
sull’installazione di sistemi integrati di video-sorveglianza che
avrebbero garantito l’ordine e la sicurezza dei cittadini e dei futuri
“ospiti”. L’approccio securitario assunto dal governo era in parte
agevolato dalle principali remore dei sindaci della zona legate proprio
alla questione sicurezza. L’impegno del governo a sottoscrivere un Patto
per la sicurezza, unito alla volontà di alcuni sindaci di sfruttare a
pieno le “opportunità” che l’apertura del centro avrebbe implicato,
portarono ad una decisione abbastanza condivisa. Restavano fermamente
contrari i sindaci di un terzo dei comuni del Calatino (Castel di
Iudica, Caltagirone, Grammichele, Ramacca e Mineo) che in una lettera
inviata al Ministro dell’Interno Maroni affermavano:

“Il modello Mineo non risponde all’idea che
abbiamo consapevolmente maturato, sulla scorta dell’esperienza di
effettiva integrazione portata avanti nelle nostre comunità. Non ci
piace che almeno duemila persone vengano deportate in un luogo senza i
necessari presidi e senza vere opportunità di inclusione, in una
condizione di segregazione che potrebbe preludere da un lato a rivolte
sociali, dall’altro indurre alcuni di loro, a fronte di una stragrande
maggioranza pacifica e ispirata alle migliori intenzioni, a mettere a
dura prova le condizioni di sicurezza del territorio”.
Concludevano puntualizzando che: “la
vera accoglienza si costruisce solo dentro un tessuto di relazioni e
una rete diffusa di servizi che aiuti gli immigrati a inserirsi, per
piccoli gruppi, nelle comunità e rappresenti per loro e per le
professionalità che si trovano numerose e qualificate nel nostro
territorio, un’effettiva opportunità”.

Tali voci, però, erano ormai espressione di una
minoranza. A Mineo ad esempio, si era costituito anche un comitato
cittadino “Pro-Residence della Solidarietà” che prospettava per Mineo un
futuro da “porta d’accesso all’Europa”. A parte la retorica
prevedibile, nel volantino distribuito per la raccolta firme venivano
soprattutto evidenziati gli effetti positivi che il CARA avrebbe
comportato: lavoro per le imprese locali di servizi, occupazione per
almeno 300 operatori sociali e maggiore sicurezza del territorio. A
titolo esemplificativo riportiamo questa dichiarazione: “La nostra
città sembra essere irrimediabilmente destinata ad un lento declino: la
quasi estinzione. Per evitare questo noi vogliamo che il “Residence
della Solidarietà” diventi un’opportunità di futuro per i giovani di
Mineo”.

È interessante notare come la firma apposta al
volantino del Comitato portasse il nome della cooperativa “Sol.Calatino”
che pochi mesi dopo avrebbe fatto parte della cordata di cooperative
che si sarebbero avvicendate alla Croce Rossa nella gestione del CARA e
che attualmente è parte dell’ATI che gestice il CARA.

