5 maggio 2019

Attacco ai diritti

“Sto male e non so a chi rivolgermi. Vivo in uno stato primitivo da sei mesi, respiro fumo ogni giorno per poter scaldare l’acqua che devo andare a prendere a tre chilometri di distanza per lavarmi, dopo giornate regalate a uomini che mi sfruttano, ma che dicono di volermi bene. Mi dicono che se avessi un permesso di soggiorno mi metterebbero in regola, ma che non possono ospitarmi vicino al posto dove lavoro perché la legge non lo consente. Però, per pagarmi 20 euro al giorno, non si fanno tanti scrupoli. Sto male, e non era questa la vita che sognavo di fare in Italia. Forse hanno ragione quelli che mi dicono che dovrei ritornare al mio paese, forse non sono razzisti quando mi gridano in faccia queste frasi, forse mi vogliono bene, forse hanno capito che il meglio per me non è l’Italia. Ma come posso tornare?”

“Come faccio a dire ai miei genitori, che pagano per me un debito da 6 anni, che voglio tornare? Sai, quando ogni mese gli invio anche 40 euro sono felicissimi, ed è l’unico momento in cui riesco a non star male. Loro mi immaginano in una bella casa con tutti i comfort, perché è quello che io gli racconto. Come potrei dirgli: mamma, papà, ho fallito, devo tornare? Sto male, ho bisogno di aiuto, e se chiamo io il 118 non vengono più. La scorsa settimana sono arrivati dopo 6 ore, e mi hanno gridato in faccia dicendo che sono stanchi di venire ogni settimana. Per favore, chiama tu. Magari arrivano prima, per favore.”

Tounkara è un fiume in piena. Vive da solo sotto quattro lamiere, a Campobello, circondato da amianto e coperte vecchie e puzzolenti. Qui, ogni giorno, sperimenta sulla sua pelle l’umiliazione di un sistema criminogeno che lo fa sentire rifiutato. L’umidità, la scarsità di cibo, il lavoro pesante, e soprattutto l’abbandono a cui la nostra società lo ha condannato, hanno minato la sua salute. Ma il suo malessere neanche i medici – a quanto pare – riescono, o vogliono, capirlo, visto che ormai Tounkara è un habitué del pronto soccorso, come loro stessi mi hanno detto la scorsa notte, quando il 118 è arrivato venti minuti dopo la mia chiamata.

“Vedi che avevo ragione, basta sentire la parola di un uomo bianco e si muovono. Io sono un animale per loro, anzi meno, visto che non mi tengono in considerazione. Quando investono un gatto o un cane c’è più gente attenta e straziata. Per me nessuno si muove. Nessuno mi vede. Sono invisibile per molti. Alberto, non mi vede più nessuno, e forse è meglio così, perché farmi vedere così mi fa star male ancora di più, e mi fa vergognare profondamente.”

Il suo scusarsi per avermi disturbato di notte fa aumentare il mio disagio nel sentirmi complice di questo sistema. Quello di una società criminale che tende ad eliminare il più debole, a nascondere il povero, a mostrare i muscoli e la violenza per governare, avallando atteggiamenti e comportamenti fascisti, manifestazioni fasciste.

Purtroppo, in pochi capiscono che le attuali scelte politiche sono un attacco a tutti, non solo ai migranti, i quali in questo momento sono il capro espiatorio perfetto di questa Europa senza memoria.

La cattiva, e stupida, politica si concretizza anche nella cancellazione delle buone pratiche nel campo dell’accoglienza. I bandi in osservanza delle nuove direttive ministeriali favoriscono solo chi è già avvezzo a fare mala accoglienza, ed eliminano l’accoglienza diffusa, l’unica – se fatta bene – che poteva dare un beneficio alle persone e valorizzare la professionalità di tanti operatori del sociale che adesso resteranno senza lavoro. Un taglio ai servizi che di fatto colpisce chi voleva fare accoglienza degna, creando soltanto dei vuoti a perdere, cancellando ogni possibilità di integrazione e creando i presupposti per lo sfruttamento, sia dei ragazzi ospitati, sia dei lavoratori impiegati.

I giovani precari e i giovani arrivati dal mare sono i facili bersagli da sfruttare in campagna, in qualche call center oppure come rider o in altri lavori sottopagati. Inoltre, la mala accoglienza in questo momento sta trionfando senza il controllo di nessuno, perché restano soltanto gli amici delle cooperative, quelli che fanno il lavoro sporco anche contro i propri colleghi, contro magari quelle persone che hanno una sensibilità non digerita dall’ente gestore, e che in un modo o nell’altro, sono i primi a perdere il lavoro. E se non ti adegui a questa logica vieni punito, come è successo all’associazione I Girasoli di Mazzarino, a cui hanno bruciato il pulmino, forse perché da sempre cercano di lavorare mettendo passione e attenzione verso il prossimo, sia esso lavoratore, sia esso ospite.

Purtroppo, è sempre più frequente ricevere la telefonata di un ragazzo che dice che ha rinunciato all’accoglienza perché vuota, isolata e senza prospettiva, proprio come vuole il governo. Ad esempio Lamin, senza neanche aspettare la decisione della commissione territoriale, ha deciso di lasciare il centro di Partinico, dove era stato trasferito nonostante frequentasse la scuola superiore in un’altra città, ritrovandosi senza la possibilità di continuare i suoi studi.

Spostare le persone come pacchi: scelte illogiche come quella di mettere un centro di accoglienza per donne nigeriane, tra cui molte potenziali vittime di tratta, in zona centrale a Palermo, che è il luogo meno indicato per la densa presenza di persone legate al traffico di esseri umani.

E, intanto, in questa corsa a nascondere i poveri e a cancellare i diritti dei lavoratori, c’è anche chi continua a morire e chi cerca disperatamente i familiari, come Moustapha, che da due anni cerca il fratello di cui non ha notizie da quando è salito sulla barca. Continua a cercarlo disperatamente in ogni dove, chiamando tutte le organizzazioni internazionali e non trovando alcuna risposta.

Tounkara per qualche ora ha dormito su un letto e per lui già è un miracolo di questi tempi… “I dottori sono convinti che lo faccio per avere la barella dove poggiare la testa, ma credimi non è così, io sto male davvero.”

E noi ci crediamo.

 

Alberto Biondo

Borderline Sicilia

Print Friendly, PDF & Email