8 aprile 2016

Cas di Gela: l’isolamento degli ospiti di “Villa Daniela”

A partire dallo scorso dicembre a Gela è attivo un CAS gestito dalla
Cooperativa “Progetto Vita”, la stessa del l’accoglienza per minori in
questa località e in altri due Cas di Caltanissetta, per un totale di circa 250
ospiti nella provincia nissena.

L’apertura di questo centro presso la struttura “villa Daniela”, un ex
albergo sito nella zona

Foto di Clement Delamotte

balneare di Gela, è stata accompagnata da alcune
tensioni dovute alla preoccupazione destate nei residenti dal collocamento di
150 migranti in una medesima struttura. I cittadini si sono riuniti in un
comitato spontaneo e hanno stilato anche un documento in cui tra l’altro si richiedeva un presidio
permanente da parte delle forze dell’ordine fuori dal centro di accoglienza.

Diversi sono gli articoli della stampa locale che puntualmente riprendono,
a tutt’oggi, i comunicato dei soliti noti, come Forza Nuova e del comitato “Noi
con Salvini”, che non perdono occasione di
alimentare i sentimenti di diffidenza della popolazione, sia attraverso
comunicati stampa che iniziative come le “passeggiate per la sicurezza”, traducibili
con il termine “ronde”.

Ecco un altro caso in cui una gestione dell’accoglienza irresponsabile
che sacrifica il modello “diffuso” in favore della concentrazione di un grande
numero di migranti in un’unica struttura, alimenta il conflitto sociale e
diviene facile argomentazione per le strumentalizzazioni populiste e xenofobe.

In questo contesto poco favorevole dal punto di vista socio-politico, a
gravare ulteriormente sulla vita dei 150 richiedenti asilo che vivono nell’ex
albergo “Villa Daniela” è l’isolamento dal centro urbano, poiché la struttura
di accoglienza dista ben 15 kilometri dal centro di Gela.


Foto di Clement Delamotte

Il 31 marzo ci siamo recati davanti l’ingresso per effettuare il nostro
monitoraggio ( limitandolo all’esterno, come facciamo da ormai un anno a questa
parte nella provincia di Caltanissetta, a seguito alle condizioni imposte dallaPrefettura alle nostre richieste di autorizzazione di visita dei centri)
e ci è bastato osservare dall’esterno la struttura ricettiva per capire da noi
stessi che la prima e grande criticità di questo progetto di accoglienza è
proprio il confinamento spaziale in cui vivono i suoi ospiti.


Foto di Clement Delamotte

Parlando con alcuni di loro, abbiamo appreso che l’ente gestore ha
predisposto un servizio navetta organizzato su 3 corse pomeridiane di andata
(alle 15, 00, alle 16. 00, alle 17) e tre corse di ritorno (alle 17, alle
18,00, alle 19,00). Il pulmino messo a disposizione conta solo 17 posti, così,
per potersi aggiudicare un passaggio, bisogna prenotarsi la mattina, segnando il proprio
nome sulla lista, il prima possibile. Tra i cinquanta che riescono a prenotarsi
un passaggio, i più svantaggiati sono quelli che si aggiudicano un posto nella
corsa delle 15:00 perchè, dovendo fare ritorno alle 17, hanno a disposizione
soltanto un’ora e mezza, e nessuna possibilità di entrare in un negozio del
centro, in quanto l’apertura pomeridiana è a partire dalle 16.30.Agli altri cento ospiti che rimangono a Manfria, non resta che passare
il pomeriggio dormendo, oppure, giocando a cricket in un campo di fronte all’albergo.
I più socievoli tentano di scambiare qualche parola con qualcuno nell’unico bar
che c’è nella zona.

In realtà, Manfria è collegata alla città da un servizio di trasporto
effettuato da una compagnia

Foto di Clement Delamotte

privata che effettua delle corse orarie, dalla mattina
alla sera. Stranamente, però, nessuno degli ospiti di questo centro ne è al
corrente. Non ci è chiaro se l’omissione di tale informazione da parte dei
responsabili del centro sia volontaria (per ovviare ad eventuali lamentele da
parte della popolazione residente) oppure casuale, perché neanche loro ne sono
a conoscenza. Ad ogni modo, riteniamo che non offrire ai migranti un’adeguata
informazione sui servizi attivi sul territorio rappresenti una grave mancanza al
sostegno della loro autonomia, soprattutto in una situazione di isolamento che
si fa ancora più insostenibile in assenza di attività lavorative e ricreative
all’interno del centro.