Il decreto n. 16355 del 2 marzo 2011, firmato dal
Commissario delegato per l’emergenza Nord Africa e successivamente
integrato dal decreto n. 17132 del 4 marzo 2011, sanciva la requisizione
del « Residence degli Aranci » fino al 31 dicembre 2011. Due giorni
dopo l’effettiva apertura del “Villaggio della solidarietà”, il 20 marzo
2011, veniva firmato l’atteso Patto per la sicurezza dal Prefetto di
Catania, dal Presidente della Provincia di Catania e dai sindaci dei 15
comuni del Calatino. Centrato quasi esclusivamente sulla questione
sicurezza, il Patto non forniva particolari indicazioni sui futuri
“ospiti” della struttura, piuttosto faceva riferimento a livelli di
assistenza ottimali e a percorsi di inclusione sociale sempre in
funzione della sicurezza o delle “positive ricadute in termini socio-
economici locali”. L’impegno delle Parti a promuovere “l’integrazione
degli stranieri (…) la definizione di attività formative (…) la
conoscenza esperienziale del territorio e della cultura locale”, era
sancito all’art. 3, denominato, a scanso di equivoci, “Immigrazione e
sicurezza”. Relativamente alle funzioni della struttura si affermava che
avrebbe accolto solo richiedenti asilo che avessero “ formalizzato già
da tempo il percorso giuridico della richiesta d’asilo”. Quest’ultimi
sarebbero stati inseriti gradualmente e fino ad un numero massimo di
2000. Tali importanti promesse vennero prontamente disattese dal
governo. Soltanto quattro giorni dopo la firma, il 24 marzo,
amministratori e diversi sindaci del Calatino costituivano un cordone
umano di fronte al “Villaggio della Solidarietà” per impedire alle forze
di polizia di completare il trasferimento di 498 tunisini provenienti
da Lampedusa. Gli amministratori locali parlavano di una grande farsa,
di un grande bluff del governo che avrebbe presto fatto di Mineo un
lager. Il citato decreto istitutivo del 30 marzo, notificando la duplice
natura C.A.R.A/C.D.A del Residence degli Aranci, di fatto formalizzava
l’elusione del Patto per la sicurezza.

2. La gestione della Croce Rossa Italiana

In virtù dell’art. 3 dell’O.P.C.M n. 3924 che
consentiva al Commissario delegato di attivare le necessarie forme di
collaborazione per i profili umanitari e assistenziali con la CRI, con
l’UNHCR e con l’OIM, la gestione del “Villaggio della Solidarietà” venne
affidata alla Croce Rossa Italiana con termine fissato al 30 giugno
2011. La gestione della CRI fu caratterizzata da un approccio
emergenziale e soprattutto militarizzato. Il costante e massiccio
pattugliamento delle forze dell’ordine, sia all’interno che all’esterno
del centro, restituiva più l’immagine di una prigione da sorvegliare che
di un’oasi di pace. Ciò era, solo in parte, giustificato dall’ingente
numero di ospiti trasferiti al centro in tempi brevissimi. Aperto
effettivamente il 18 marzo 2011, il centro, dopo appena due settimane,
contava già 1595 “ospiti”. Contrariamente a quanto prestabilito nel
Piano per la sicurezza, il trasferimento dei richiedenti asilo, nonché
dei giovani tunisini, avveniva in modo tutt’altro che graduale.

A destare forti perplessità era oltretutto il metodo
utilizzato per effettuare i trasferimenti dai diversi C.A.R.A al
Villaggio della Solidarietà, definiti senza mezzi termini “deportazioni”
da autorevoli associazioni. Questi venivano disposti tramite “una
decisione presa con comunicazione diretta del Ministero dell’Interno in
condizioni di assoluta urgenza e senza alcuna pianificazione con le
autorità locali”, come denunciato dal Cir, Consiglio Italiano per i
Rifugiati. Nello stesso comunicato, il direttore del Cir, Christopher
Hein, segnalava l’assenza di notifica ai richiedenti asilo di un
provvedimento scritto ed inoltre, riferendosi nel caso specifico ai
trasferimenti avvenuti dal C.A.R.A. di Roma il 21 marzo, riferiva che i
trasferimenti avvenivano non su base volontaria ma tramite minacce di
revoca delle condizioni di accoglienza. I trasferimenti, oltre a
sradicare i richiedenti asilo dal tessuto sociale nel quale avevano
vissuto per mesi, avevano causato diversi disguidi: per i “diniegati”
l’indicazione errata del Tribunale competente per l’eventuale ricorso;
per coloro che avevano avviato altrove l’istanza di protezione
internazionale, invece, il trasferimento della competenza e dei relativi
atti documentali aveva generato ritardi significativi per l’esame della
domanda. Inoltre, accadeva spesso che i richiedenti trasferiti dagli
altri CARA venissero “scavalcati” nella convocazione da parte della
Commissione territoriale da coloro che, appena giunti dalla Libia via
Lampedusa, avevano intrapreso l’iter del riconoscimento della protezione
internazionale a Mineo. Tale condizione era fonte di notevoli tensioni
che talvolta sfociavano in risse fra i richiedenti stessi. All’interno
del Villaggio della Solidarietà, d’altronde, vi era un clima surreale,
una calma apparente che nascondeva una sofferenza comune alla quasi
totalità degli ospiti.

