19 aprile 2017

Abbattiamo i muri. A Palermo, Corteo contro hotspot, decreti Minniti, G7

PALERMO DICE NO ALLE LOGICHE SECURITARIE E RAZZISTE DEI DECRETI MINNITI/ORLANDO.
PALERMO DICE NO ALL’HOTSPOT E A TUTTI I LUOGHI DI NEGAZIONE DEI DIRITTI.
PALERMO DICE NO AL G7 ED ALLE STRATEGIE DI CONTROLLO GLOBALE.

Giovedì, 20 aprile, ore 16:00. Partenza Piazza Bellini (dietro il Comune), via Maqueda, piazza Verdi (dove si terrà un’assemblea informativa), via Cavour. Conclusione in Prefettura. 

I nuovi decreti dei Ministri dell’Interno Marco Minniti e della Giustizia Andrea Orlando rappresentano l’ennesimo attacco alle libertà politiche e civili in questo paese. Sono l’ultima fase di un processo di trasformazione della società in chiave securitaria. La novità più rilevante riguarda la sicurezza interna: aumentano i poteri del Sindaco e del Questore che potranno, a discrezione, prevedere sanzioni amministrative e penali, compreso l’allontanamento di individui ritenuti socialmente “pericolosi”, “antisociali” dalla propria città – o da zone della città – se considerati una minaccia per il “decoro “cittadino” (DASPO urbano).

 

Ma chi sono questi “pericolosi individui”?

In realtà basta davvero poco per essere “indecorosi”: migranti, senzatetto che dormono per strada o che occupano le case, venditori abusivi, writers, ragazze di strada (migranti schiavizzate) e ovviamente i noti manifestanti che – con proteste o azioni dirette – infastidiscono chi governa. Per i migranti va anche peggio. Per accelerare le procedure di identificazione ed espulsione, viene eliminato il secondo grado di giudizio: chi ottiene risposta negativa alla richiesta di asilo d’ora in poi non potrà appellarsi contro le sentenze del giudice, se non ricorrendo in Cassazione. Le richieste d’asilo verranno esaminate in pochi minuti,l’interprete sarà tenuto a verificare la correttezza della trascrizione solo dopo la conclusione del colloquio tramite video-registrazione. Verranno istituite sezioni speciali nei tribunali dedite solo ai provvedimenti di espulsione e allontanamento dei cittadini stranieri, si moltiplicheranno in tutte le regioni nuove galere etniche (oltre Hotspot, Cara e Cas): i CPR, Centri di Permanenza per il Rimpatrio (ex CIE).

Questi decreti creano efficaci dispositivi di controllo sociale e rappresentano un attacco diretto al disagio sociale e alla povertà, di fatto criminalizzate. Assistiamo all’applicazione del modello hotspot alle città, in cui donne e uomini, lavoratori, studenti, migranti, disoccupati e antagonisti sono le nuove cavie da laboratorio.

 

PALERMO CONTRO L’HOTSPOT

Inoltre a Palermo e’ stato annunciato che entro giugno si aprirà un hotspot, per “accogliere” i profughi appena sbarcati, capace di “ospitare” fino a 150 migranti.

La struttura dovrebbe sorgere su un terreno non edificato di 2.800 metri quadrati, ex proprietà della famiglia mafiosa dei Graviano, situato in viale Regione Siciliana, nei pressi di via Oreto.

In quest’area il ministero dell’Interno e la Protezione civile dovrebbero realizzare un “hotspot leggero”, composto “solamente” da alcuni prefabbricati.

Al momento in Sicilia sono presenti 3 hotspot e una nuova struttura dovrebbe essere allestita nella caserma Gasparro a Messina;

Palermo rientrerebbe, così, nel piano di potenziamento del “sistema della prima accoglienza”.

La struttura, come annunciato da Gerarda Pantalone, capo del dipartimento per le Libertà civili e l’immigrazione del Ministero dell’Interno, dovrebbe “ospitare” insieme migranti adulti e minori stranieri non accompagnati, appena sbarcati e in attesa di essere smistati nei centri di seconda accoglienza.

Nonostante l’uso di belle parole come “accoglienza” e “ospitalità”, nonostante i toni rassicuranti di un comunicato che parla di “hotspot leggero” ed il tentativo di sottolineare la natura di bene confiscato del terreno in questione, quasi a contrapporre la dimensione dell’accoglienza alle logiche mafiose, la notizia e’ per noi gravissima.

