8 luglio 2015

A volte penso che sarebbe stato meglio morire in Libia

“Noi non siamo stupidi: magari non parliamo tutti bene la vostra lingua, ma tutti abbiamo gli occhi per guardare. Noi osserviamo tutto ciò che ci succedono intorno e capiamo come vanno le cose”.
Parole forti, queste, di A., un ospite presso il centro SPRAR di Montevago gestito dalla Cooperativa Sociale Quadrifoglio, incontrato qualche giorno fà davanti alla Prefettura di Agrigento in attesa del colloquio in Commissione. “Noi abbiamo mille pensieri nella testa che non ci fanno dormire: le lunghe attese, il pensiero delle famiglie… troppe cose nella testa che non ci permettono di pensare ad altro”. Questi pensieri si insinuano profondi nella loro testa e nella loro anima, radicandovisi e diventando una vera e propria ossessione. Sì, alcuni hanno dei lavoretti che li tengono occupati qualche ora al giorno, ma per gli altri che non hanno nulla da fare le giornate diventano lunghe come settimane: come si fa a smettere di pensare? Per sottrarsi a questo ossessivo riflettere e crogiolare, ci vuole una volontà di ferro, che però molti ormai hanno perduto. La difficoltà a concentrarsi porta molti ad assentarsi durante le lezioni di italiano offerte dagli enti gestori, lasciando quindi a metà il percorso di studio della lingua, che però a sua volta è fondamentale per l’inte(g)razione con le comunità circostanti. È mezzogiorno, fa caldo, e i ragazzi sono in giro dalla mattina prestissimo, in quanto il primo avrebbe dovuto avere il colloquio alle 9. Chiedo se qualcuno tra i 5 ragazzi presenti in quel momento fa Ramadan. “Solo uno”, continua a raccontarmi A., “ma molti altri musulmani hanno smesso di digiunare. Per fare Ramadan devi essere in una condizione psico-fisica che ti permetta di affrontare questo sforzo, se no è troppo pesante per il corpo. Ma siccome non c’è serenità, molti, per il proprio benessere, non lo fanno più”. Continuiamo a chiacchierare del più e del meno, di politica, dei media, di viaggi, di progetti, di sogni. Ormai siamo rimasti in tre, io, A. e un ragazzo nigeriano. È una chiacchierata piacevole, uno scambio, un dono, una speranza. Mi ringraziano per essermi fermata a salutarli, ad approcciarli, a fare due chiacchiere: “di solito la gente ci guarda strano quando passa, c’è molta diffidenza nei nostri confronti”. Un problema, questo della diffidenza e della non accoglienza, che la cooperativa Quadrifoglio tenta di risolvere attraverso attività di sensibilizzazione, interazione e partecipazione di e tra richiedenti asilo e autoctoni. L’evento intitolato “Lettura di favole somale e musica africana” svoltosi lo scorso 23 giugno presso l’aula consiliare del Comune di Montevago ne è un esempio (altri eventi si terranno durante il mese di luglio, come la “Aid Al Fitr”, la festa che conclude il digiuno rituale del mese di Ramadan. Ulteriori informazioni su: www.cooperativaquadrifoglio.it o [email protected]). Ma la partecipazione degli abitanti di Montevago, Sambuca di Sicilia, S. Margherita e Porto Empedocle, altre località dove la Cooperativa opera, è pari a zero: all’evento citato poc’anzi, era presente solamente il sindaco del piccolo borgo Calogero Impastato con un’altra persona. Alcuni operatori della Cooperativa stessa però ammettono che dovrebbero puntare di più sulle pubbliche relazioni per pubblicizzare in modo adeguato e tempestivo questi tipi di eventi. Purtroppo questo passa inevitabilmente in secondo piano avendo questioni più urgenti da seguire, come appunto tenere a bada la frustrazione dei ragazzi riguardo alle lunghe attese, ma anche interfacciarsi con le istituzioni pubbliche. Nonostante gli scontri perlopiù verbali con gli operatori dovuta ai nervi a fior di pelle, gli utenti apprezzano gli sforzi della cooperativa di far fronte alla situazione complicata che deve gestire. Riferendosi in particolare all’operatrice che li ha accompagnati da Montevago in macchina fino in prefettura ad Agrigento, A. dice di apprezzarla molto perché si impegna a fare pressione e a mandare avanti le cose per quanto le sia possibile. Rapporti di stima e rispetto tra utenti e