All’iniziale fase emergenziale, infatti, non seguì
alcuna programmazione volta a fornire le dovute condizioni di
accoglienza. Per gli “ospiti” le giornate all’interno del centro non
passavano mai, interminabili file caratterizzavano le pochissime
“azioni” quotidiane come recarsi a mensa o effettuare una telefonata. La
mancanza totale di attività ricreative, l’impossibilità di leggere un
giornale, l’assenza di una rete che consentisse l’utilizzo di internet,
cosi come i problemi di ricezione dell’antenna Tv, davano sempre più ai
richiedenti la sensazione di vivere in un sostanziale isolamento,
tagliati fuori dal mondo. A rendere ancor più concreta tale sensazione
contribuiva la collocazione geografica del Residence degli Aranci,
immerso si in una splendida cornice di aranceti, ma distante ben 11 km
dal centro abitato di Mineo. La disorganizzazione, anche sotto questo
aspetto, provocava disagi notevoli. Al momento dell’apertura del centro
non erano disponibili collegamenti pubblici né privati con Mineo e con
gli altri paesi del Calatino. Ciò rendeva di fatto relativa la “libertà”
di uscire nelle ore diurne dei richiedenti protezione internazionale;
quest’ultimi erano infatti costretti a “passeggiate” di oltre 20 km per
recarsi in paese. Il servizio navetta non solo non venne programmato in
anticipo o contestualmente all’apertura del centro, ma non fu attivato
fino all’estate a causa di un continuo “scarica barile” in merito alle
competenze fra la Croce Rossa, la Prefettura e il Ministero
dell’Interno. Soltanto nel mese di giugno furono attivati dei bus
navetta a pagamento. Il problema non era soltanto legato al costo del
biglietto ma, soprattutto, al fatto che la Croce Rossa, nell’arco della
sua gestione, non elargì mai ai richiedenti protezione internazionale il
pocket money per le piccole spese giornaliere, a differenza di quanto
avveniva in tutti gli altri C.A.R.A. d’Italia.

Alla totale mancanza di attività sin qui descritta,
occorre aggiungere che all’interno del “Villaggio della Solidarietà”
l’orientamento e l’assistenza legale erano pressoché inesistenti. La
mancanza di un servizio di informazione ed assistenza legale negava ai
richiedenti protezione internazionale il diritto ad ottenere
informazioni corrette ed in una lingua loro comprensibile sulla
procedura di asilo. A ciò va aggiunto che in virtù della nota circolare
n. 1305 dell’1 aprile 2011 (che consentiva l’accesso ai “centri per
immigrati” esclusivamente alle organizzazioni che operavano in regime di
convenzione con il Ministero dell’Interno) veniva spesso impedito ai
legali di accedere alla struttura; numerose sono, infatti, le
testimonianze di avvocati che denunciavano le condizioni nelle quali
erano costretti a comunicare con gli assistiti. I richiedenti
attendevano inesorabilmente un documento, un’audizione davanti alla
commissione territoriale o la data dell’udienza per il ricorso: tutti
erano in perenne attesa. Non è un caso che il Villaggio della
Solidarietà venne spesso definito un “limbo”, come nel caso del report
di Medici Senza Frontiere emblematicamente intitolato “dall’inferno al limbo”.
Gli osservatori avevano riscontrato numerosi casi di depressione,
isolamento e confusione. È opportuno ricordare che all’interno del
centro non venne attivato alcun servizio di monitoraggio volto ad
individuare e seguire adeguatamente i c.d. casi vulnerabili. Nel report
si affermava, inoltre, che l’estenuante attesa era fonte di disperazione
fra gli “ospiti”. Ciò innescava reazioni diverse, ma allo stesso modo
estreme. Se da una parte si registravano ben 7 tentati suicidi in appena
4 mesi di attività, dall’altra vi era chi si ribellava alla dilagante
rassegnazione.

