1 aprile 2013

Dignità – Diario tunisino del Forum Sociale Mondiale a Tunisi

Tunisini scomparsi in mare
La Repubblica – Il silenzio di fronte al dolore
di VALERIA BRIGIDA. “Questo è mio figlio, lo vedi? E’ vivo. Ma né le autorità italiane, né quelle tunisine stanno facendo nulla per trovarlo”. Al Forum mondiale sociale di Tunisi le famiglie delle centinaia di persone dichiarate disperse, nel tentativo di attraversare il Canale di Sicilia per approdare in Europa, hanno voluto riportare all’attenzione di tutti il loro dramma.

Foto: Borderline Sicilia, manfestazione FSM 26 marzo 2013, Tunisi
TUNISI – “Eccolo qui. Lo vedi? Questo in primo piano è Bilal, è mio figlio. Questa immagine è la prova che Bilal non è morto in mare ma è arrivato vivo in Italia. Ma né l’Italia né la Tunsia stanno facendo qualcosa per trovarlo”. Abdelaziz mostra il fotogramma di un video in cui un ragazzo, con un’espressione spaesata, si stringe in una coperta e guarda dritto nell’obiettivo. Alle spalle di questo ragazzo c’è uno schieramento di forze dell’ordine italiane e, sullo sfondo, un traghetto che riporta la scritta “Palladio”. Il traghetto “Palladio” fa parte della compagnia Siremar e viaggia sulla rotta che va da Porto Empedocle a Lampedusa. Bilal aveva 27 anni quando all’inizio di settembre 2012 ha lasciato la Tunisia con una piccola imbarcazione. Da allora il padre Abdelaziz non ha più sue notizie. Le autorità italiane e tunisine gli hanno detto che suo figlio risulta “disperso” in mare. Ma Bilal non ci sta. Secondo lui il figlio è sopravvissuto al naufragio del 6 settembre 2012 e in questo momento potrebbe trovarsi in Italia rinchiuso in un CIE (Centro di Indentificzione ed Espulsione). L’unica prova in suo possesso è quell’immagine diffusa sul sito di “Al Karama”, la radio locale di Sidi Bouzid, e che ora non smette di stringere tra le mani.

Una lunga lista di dispersi. La storia di Bilal è solo uno dei tanti tasselli che vanno a comporre l’intricata storia dei tunisini dispersi nel Canale di Sicilia, nel tentativo di raggiungere l’Italia. Solo dal 2010 ad oggi si contano 250 dispersi. Ma se si prendono in considerazione anche tutte le scomparse di migranti “irregolari” non formalmente denunciate alle autorità, i numeri aumentano vertiginosamente, arrivando a circa 2,500 casi. Da due anni le famiglie dei dispersi chiedono verità sulla sorte dei loro cari. Ma né l’Italia né la Tunisia forniscono risposte soddisfacenti. In Italia è stata anche aperta un’indagine che, tuttavia, rischia l’archiviazione per insufficienza di prove. Per questo motivo le famiglie dei dispersi hanno approfittato dell’attenzione mediatica internazionale dovuta al Forum mondiale sociale di Tunisi per tornare a denunciare come le restrittive politiche migratorie europee abbiano trasformato il Mediterraneo in un cimitero silenzioso.

Il diritto delle famiglie di conoscere. Stavolta però lo hanno fatto presentando un appello ufficiale all’UE. Chiedono di formare e partecipare a una commissione speciale d’inchiesta in cui Europa, Italia e Tunisia mettano “a disposizione i loro saperi”. In particolare, le famiglie rivendicano il diritto a conoscere tutte le informazioni raccolte dalle autorità attraverso i mezzi tecnologici di controllo del mare, come la localizzazione delle imbarcazioni attraverso il tracciato delle telefonate che i loro cari facevano durante il viaggio. Chiedono poi un’approfondita ricerca nominale dei dispersi sui database europei perché, spesso, i nomi dei tunisini arrivati sono registrati in modo diverso per un problema di traslitterazione dall’arabo all’italiano. Inoltre, un confronto tecnico sulle immagini televisive degli “sbarchi” a Lampedusa e dei trasferimenti a Mineo, in cui i genitori riconoscono i loro figli. Infine, il recupero dei corpi delle persone morte durante i naufragi e il recupero dei relitti.

Il dossier delle famiglie dei dispersi. Negli ultimi mesi, con l’aiuto di volontari e associazioni che lavorano sulle due sponde del Mediterraneo, le famiglie dei dispersi hanno raccolto informazioni arrivando a elaborare un vero e proprio dossier in cui si ricostruisce quando e su quale imbarcazione i parenti sono partiti. Da quali luoghi della Tunisia e attraverso quale rotta. Ma anche da quali numeri di telefono hanno chiamato a casa durante il loro viaggio, l’ora delle telefonate, la compagnia telefonica da cui chiamavano. “Questo è il nostro sapere” – si legge nell’appello – ma sappiamo anche che quel tratto di mare è continuamente osservato dagli innumerevoli mezzi tecnologici che l’UE con i suoi stati membri e la sua Agenzia Frontex dispiega tra le due sponde del Mediterraneo per il controllo delle migrazioni. Radar, satelliti, motovedette, aerei, elicotteri, e, dopo l’arrivo, impronte digitali. Sappiamo che tutte queste informazioni vengono archiviate. Sappiamo che oltre ai mezzi dell’UE ci sono anche quelli della Nato”. Per questo ora “esigiamo i vostri saperi”.

“Il nostro dolore non è meno importante del vostro?” Di fronte alla sordità del governo italiano e tunisino la madre di un disperso si rivolge alla stampa internazionale presente al forum di Tunisi: “Siamo madri, padri, sorelle e fratelli nello stesso modo in cui lo si è in Europa. Perché dunque il nostro affetto e il nostro dolore non hanno lo stesso valore degli affetti che, in un caso simile, verrebbero riconosciuti ai familiari di giovani europei?” Quest’anno il social forum accende un grande riflettore sulla questione dei dispersi nel Canale di Sicilia. Ed è per questo che, difficilmente, questo appello potrà rimanere inascoltato.

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