operatori (non in tutti i casi, purtroppo, ma per fortuna in alcuni posti si riesce a trovare ancora un po’ di umanità), che però vengono messi a dura prova dall’assurdo e malsano sistema di accoglienza italiano, di cui alla fine sono i migranti e gli operatori (onesti!!) che ne pagano maggiormente le conseguenze. “Io lo so che non potrò rimanere in Italia per sempre”, prosegue A., “Non lo voglio nemmeno. Un giorno vorrei tornare nel mio paese e aprire lì una mia scuola di musica. Sono bravo, ho talento. Tanta gente pensa che siamo tutti analfabeti, ma non è vero. Abbiamo talenti, passioni, sogni, tanti sono anche laureati!”. Risorse umane per il nostro Paese in profonda crisi economica, culturale e umana, che però si preferisce tenere chiusi in dei centri, togliendo lentamente, ma sistematicamente, l’unica cosa che probabilmente è rimasto loro: la sicurezza in sé stessi e nelle loro capacità. “Sono sopravvissuto in Libia, un paese terribile, sono arrivato a Lampedusa, sono stato trasferito a Palermo e poi a Montevago. A volte penso che sarebbe stato meglio morire in Libia, almeno ora forse sarei in un posto migliore, vicino a Dio che riconosce il mio valore”. Per fortuna però, ammette, ha la musica, la sua grande passione, attraverso cui trova sfogo e gioia. Sa di essere fortunato, in qualche modo. Mi racconta che si sente male quando vede migranti dormire per la strada, come gli è capitato durante una visita a Palermo. In quell’occasione, una ragazza lo aveva approcciato chiedendogli di poter chiamare la sua famiglia nel paese di origine per dire che era arrivata in Italia. Mi racconta dello stupore di apprendere che lei abitava per la strada, sola donna tra tanti altri ragazzi. “Viaggiavo con uno zainetto, giusto una maglietta, un paio di pantaloni e le scarpe. Le ho lasciato tutto”. Gesti di solidarietà tra migranti: purtroppo, non sempre accade, continua A. Specialmente tra coloro che sono in Italia già da più tempo e i nuovi arrivati. Spesso sono parenti lontani o conoscenti, eppure, da alcune testimonianze raccolte in varie occasioni, sembra che appena si arrivi in Europa la regola sia “ognuno per la propria strada”. La caratteristica solidarietà africana di condivisione e supporto in qualsiasi circostanza basata sul presupposto che si è tutti fratelli e sorelle, in Italia viene sostituita da false promesse, chiamate ignorate o chiari commenti del tipo: “quando sono arrivato in Italia io non c’era nessuno ad aiutarmi e me la sono dovuta vedere da solo: ora tocca a te”. Immigrazione: un circolo vizioso a tutti gli effetti, che sembra non poter essere interrotto. Eppure basterebbe così poco per ribaltare la situazione in circolo virtuoso. Per prima cosa, per esempio, smettere di parlare di immigrazione: a) come un’emergenza, in quanto è un fenomeno regolare e ripetuto da almeno 15 anni a questa parte, un tempo dunque largamente sufficiente per concepire e pianificare un sistema di accoglienza adeguato a tutti gli effetti. Quanti edifici abbandonati, fatiscenti, vuoti o confiscati al crimine organizzato ci sono in Italia??? Sistemare e affidare questi edifici ai migranti sarebbe un utile progetto di recupero, reciprocità, responsabilità ed empowerment; b) come invasione, perché se si consultassero le statistiche, si noterebbe che gli arrivi via mare sono in media abbastanza lineari nel tempo, dato che rinforza il punto precedente: http://unhcr.it/risorse/statistiche/sea-arrivals-to-italy). In secondo luogo, è necessario capire a fondo le ragioni che spingono queste persone a lasciare le proprie case, le proprie famiglie, la propria terra ed imbarcarsi in un viaggio mortale. Ah già, le ragioni principali sono le forme di colonizzazione europea contemporanea: riconoscerle vorrebbe dire prendersi le proprie responsabilità e le proprie colpe e, probabilmente, rinunciare ad alcuni comfort a cui ormai siamo troppo abituati. No, no, lasciamo stare và. Meglio continuare ad insabbiare tutto e distogliere l’attenzione della gente facendole credere che la colpa di tutto sia lo straniero. Tanto di manipolazione siamo maestri.Caterina Bottinelli
Borderline Sicilia