La prima delle rivolte si ebbe il 10 maggio 2011
quando numerosi ospiti occuparono la S.S. Catania-Gela antistante al
centro. Il successo della manifestazione fu testimoniato il 19 maggio
dall’insediamento della sotto-commissione territoriale di Siracusa
presso il Residence degli Aranci dopo mesi di promesse disattese. Una
volta insediatasi, la sotto-commissione procedeva con una media di due
audizioni al giorno ma ciò avrebbe comportato, nella migliore delle
ipotesi, tempi di attesa comunque superiori ad un anno per esaminare
tutte le domande pendenti. La successiva manifestazione del 6 giugno,
repressa con maggiore decisione dalle forze dell’ordine, aveva comunque
portato la Commissione di Siracusa a coadiuvare la sotto- commissione
tre volte a settimana ponendosi l’obiettivo di raggiungere circa ottanta
audizioni a settimana. Tale risposta, sicuramente positiva, non era
comunque sufficiente a garantire un esame delle domande pendenti in
tempi brevi. Ciò condusse all’ennesima occupazione della statale
Catania-Gela, la terza in poco più di un mese, messa in atto il 21
giugno in occasione della giornata mondiale del rifugiato. Le
motivazioni della manifestazione rimanevano le medesime: eccessivi tempi
di attesa per l’esame delle domande e assenza di un criterio col quale
definire la priorità delle domande da esaminare.

Durante l’intera gestione della Croce Rossa, agli
“ospiti” della struttura furono garantiti essenzialmente alloggio, vitto
e assistenza sanitaria di base, tralasciando servizi fondamentali,
quali mediazione linguistica-culturale ed assistenza ed orientamento
legale, stabiliti nello schema del capitolato di appalto per la gestione
dei centri di accoglienza per immigrati. Le responsabilità delle
pessime condizioni di accoglienza rese al centro di Mineo, ben al di
sotto degli standard minimi stabiliti dalla c.d. direttiva accoglienza
(2003/9 CE), erano da attribuire, per la maggior parte, al governo. È
sufficiente in tal senso ricordare quanto sancito all’art. 7 dell’O.P.C.M n. 3948 del 20 giugno 2011
in cui si autorizzavano i Soggetti attuatori a “stipulare contratti o
convenzioni, con soggetti pubblici o privati, (…) garantendo servizi
equivalenti a quelli previsti dal capitolato d’appalto del Ministero
dell’Interno per la gestione dei Centri di Assistenza Richiedenti Asilo
(CARA), o con il Manuale operativo per l’attivazione e la gestione di
servizi di accoglienza e integrazione per richiedenti e titolari di
protezione internazionale (S.P.R.A.R.).” Dopo ben tre mesi dall’apertura
del centro, per la prima volta e con impagabile ritardo, a livello
centrale si faceva riferimento esplicito al capitolato d’appalto dei
C.A.R.A.

3. La gestione del Consorzio “CARA Mineo”

Il 18 ottobre 2011 la gestione del centro di Mineo
passava dalla Croce Rossa, cui rimaneva esclusivamente la gestione
dell’assistenza sanitaria, al Consorzio Cara Mineo un’ATI (Associazione
Temporanea di Imprese) composta da: Sisifo S.C.S. (ente capofila), Sol.
Calatino S.C.S., La Cascina Global Service, La Casa della Solidarietà
S.C.S. ed infine Senis Hospes S.C.S. Sin dal principio il Consorzio
gestore definiva la gestione del centro una sfida, una sorta di missione
volta a “convertire il centro di accoglienza da luogo del tempo
perduto, in uno spazio di costruzione del futuro degli ospiti in esso
accolti”. L’ambizione dichiarata era quella di diventare “la porta
dell’Europa”, un grande “centro di competenze” al servizio del bacino
del Mediterraneo. Il tempo utile per lanciare tale “sfida” veniva
concesso dal D.P.C.M del 6 ottobre 2011 che prorogava l’emergenza Nord Africa fino al 31 dicembre 2012.

