8 luglio 2019

CARA di Mineo: dopo otto anni, chiude il ghetto voluto dalla Lega

La genesi di un centro di violenza e sopraffazione

Il CARA di Mineo (CT) – Foto di Silvia Di Meo

Il CARA di Mineo è stata una struttura di accoglienza per richiedenti asilo che non avrebbe mai dovuto vedere la luce: sorto nel 2011 nel contesto dell’emergenza Nordafrica, nelle residenze delle famiglie dei militari americani di Sigonella, è stato l’emblema di un’accoglienza ghettizzata con pesantissime ricadute sulle vite dei richiedenti asilo, come abbiamo monitorato e documentato in questi anni.

Abusi, violazioni e sfruttamento sono le parole chiave per descrivere il centro: centinaia i casi di violenza e sofferenza strutturali legati a questo luogo che è arrivato ad accogliere 4000 ospiti, il doppio della capienza massima. Il centro ha visto passare migliaia di persone, provenienti da paesi africani e asiatici, parcheggiati e contenuti senza rispetto dei loro diritti e in maniera umiliante nell’attesa, lunghissima, dell’esito della richiesta d’asilo. Un susseguirsi di scandali legati ad indagini e processi giudiziari e commissioni parlamentari di inchiesta che non ha interrotto mai i finanziamenti governativi e le gestioni del centro.

Un centro di questo tipo, pensato secondo un modello emergenziale di accoglienza e fondato su una marginalizzazione dei migrantinon sarebbe mai dovuto esistere e la sua chiusura è stata per noi una richiesta portata avanti con perseveranza sin dal primo giorno della sua apertura, nell’intenzione di tutelare i diritti dei migranti, lì sistematicamente violati.

La chiusura promossa oggi da un ministro dell’interno leghista chiude il cerchio dell’apertura sancita da un altro ministro dell’interno leghista otto anni fa.  Scelte opposte ma figlie della stessa propaganda. Oggi Salvini porta avanti un’azione che ha il risultato evidente di produrre irregolari, vittime della criminalità e sfruttati senza diritti. Infatti, in seguito alla chiusura del CARA molte persone restano senza accoglienza e senza possibilità, in mancanza di alternative, di ospitalità valide e dignitose.

 

Le deportazioni dei migranti e le violazioni

Nell’estate scorsa il ministro Salvini aveva annunciato l’imminente chiusura del CARA di Mineo, l’ennesimo atto di propaganda anti-migranti. I trasferimenti previsti per svuotare la struttura sono iniziati il 9 dicembre scorso e sono continuati fino al 2 luglio, giorno in cui è stato fatto partire l’ultimo gruppo di migranti sopravvissuto al centro morente.

Nel corso di questi mesi, ogni due settimane con regolare puntualità, vari autobus hanno lasciato il Residence degli aranci verso destinazioni varie: CARA e CAS di varie province siciliane e italiane. In queste deportazioni – in cui i migranti non erano informati fino all’ultimo momento della destinazione effettiva di arrivo- le persone sono finite spesso in situazioni, se possibile, ancora peggiori. Ciò dimostra con precisione che non è mai esistito alcun progetto di chiusura del centro a beneficio dei suoi ospiti e che la macchina di svuotamento ha funzionato esclusivamente come modalità di scaricamento delle persone in altri luoghi, con l’unico scopo politico di rendere visibile la lotta ai migranti annunciata dal governo.

Da Pian del Lago di Caltanissetta fino all’ex caserma Gasparro a Messina, i migranti ci hanno raccontato a distanza le condizioni disagevoli in cui erano finiti: foto, video e segnalazioni hanno testimoniato le gravose condizioni di vita nei nuovi centri, in una condizione che ha perpetuato il malessere già forte sorto a Mineo. Dell’ultimo trasferimento al Cara calabrese di Isola di Capo Rizzuto (Crotone) avvenuto il 2 luglio, ci sono arrivate testimonianze dei migranti circa la loro opposizione alla detenzione nell’hangar prevista per le prime ore di permanenza. “Dead is better than here” è la frase scritta su un muro dell’hangar, inviataci tramite foto dai migranti.

