20 maggio 2016

Al Cara di Mineo i migranti arrivati a Catania il 18 maggio. Racconti sull’uso della forza per le identificazioni.

Tra lo scorso fine settimana e lunedì sono stati circa una cinquantina i migranti transitati dalla stazione di Catania in fuga da Mineo, dove erano stati trasferiti dopo lo sbarco del 13 maggio. Come preannunciato da mesi infatti all’interno del Cara si sta organizzando la creazione di uno spazio adibito ad hotspot, ma in realtà per i nuovi arrivati il centro funziona già a tutti gli effetti come tale. Al di là della struttura fisica, vediamo da mesi che l’approccio hotspot, in maniera mobile e pervasiva, si applica anche in banchina o in centri non nominalmente deputati a questo, mentre la proposta di nuovi “hotspot” galleggianti incombe ancora come una minaccia molto forte e realistica sul futuro dei migranti in arrivo.

Frutto di un accordo politico, gli hotspot sono finalizzati all’identificazione, la selezione, il controllo ed il respingimento e non hanno ancora oggi una base giuridica che ne regolamenta il funzionamento, fatto gravissimo che troppo spesso viene dimenticato.

Gli ultimi arrivi di migranti eritrei e somali hanno evidenziato il totale fallimento delle politiche migratorie e le continue violazioni dei diritti perpetrate dalla fortezza Europa, dove gli obblighi umanitari lasciano sempre più spazio all’uso della forza ed alla deportazione. I migranti eritrei, etiopi e somali passati da Catania hanno raccontato che a Mineo sarebbero stati costretti a lasciare le impronte digitali con la forza, strattonati, pestati e a volte colpiti anche con manganelli elettrificati. Molti di loro sono determinati a proseguire il progetto migratorio per cui hanno avuto il coraggio di affrontare torture e morte giungendo in Italia. Le assurde politiche di relocation europee si rivelano per quegli accordi fallimentari che sono studiati per controllare i percorsi dei profughi come fossero merce di scambio e non persone dotate di diritti e libertà di scelta. “Quando sono arrivato in Italia credevo di trovare la democrazia, non altra violenza e costrizione”, ha rivelato uno dei migranti somali intercettato alla stazione di Catania, “mi sto ancora chiedendo dove troverò il rispetto dei miei diritti”. Tra i profughi arrivati lunedì nel capoluogo etneo si trovavano anche diverse donne e ragazzi molto giovani che si sono in realtà detti maggiorenni o comunque a Mineo erano stati registrati come tali. Fortunatamente non si sono riscontrati casi sanitari o di particolari vulnerabilità. Abbiamo riferito la notizia ad Unhcr che ha allertato i propri operatori diretti a Mineo per l’attività informativa ma non era a conoscenza di tali violazioni. Forzati a lasciare le impronte e consapevoli dei rischi che ora corrono, in molti hanno deciso di continuare la propria corsa verso la destinazione che si sono prefissati o raggiungere parenti che li aspettano da anni. Diritti sacrosanti per gli europei ma non ancora per chi fugge da guerra e distruzione. E che spesso perde il senno intrappolato tra le maglie di un sistema di protezione che per anni lo vincolano in situazioni di abbandono. E’ di ieri la notizia del tentativo di suicidio da parte di un richiedente asilo maliano, che ha cercato di buttarsi dalla finestra del Tribunale di Catania dopo aver appreso che l’udienza per il suo ricorso era stata rinviata al 2017. Come lui, in molti subiscono gli effetti di un sistema con tempi sempre più lunghi e meccanismi sempre più farraginosi.

Nella mattinata del 18 maggio, al porto di Catania sono arrivati 201 migranti a bordo della Nave Peluso della guardia Costiera Italiana. Li vediamo giungere in banchina da lontano e sappiamo che sono partiti dalla Libia circa due giorni fa. Provengono principalmente da Eritrea e Somalia, ma anche dalla Mauritania ed alcuni paesi del Nord Africa; tra di loro ci sono ben 45 donne e 11 minori non accompagnati, mentre altri bimbi piccoli fanno parte di alcuni nuclei familiari. Al porto sono presenti numerosi membri delle forze dell’ordine e uomini di Frontex, Easo ed Europol, mentre gli operatori di OIM, UNHCR e Save The Children iniziano a svolgere l’attività informativa. Le operazioni di sbarco e preidentificazione procedono abbastanza velocemente, mentre sono già pronti i quattro bus che porteranno anche questi nuovi arrivati al Cara di Mineo, seguendo una procedura di trasferimento che sembra ormai ben collaudata. Rimangono ancora in banchina i minori non accompagnati eritrei per cui sono in corso le ricerche di luoghi idonei alla loro accoglienza, mentre la nostra forte preoccupazione va a chi dovrà ora scontrarsi con la violenza delle procedure di identificazione e selezione, in una struttura come quella di Mineo che si riconferma quale luogo simbolo di violazione dei diritti e di ogni forma di legalità e non possibile meta di destinazione per chi cerca protezione.

Lucia Borghi

Borderline Sicilia Onlus