Il nuovo Ente gestore, per ottemperare a quanto
previsto nel dettagliato “capitolato d’appalto per la gestione del
centro di accoglienza per immigrati di Mineo”, attivava diversi servizi:
assistenza legale, psicologica e sociale; corsi di lingua italiana;
formazione e job center e mediazione linguistica-culturale. Inoltre ai
richiedenti asilo veniva finalmente erogato il “pocket money”
giornaliero di 2,50 euro. Si trattava comunque di denaro virtuale
“caricato” sul badge di ogni ospite spendibile esclusivamente al bazar
interno al CARA e in alcune catene di supermercati presenti nei paesi
del Calatino. L’ente gestore – provvedimento n° 35 del 16/03/2012 del
Soggetto Attuatore per la gestione del centro di accoglienza per
richiedenti asilo – si aggiudicava nuovamente la gara d’appalto per la
gestione del CARA. Nel frattempo, come affermava lo stesso soggetto
attuatore, On. Giuseppe Castiglione, la città di Mineo e i Comuni
limitrofi iniziavano a comprendere il potenziale economico che il CARA
offriva, sia in termini lavorativi che di sviluppo del territorio.

In un’area depressa dalla perdurante crisi
occupazionale ed in un contesto generale di crisi, il CARA rappresentava
un’opportunità di lavoro per molti giovani oltre che una risorsa enorme
per tutto il territorio calatino. Ciò non venne mai negato dall’ente
gestore anzi veniva rivendicato come uno degli inconfutabili successi
dell’esperienza del “Villaggio della Solidarietà”. Per tale motivo sia
il Consorzio Cara Mineo che il Soggetto Attuatore ambivano alla
costituzione di un consorzio pubblico di enti locali che subentrasse
all’amministrazione del CARA consentendone il passaggio da una fase
emergenziale ad una strutturale. D’altronde, è opportuno ricordare che
l’imminente fine dell’emergenza Nord Africa sembrava potesse condurre
alla chiusura del “Villaggio della Solidarietà”. Il 18 novembre 2012
nasceva persino il “Pro Cara di Mineo”, “un comitato spontaneo e
apartitico, con lo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica su ciò
che costituisce per il territorio, in termini di risorse, il CARA.”
L’unica iniziativa di cui vi è traccia è una “fiaccolata”, cui aderì
anche la UIL, organizzata nel paese di Mineo, il 26 novembre successivo,
al fine di tutelare il lavoro degli oltre 250 operatori del CARA,
definito “una risorsa intoccabile”.

L’epilogo è noto a tutti. Il CARA di Mineo non solo è
sopravvissuto alla fine dell’emergenza Nord Africa (28 febbraio 2013),
ma è ormai prossimo alla definitiva “stabilizzazione” nell’ambito del
frammentato sistema di accoglienza italiano. In tal senso è sufficiente
ricordare la nota 47208 del 2/10/2013 tramite la quale la Prefettura di
Catania, su indicazione del Ministero dell’Interno, chiede al Consorzio
“Calatino Terra d’Accoglienza” di individuare una struttura idonea
all’accoglienza di 3000 immigrati ai fini della sottoscrizione di una
convenzione triennale (rinnovabile per ulteriori tre anni) per la
gestione di un Centro CARA. Dal 1 gennaio 2013 dell’amministrazione del
CARA di Mineo è responsabile il Consorzio dei comuni di Mineo, San
Michele di Ganzaria, Vizzini, San Cono, Ramacca, Raddusa, Licodia Eubea
denominato appunto “Calatino Terra d’Accoglienza”. La gestione, invece,
grazie ad una serie di proroghe è sempre assegnata al Consorzio Cara
Mineo cui però, dal 1 gennaio 2013, si è aggiunta l’impresa Pizzarotti
& C. Spa, proprietaria del Residence degli Aranci che, solo per il
biennio 2011-2012, ha già incassato almeno 8 milioni di euro (360.000
euro al mese). L’innegabile business legato alla gestione del Cara di
Mineo è stato, sin dal principio, al centro delle acerrime diatribe fra
le diverse forze politiche a Mineo e nei comuni del Calatino.

