14 maggio 2018

Alziamo muri e facciamo soldi.

Siamo sicuri che non vogliamo i migranti? Siamo sicuri che è meglio che se ne stiano a casa loro a morire di fame o sotto una bomba intelligente fabbricata da noi e lanciata da uno dei nostri alleati?

Non ne siamo sicuri per niente, anzi, nutriamo forti dubbi ascoltando le lamentele degli operatori dei centri (specialmente per MSNA), che rischiano di perdere il lavoro, mentre in molti lo hanno già perso.
Anche in questo momento di forte calo degli arrivi, la Regione Siciliana continua indiscriminatamente a rilasciare autorizzazioni per l’apertura di centri, per non inceppare l’industria che fa girare molti soldi. Le cooperative, dal canto loro, le stanno provando tutte per “reperire materia prima” necessaria a non licenziare personale e non perdere il lavoro.

Attualmente i pochi minori non accompagnati vengono collocati soltanto nei centri FAMI di prima accoglienza, direttamente dal ministero a Roma, e non più dai servizi sociali dei comuni insieme alle questure. Il percorso poi, dovrebbe continuare nella seconda accoglienza, ossia negli SPRAR per minori. Ma i posti di seconda accoglienza sono insufficienti e quindi, anche i FAMI che dovrebbero funzionare con modalità migliori, trattengono i minori per 6/8 mesi, la maggior parte delle volte addirittura fino alla maggiore età.

E visto che oggi avere un minore o un migrante in accoglienza è fondamentale per la sopravvivenza, in questa gara di accaparramento, a spuntarla spesso sono le solite cooperative, i grossi consorzi che hanno progetti con gli enti locali e che hanno una forza politica non indifferente a discapito delle piccole realtà che invece sono costrette a soccombere. Consorzi che spesso cambiano nome dopo essere finiti sotto inchiesta, e che con un’operazione di restyling rientrano in corsa per continuare a fare soldi sulla pelle dei migranti. Cooperative e consorzi che chiudono i battenti in una provincia perché ritenuti inadeguati o inadempienti da una prefettura, ma che riescono a partecipare a bandi in altre province.

Bandi delle prefetture che in questo momento sono in dirittura di arrivo un pò in tutta la Sicilia, dove le cooperative si danno battaglia fino all’ultimo per avere un posto al sole, a colpi di ricorsi e rilanci. A Palermo servono circa altri 2000 posti, perché i 1700 esistenti non sono sufficienti, considerato anche l’hotspot in arrivo, nonostante le dichiarazioni di facciata del sindaco . Pare che la prefettura abbia già trovato il sito nella zona nord della città.

Inoltre a Palermo, molte strutture per minori, non avendo più collocamenti, si sono convertite in CAS facendo una mera operazione commerciale, seguendo come sempre il vento del business. Così per esempio la struttura di via Monfenera, Casa Marconi, che ospitava nello stesso stabile due comunità per MSNA, Azad e Elem, ha cambiato pelle. Infatti una è diventata un CAS, mentre l’altra (almeno per il momento) è rimasta per minori, con la conseguenza che minori e adulti vivranno nello stesso stabile, solo in piani diversi. Tutto per il superiore interesse dell’economia. E intanto altri CAS chiudono perché del tutto inadeguati, come quello di Ciminna .

Ad Agrigento da gennaio c’è un nuovo prefetto, Dario Caputo, che ha sostituito Nicola Diomede, finito sotto inchiesta nell’indagine sulla Girgenti Acque, il quale si ritrova una serie di gatte da pelare: prima fra tutte il bando dell’hotspot di Lampedusa che deve essere ristrutturato e occorre capire cosa diventerà, visto che al momento funziona come un CPR per i tunisini. Inoltre occorre trovare altri 600 posti nel sistema di accoglienza, raddoppiando il numero di quelli attuali, dovendo anche fare i conti con il fatto che tantissimi SPRAR sono stati chiusi perché ritenuti inadeguati.