Molti ospiti hanno acconsentito di parlare con noi solo al momento in
cui ci siamo spostati di poche centinaia di metri dal cancello di ingresso del
centro. Ci hanno riferito di non sentirsi liberi di parlare, per paura di
subire ripercussioni o di essere cacciati dalla struttura, come sarebbe
successo ad alcuni di loro che si sono visti mettere alla porta, grazie all’intervento
delle forze dell’ordine, dopo aver tentato di fare ascoltare le loro lamentele.
In particolare, uno di questi, sarebbe stato cacciato a tarda sera e a nulla
sarebbero servite la sua preghiere di poter rimanere almeno per la notte.

La revoca dell’accoglienza dovrebbe essere predisposta dalla Prefettura
competente su richiesta motivata del gestore ed è escluso che possa avvenire
con intervento diretto delle forze dell’ordine, su richiesta dei responsabili
del centro di accoglienza. Una prassi di
questo genere sarebbe illegittima, utilizzata impropriamente come strumento di
intimidazione nei confronti degli ospiti.

Non è poi la prima volta che da parte di ospiti che vivono in centri
gestiti da “Progetto Vita” sentiamo raccontare che la risposta alle loro
proteste è, nei migliore dei casi, che “la porta è aperta”, mentre nei peggiori
che “chi crea problemi, dovrà aspettare più tempo l’audizione in Commissione”,
oppure “ne pagherà le conseguenze al momento della decisione della Commissione”.

Cerchiamo di capire la qualità di questo progetto dal punto di vista
strutturale e dei servizi, a

partire dal cibo fornito: la colazione viene
servita dalle 8 alle 8,30, consta di un bicchiere di latte e due/tre fette
biscottate. Il latte sarebbe annacquato (come ci era stato raccontato anchedegli ospiti dell’altro centro gestito dalla stessa cooperativa) e se si arriva tardi non si troverebbe
più niente da mangiare. La cena, anch’essa piuttosto scarsa a detta degli
ospiti, viene servita alle 19.00.

Il pasto più sostanzioso sarebbe il pranzo,
sempre completo di primo, secondo e
contorno. Purtroppo il pane che viene servito sarebbe spesso vecchio di diversi
giorni e quindi immangiabile e, a dispetto del fatto che il 98% degli ospiti è di religione musulmana, non
verrebe servita carne Hallal. Così, quando il secondo piatto è a base di carne,
ai più osservanti, non resta che lasciarla nel piatto o limitarsi a mangiare il
condimento.

Non verrebbe invece distribuita acqua in bottiglia anche se quella
corrente non è considerata potabile, per cui , gli ospiti sono obbligati ad acquistarla
con i soldi del pocket money (di 2,50 euro giornalieri). L’erogazione dei
pocket money è invece puntuale e vengono erogati 25 euro ogni 10 giorni , in
contanti. Molti di loro utilizzano questi soldi per acquistare alimenti ed
integrare o sostituire i pasti forniti dalla mensa del centro. Dopo numerose
richieste degli ospiti di poter avere la possibilità di preparare da loro i
pasti, in questi giorni è in allestimento una cucina con due piani cottura che
sarà a loro disposizione, ma è proprio uno di loro a dirci che l’utilizzo delle
cucine rischia di diventare il “pomo della discordia” tra le 150 persone che
vogliono cucinarsi.

Non è infatti facile la convivenza quando il numero di “coinquilini” è
così elevato, a maggior ragione che non si può mai avere uno spazio di intimità,
poiché le camere sono da 5 posti, dotate di un solo bagno. Non ci sarebbe la
televisione, non uno spazio comune e neanche la wifi.

Il corso di italiano viene garantito 4 giorni a settimana: due corsi la
mattina e uno il pomeriggio, suddivisi per i diversi livelli. Non sarebbe
previsto il servizio di assistenza legale (nessuno di loro avrebbe ricevuto l’informativa,
neppure al momento dell’arrivo nel centro) e non ci sarebbe una psicologa che
collabora con il centro. Da quanto riferitoci dagli ospiti, l’equipe sarebbe formata, oltre
che da due insegnanti di italiano, solo da 4 operatori che sono anche i mediatori
culturali, e uno che parla solo inglese e si occupa del disbrigo pratiche.

L’assistenza sanitaria infine è garantita da un medico che si recherebbe due
volte a settimana per un’ora al centro, ma anche questo servizio non viene
giudicato adeguato alla condizione di affollamento della struttura. Infine c’è
chi si lamenta di non avere avuto per mesi la possibilità di sottoporsi a
visite specialistiche necessarie e urgenti.

Giovanna Vaccaro

Borderline Sicilia Onlus