La drammatica condizione dei richiedenti asilo ospiti
presso il Cara è invece balzata agli onori della cronaca quasi
esclusivamente a seguito delle innumerevoli occupazioni della SS Catania
Gela antistante al CARA. L’ultima in ordine cronologico, il 19 dicembre
2013, ha in sostanza le stesse rivendicazioni della prima, quella del
10 maggio 2011, ovvero: tempi abnormi di attesa per la convocazione da
parte della Commissione territoriale competente per l’istanza di
protezione internazionale; insufficiente numero di audizioni a settimana
della suddetta Commissione; elevato numero di dinieghi, attesa infinita
per ottenere la data dell’udienza per il ricorso avverso il diniego;
assistenza sanitaria inadeguata in rapporto al numero degli ospiti;
pocket money (spesso sostituito da sigarette e ricariche wind) e pessimo
sistema di collegamenti con i centri urbani.

E’ opportuno ricordare che con il susseguirsi di
manifestazioni si registra un crescente sentimento di intolleranza nei
confronti dei richiedenti asilo da parte di molti cittadini dei vari
comuni, Mineo in primis. Il rischio che tale insofferenza venga
strumentalizzata e cavalcata è serio e non va sottovalutato. Purtroppo,
esclusa qualche eccezione, i media, i politici e i responsabili della
gestione del CARA operano una banalizzazione, una semplificazione
riduttiva a due schieramenti contrapposti: Pro CARA e No CARA. A nostro
avviso, invece, occorre distinguere ciò che accade a monte e a valle. A
monte vi è un carente quadro normativo nazionale e regionale che produce
un sistema di accoglienza caotico e frammentato gestito da Prefetti che
ricorrono sistematicamente ad una prassi emergenziale. Il CARA di Mineo
rappresenta sicuramente l’emblema di tale “sistema” ma non ne è l’unico
esempio, basti pensare ai molteplici centri attivati nell’anno appena
trascorso: l’ex istituto educativo Umberto I a Siracusa, la tendopoli al
PalaNebiolo a Messina, le parantesi fortunamente chiuse della palestra
del campo sportivo di Pozzallo e del palazzetto dello sport
“Palaspedini” di Catania e via dicendo. E ancora la responsabilità di
aver concepito l’idea di un “Mega Cara” confermata dalla citata nota
47208 della Prefettura di Catania.