Sono poi numerosissimi i casi di migranti che in questi mesi si sono sottratti al trasferimento o una volta trasferiti in un nuovo centro hanno deciso di abbandonarlo per ricercare una situazione migliore. Ciò è avvenuto quasi sempre attraverso due strade: o raggiungendo altre città in Italia e all’estero (spesso perdendo il diritto all’accoglienza), oppure tornando al CARA di Mineo – dove nel frattempo si erano definite comunità auto-organizzate, costituite da ospiti ufficiali ed ospiti ufficiosi. Infatti i trasferimenti che si sono susseguiti negli ultimi mesi, hanno svuotato lentamente il CARA, senza mai ridurre realmente il numero degli ospiti effettivi: se dall’entrata principale sono usciti ufficialmente centinaia di migranti, dalle entrate del retro – tra i grandi buchi delle reti che dovrebbero delimitare l’area – migranti di diverse provenienze hanno continuato ad entrare ed uscire, con o senza badge.

Un migrante si allontana dal CARA di Mineo – Foto di Silvia Di Meo

L’entrata militarizzata e controllata costantemente da esercito e polizia è in realtà una facciata di copertura di una struttura che non ha da offrire né sicurezza né protezione ai suoi abitanti: incendi, tetti crollati, aggressioni dei cani hanno caratterizzato la vita al CARA negli ultimi mesi. Ma il disagio esisteva anche prima di questa fase di transizione: le sopraffazioni hanno costellato sempre la vita nella struttura.

Tra gli abusi che abbiamo documentato costantemente spicca l’assenza di un’adeguata consulenza socio-legale e la mancanza di informative sui diritti e le possibilità dei richiedenti asilo. Altre prassi illegittime e divenute con il tempo normali pratiche del centro sono state il pagamento del pocket money in sigarette, cibo insufficiente per tutti, mancanza di vestiti e assistenza sanitaria, oltreché inadeguata protezione dei vulnerabili, come le persone con disturbi fisici e psichici e le donne vittime di sfruttamento sessuale. Questo disagio è andato drasticamente peggiorando nei mesi corrispondenti allo smantellamento del centro con il taglio ai servizi e l’annullamento dei corsi di italiano e di altre possibilità formative. In modo particolare, nelle ultime settimane la situazione risultava ancor più caotica: il gruppo di migranti rimasti, in prevalenza vulnerabili, vivevano in condizioni precarie con assenza di manutenzione delle strutture del centro.

 

La macchina dell’irregolarità e dell’invisibilità

Il 2 luglio abbiamo fatto testimonianza attiva dello svuotamento del CARA di Mineo dai suoi ultimi abitanti, sia quelli regolarmente residenti – circa 80/90 persone- che quelli non registrati ed entrati attraverso i buchi nella rete. Prima di chiudere il cancello, la direzione ha avuto cura di sfrattare le persone non registrate, che hanno vissuto invisibili nel centro e che senza un’adeguata assistenza legale rischiano di rimanere senza accoglienza, in balia della vita di strada. Caricando carrelli e trasportando valigie, i migranti hanno raccolto i loro oggetti personali e si sono mossi verso nuove destinazioni. Molti di loro sono finiti in strada a Catania, accompagnati dall’ultimo taxi etnico di passaggio.

In accordo con la direzione del CARA, il vescovo di Caltagirone con l’aiuto delle parrocchie locali e della Caritas ha dato disponibilità per una redistribuzione di circa 26 migranti – con regolare permesso di soggiorno o senza- nei territori provinciali siciliani.

