17 marzo 2015

Alla ricerca di un posto sicuro

Gli ultimi giorni hanno visto il susseguirsi di proposte e controproposte da parte di esponenti politici italiani ed istituzioni europee in merito alla gestione dei controlli delle frontiere e dei soccorsi in mare.
Alle dichiarazioni di elogio dell’operazione Mare Nostrum fatte recentemente anche dal Procuratore capo di Catania, Giovanni Salvi,fanno eco le proposte presentate da Alfano all’Unione Europea, sull’istituzione di accordi con la Tunisia e l’Egitto per il pattugliamento delle coste e la creazione di almeno tre campi profughi in Paesi africani considerati sicuri.

Un pattugliamento navale congiunto consentirebbe una lotta più efficace “al terrorismo e ai traffici illegali”, mentre il sostegno finanziario e tecnico dell’ Unione Europea e delle Agenzie ONU per i rifugiati e gli immigrati, UNHCR e OIM, permetterebbero la creazione di luoghi “sicuri” in paesi terzi africani, dove i migranti potrebbero chiedere protezione senza rischiare la vita per mare. Una proposta che arriva mentre si intensificano gli accordi tra le squadre di pattugliamento italiane e tunisine http://antoniomazzeoblog.blogspot.it/2015/03/litalia-verso-le-deportazioni-di.html
e denota un atteggiamento a dir poco schizofrenico, da parte degli interlocutori governativi che “rimpiangono”l’efficienza dei salvataggi effettuata da Mare Nostrum e contemporaneamente si attivano per “respingere” chi parte, in nome di un modello di assistenza esternalizzato alquanto dubbio e soprattutto incentrato sulla chiusura nei confronti dei migranti. Anche l’UNHCR, ancora oggi, sembra non aver preso una posizione definitiva sulla questione, pronunciandosi invece per un progetto di ricollocamento volontario dei migranti siriani nei paesi del Nord Europa http://dirittiefrontiere.blogspot.it/2015/03/lunhcr-sostiene-davvero-la-proposta-di.html
La memoria delle vicende osservate in alcuni campi per rifugiati in Tunisia è ancora viva in molti attivisti. Centinaia di profughi costretti in veri e propri lager per un tempo indefinito, e spesso da lì fuggiti per tentare nuovamente l’ingresso in Italia dalla Libia. Tutto questo fa pensare alla scarsa, se non inesistente, considerazione delle reali motivazioni che spingono i migranti alla fuga, che dicono molto sui luoghi giudicati “sicuri”. Le storie atroci e le partenze sempre più azzardate di chi è costretto in Libia, descrivono situazioni in cui i migranti non hanno scelta o possibilità di ritorno, e vedono la fuga in mare come l’unica occasione per sopravvivere e avere una vita degna. http://www.redattoresociale.it/Notiziario/Articolo/479973/Libia-i-trafficanti-improvvisati-che-fanno-aumentare-i-naufragi-di-migranti
Non solo i siriani e i palestinesi, ma pure i tunisini continuano a scappare, sognando quella libertà e quella giustizia sociale che nella realtà quotidiana il loro Paese non sembra assolutamente garantire. Ma altrove si preferisce credere che non sia così, per trovare una soluzione politicamente più comoda alla questione. E’ davvero assordante il silenzio dei migranti nei dibattiti ai vertici, in cui si discute delle loro sorti e di come modificare e controllare le loro legittime aspirazioni. Ma ancora più impressionante è come l’opinione pubblica si accontenti di spiegazioni parziali e improvvisate sui futuri sviluppi degli accordi in questione. Chi si chiede quale sarà l’ipotetica sorte, per esempio, di chi riceverà un diniego della protezione in un campo situato in Tunisia? Chi cerca di conoscere e capire le condizioni di partenza dei migranti, andando oltre ai fatti più noti del conflitto siriano o dei disordini in Nigeria?
Nell’ultimo anno c’è stato un aumento vertiginoso degli arrivi di migranti gambiani, spesso diniegati dalle Commissioni Territoriali, che riportano segni, visibili e non, di sofferenze inaudite. Per molti il passaggio fatale è stato quello dalla Libia, ma, viene da chiedersi, cosa continua a spingerli verso un inferno già conosciuto? Anche qui le testimonianze di cronaca e politica internazionale non mancano, in merito ad un piccolo Stato, quello del Gambia, che ormai da decenni sta vivendo fortissime limitazioni della libertà personale e collettiva http://www.unimondo.org/Notizie/Gambia-chi-scappa-dalla-nuova-superpotenza-africana-149873 I racconti si continuano a moltiplicare, rivelando le diverse traiettorie ed aspirazioni di giovani che lottano per poter avere un luogo protetto dove poter iniziare a costruire qualcosa, un desiderio forse troppo difficile da capire per chi nasce già in queste condizioni. M. è un giovane ragazzo gambiano, diventato da poco maggiorenne e arrivato in Italia nel giugno 2015. Durante la traversata in mare ha visto suo padre perdere la vita ed essere gettato in acqua senza pietà da chi stava con lui sul barcone. Erano partiti insieme dal Gambia perché una rete di sostenitori dell’attuale governo aveva già minacciato o fatto sparire parte della loro famiglia. Oggi M. ha ottenuto un permesso di soggiorno ma si trova in Italia, paese sconosciuto e non proprio accogliente nei suo confronti, completamente da solo. M. soffre parecchio per questa situazione, ma dinanzi alla previsione di un suo possibile ritorno in Gambia, o in altri paesi africani, non esita a dire: “Io voglio restare qui, perché almeno questo è un posto sicuro”. Forse “troppo sicuro”, verrebbe da chiedere a chi ci governa?Quanto bisognerà ancora attendere perché le politiche migratorie siano pensate per tutelare davvero le persone e non i confini e gli interessi che vi stanno dietro?
Lucia Borghi
Borderline Sicilia Onlus