A valle la situazione non è certo meno complessa, ma
appare drammaticamente legata a ragioni di interesse economico e
politico. Il Consorzio Cara Mineo, tramite i diversi canali di
comunicazione di cui dispone, dai social network al blog passando per la
rivista CARA News, rivendica orgogliosamente il proprio operato
definendo il CARA di Mineo la più grande impresa del Calatino, la più
grande fabbrica delle relazioni umane, una particella di amore,
solidarietà ed integrazione. I suoi sostenitori politici rivendicano
inoltre l’importanza che il CARA ha assunto, essendo divenuto il
principale propulsore economico per il territorio nonché fonte di lavoro
per circa 300 operatori sociali della zona. Il fronte dei “contrari”
invece è tutt’altro che omogeneo: c’è chi ricorre alla politica del
terrore strumentalizzando ad hoc le rivolte dei migranti; chi contesta
esclusivamente la gestione clientelare delle assunzioni dei lavoratori
al CARA; chi contesta esclusivamente l’utilizzo di una struttura privata
che frutta milioni di euro alla Pizzarotti & C. Spa; ci sono gli
agricoltori che denunciano i furti di arance dai terreni antistanti al
CARA; e infine ci sono i diretti interessati, gli oltre quattromila
richiedenti asilo che non hanno voce in capitolo. A quest’ultimi restano
solo gesti estremi per attirare l’attenzione sulla loro condizione di
vita, spesso si è trattato di manifestazioni pacifiche (come la
manifestazione del 19 dicembre scorso della quale però i media hanno
enfatizzato gli scontri avvenuti fra manifestanti e forze dell’ordine
“dimenticando” l’assemblea conclusiva tenutasi nel comune di Palagonia
in cui i manifestanti hanno spiegato le ragioni della protesta ai
cittadini e al Sindaco.), ma a volte si è arrivati al più estremo dei
gesti, come nel caso di Mulue Ghirmay, un giovane eritreo di 21 anni
suicidatosi il 14 dicembre scorso all’interno del CARA.

A nostro avviso il CARA di Mineo è un’esperienza
fallimentare che andrebbe chiusa al più presto. Non riteniamo né
concepibile né realizzabile in strutture di tali dimensioni
un’accoglienza dignitosa che rispetti gli standard minimi vigenti.
Contrariamente da quanto dichiarato dal Consorzio gestore, non crediamo
che l’obiettivo primario sia l’integrazione dei richiedenti asilo poiché
tutte le attività descritte sono previste all’interno del CARA mentre
le attività esterne sono programmate e inserite in un calendario, seppur
fitto, in cui è il Consorzio a decidere quali e quante persone portare
all’esterno e soprattutto quale immagine dare del CARA. Esemplare in tal
senso appare il recente lancio del docufilm “Io sono io e tu sei tu”,
girato interamente all’interno del CARA – prodotto dalla Fondazione
Integra direttamente riconducibile a Sisifo S.C.S, ente capofila del
Consorzio Cara Mineo – il cui obiettivo dichiarato è “promuovere un
modello di accoglienza in un panorama di strutture che invece hanno
fatto fallire l’emergenza umanitaria in Italia”. Il 2 gennaio scorso si è
tenuto un consiglio comunale straordinario a Mineo, in cui Anna Aloisi
nella doppia veste di sindaco di Mineo e presidente del Consorzio
“Calatino Terra d’Accoglienza” ha illustrato le recenti novità, fra cui
spiccano: l’imminente insediamento di due commissioni a Catania che
coadiuveranno la Commissione territoriale di Siracusa nelle audizioni
dei richiedenti asilo ospiti presso il CARA di Mineo, l’approvazione in
Parlamento del finanziamento di tre milioni di euro in favore del
territorio calatino e la ripresa del progetto “Strade sicure” che
porterà l’esercito a presidiare l’area in cui insiste il CARA. La
decisione di ricorrere all’intervento dell’esercito per garantire la
sicurezza del territorio nonché lo stanziamento dei tre milioni di euro
appaiono, ancora una volta, soluzioni emergenziali di breve periodo
mirate a placare l’insofferenza e la necessità di maggior sicurezza dei
cittadini del calatino. In tale direzione potrebbe essere letta anche la
previsione di attivare le due commissioni a Catania che dovrebbero
portare ad una riduzione del numero degli ospiti. Almeno in questo caso,
tale soluzione, anche se eccessivamente tardiva, è sicuramente positiva
perché dovrebbe velocizzare i tempi per l’esame delle istanze di
protezione internazionale degli ospiti del CARA.

Alla luce di quanto esposto sin qui, riteniamo che la
‘bomba ad orologeria’ non sia affatto disinnescata e non lo sarà fino a
quando non muterà l’approccio sia a ‘monte’ che a ‘valle’.

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