Conosciamo le condizioni di vita dei migranti negli hotspot già esistenti a Lampedusa, Pozzallo e Trapani.

Questo annuncio ha creato non pochi problemi all’amministrazione in carica alla vigilia delle elezioni. Nel tentativo di correre ai ripari, l’Amministrazione ha subito chiarito che non di vero e proprio hotspot si parla, ma soltanto di una struttura di supporto alle operazioni di prima identificazione dei migranti appena arrivati. Fa eco, sulla stessa linea d’onda, la Prefettura di Palermo che si affretta a spiegare che non di una vera struttura si tratterà ma di prefabbricati, a disposizione del sistema di prima accoglienza, soltanto per garantire la rapidità delle procedure di identificazione e la partenza per le altre destinazioni, come si fa adesso in questura.

Queste dichiarazioni, però, non ci convincono, specie nell’epoca Minniti. In primo luogo, come si legge chiaramente nelle “Procedure Operative Standard (SOP)”, redatte dal Ministero dell’Interno su indicazione della Commissione Europea e di altre realtà come Europol e Frontex, hotspot” è, di per sé, un modello organizzativo leggero, pensato per la gestione di grandi arrivi che può essere stabilito in qualsiasi area territoriale.

In realtà, come si legge, l’hotspot non è un “luogo”, ma un metodo di lavoro, con cui le Forze di Polizia, il personale sanitario e le organizzazioni internazionali e non governative devono gestire i migranti in ingresso.

Anche per fronteggiare l’emergenza sbarchi, questa struttura non avrebbe ragion d’essere: ogni arrivo è largamente previsto, per cui basterebbero semplici operazioni come implementare il personale disponibile in questura e organizzare in modo più opportuno la permanenza in banchina.

Il punto, dunque, non riguarda la natura dell’edificio in sé, ma la sua natura giuridica: si tratterebbe di un spazio di fatto escluso da ogni controllo giurisdizionale e legale, dove né gli avvocati né le associazioni potrebbero accedere.

Si tratta di luoghi in cui non sono affatto garantiti i diritti di informazione individuale, si tratta di luoghi in cui si travalicano norme e regole, in nome della retorica dell’emergenza e della sicurezza, luoghi dove si registra il più alto numero di respingimenti, per lo più formulati in base alla folle distinzione tra “migranti economici” e “richiedenti asilo”, formulata nel corso di una quasi sempre errata prima identificazione.

Il problema, dunque, non è la struttura, ma l’intento politico che la determina. Una volta edificata, di qualsiasi struttura si tratti, dipenderà dal Ministero degli Interni deciderne l’utilizzo, confrontandosi tutt’al più con le amministrazioni comunali in carica.

Non possiamo assistere in silenzio alla lenta trasformazione del nostro paese in una galera a cielo aperto, in cui movimenti e pensieri vengono controllati e repressi.

I movimenti antirazzisti e anticapitalisti propongono una mobilitazione generale e generalizzata contro questi decreti, un rivolta che attraversi le città siciliane e non solo.

Sulle libertà non si tratta e casa nostra non è un carcere.

 

PALERMO CONTRO IL G7

Infine a Taormina, il 26 e 27 maggio prossimo si riunirà il G7, il vertice internazionale dei sette capi politici dei principali paesi capitalisti.

Si discuterà, di Mediterraneo, di migrazioni, di sicurezza, in special modo delle città. Si elaboreranno linee e proposte che nulla hanno a che fare con gli interessi dei popoli, ed in particolare, della loro parte più povera ed esclusa. Lo scopo dichiarato è mettere in atto strategie di contenimento e di sicurezza, per garantire il controllo e il permanere del comando sull’intero pianeta nell’interesse esclusivo dei grandi poteri economici.

CONTRO TUTTO QUESTO ci sarà la nostra ferma opposizione, insieme con tutti i movimenti sociali oggi in lotta.

NO AI DECRETI RAZZISTI E SECURITARI

NO AGLI HOTSPOT E AI LUOGHI DI NEGAZIONE DEI DIRITTI

NO AL G7 E ALLE STRATEGIE DI CONTROLLO GLOBALE