Il 5 luglio, in visita a Villa Mantelli – la casa religiosa vicino Caltagirone dove sono stati raggruppati i migranti non registrati in attesa di trovare alloggio – abbiamo ascoltato alcune storie di vita e offerto un’assistenza socio-legale volta ad intercettare i casi più critici su cui intervenire. Abbiamo constatato che tra questi sono risultati esserci persone in attesa della decisione del tribunale riguardo la domanda di protezione, persone che hanno ricevuto un diniego dalla Commissione territoriale, persone abbandonate dai loro avvocati. Ci sono anche persone che necessitano cure, di cui tre con gravissima vulnerabilità psichica, seguiti precedentemente da MEDU, e che seguono una terapia farmacologica costante. Grazie al lavoro degli operatori di MEDU, è stato intercettato anche un altro vulnerabile psichico rimasto nel CARA dopo la chiusura: trovato ferito in testa, è stato condotto a Villa Mantelli.

Qui Suor Chiara si è messa a disposizione per organizzare i trasferimenti nei vari dormitori delle Caritas siciliane.

Sappiamo che molti migranti con questo tipo di problemi sono ancora in strada, nei dintorni di Mineo o a Catania, e non hanno accesso a nessun tipo di aiuto o risorsa.

È perciò evidente che, anche se il CARA è stato chiuso, le conseguenze dell’attivazione e di una chiusura così gestita sono pesantissime e costituiscono criticità notevoli con cui fare i conti.

 

Contro il CARA di Mineo e contro le politiche criminalizzanti di Salvini

Il ministro Matteo Salvini ha annunciato che domani, martedì 9 luglio, sarà a Mineo per festeggiare la chiusura del centro, ovvero celebrare l’evento attraverso una passerella mediatica. In una conferenza stampa racconterà di questo suo successo, di come la lotta ai migranti stia prendendo sempre più forma. Salvini non parlerà della storia di D., che è partito per Crotone stringendo in mano il libro di Baricco regalato da cari amici, ne di H. che è stata deportata in un altro centro con il suo piccolo, né di M. che è stato reso vulnerabile dal viaggio migratorio e dal trattamento ricevuto a Mineo. Non lo farà perché Salvini non conosce e non è interessato alla storia delle persone che lo hanno vissuto, né alla complessa realtà del centro. Salvini sarà lì a fare vergognosa e ignorante propaganda politica alle sue azioni criminalizzanti tese a creare un contesto di disagio per i migranti; si precipiterà qui a celebrare l’ennesimo atto di violenza commentato e urlato in un post di Facebook o in un tweet.

Ancora una volta festeggerà una chiusura ai migranti, questa volta non di un porto ma di un cancello, un cancello di entrata che sebbene non avrebbe mai dovuto aprirsi, non doveva senz’altro essere chiuso in questo modo. Ancora una volta un chiudere per negare, per delegittimare, per criminalizzare, per ignorare con consapevolezza storie di migranti che noi avremo premura di ricordare e di raccontare attraverso una memoria attiva.

Domani 9 luglio alla conferenza stampa di Salvini ci saremo anche noi, non per festeggiare su questo disastro, ma per raccontare come davvero stanno le cose, per informare sulla terribile verità dei fatti che riguardano Mineo, per fare testimonianza di un’altra giornata in cui i diritti dei migranti sono calpestati in un atto mediatico di propaganda, per ricordare una volta per tutte che è proprio questo tipo di (non) accoglienza governativa che ha generato e genera insicurezza e violenza sociale.  Saremo con i migranti e le migranti, come lo siamo stati in questi anni per dare supporto alle vittime di un ingiusto sistema di accoglienza ghettizzante e marginalizzante come quello emblematico del CARA di Mineo.

Porteremo avanti il nostro lavoro di denuncia di queste prassi e di sostegno delle virtuose esperienze positive di accoglienza che potremmo e dovremmo costruire, perché altri centri come Mineo non esistano mai più e si possa festeggiare presto l’apertura – e non la chiusura – ai migranti e ad un sistema di accoglienza e di convivenza che sia a beneficio di tutti.

 

Silvia Di Meo

Borderline Sicilia

 

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