Ѐ un business che non ha fine e che non viene fermato neanche dai muri che abbiamo alzato per fermare i migranti. La scorsa settimana tra Lampedusa e Trapani sono arrivati più di 200 tunisini. A Trapani, dopo essere arrivati con due-tre barchini non intercettati, sono stati portati all’hotspot dove non erano presenti le organizzazioni umanitarie. Alcuni sono stati rimpatriati via Palermo. Gli altri, che superano il numero previsto dagli accordi di riammissione, sono stati lasciati con un decreto di respingimento sul territorio: nessuno ha avuto la possibilità di accedere alla protezione internazionale, visto che solo Frontex era presente. Un buco di diritti alimentato anche dalla scarsa presenza di operatori di UNHCR sul territorio. L’agenzia dell’Onu, insieme ad altre organizzazioni e ONG invece di coordinarsi attorno ad un tavolo per sopperire alle vere mancanze di questo sistema, purtroppo finiscono per alimentarlo.

Soltanto i pochi singoli operatori di buona volontà cercano di fare i salti mortali, anche a costo di scontrarsi con le istituzioni che hanno gioco facile. Respingere o rimpatriare un tunisino fa parte del gioco, ma se il tunisino si ribella e diventa violento, i giornali non tardano a bollare come delinquenti tutti i migranti tunisini per giustificare, ancora una volta, le pratiche di rimpatrio collettivo.

Giocare con le vite ormai è una prassi consolidata e sulla situazione dei migranti in Libia anche l’Onu timidamente ha ammesso quello che è sotto gli occhi di tutti: «I migranti sono stati sottoposti a detenzione arbitraria e torture, tra cui stupri e altre forme di violenza sessuale», scrive il segretario generale, basandosi sulle inchieste di Unsimil, la missione Onu a Tripoli. Indistintamente, nei centri governativi come nei lager clandestini, avvengono «rapimenti per estorsione, lavori forzati e uccisioni illegali». Gli aguzzini molto spesso indossano una divisa appartenente a una delle forze armate finanziate anche dall’Italia e dall’Europa. «I perpetratori – assicura il segretario generale – sono funzionari statali, gruppi armati, contrabbandieri, trafficanti e bande criminali».

Noi italiani siamo i mandanti non occulti di stragi e violenze. La scorsa settimana alcuni gommoni finivano nelle mani libiche e le ong dovevano lottare con la guardia costiera libica per salvare vite, mentre al porto di Catania erano ormeggiate e ferme due navi della Guardia Costiera, una della marina italiana e una nave tedesca del dispositivo di Frontex. Nel frattempo a Lampedusa, in questo weekend, sono arrivati altri 180 tunisini, trasferiti in un hotspot che dovrebbe essere chiuso e che ha una capienza ridotta di 90 unità, solo per le emergenze. Il loro destino: una parte oggi verrà rimpatriata, e come sempre il numero in eccesso sarà messo in strada, senza nessun criterio e nessuna tutela.

Prassi illegali quotidianamente sotto i nostri occhi, mentre chi resta in strada è costretto a mettersi in mano ad altri aguzzini che costruiscono reti da nord a sud per continuare a sfruttare i migranti; basti pensare ai tantissimi passeur che dalla Sicilia arrivano nel nord Europa, ed ai tanti italiani che vendono dichiarazioni di ospitalità e residenze per i rinnovi dei permessi di soggiorno.

Fra bandi per aperture di CAS, hotspot, centri per minori, i migranti sono merce importante per portare avanti questa industria. Mentre alziamo sempre più muri che hanno il solo scopo di dare il contentino all’opinione pubblica aizzata e guidata da forze politiche xenofobe e razziste, troppa gente muore nel silenzio e sepolta in tanti cimiteri senza nome e senza volto in Tunisia, in Libia, in Turchia o da noi in Sicilia. La posta in gioco diventa sempre più alta, come i soldi messi a disposizione per le solite cooperative e organizzazioni umanitarie che – se anche da lati diversi- giocano allo stesso tavolo.

 

Redazione Borderline Sicilia